di Lorenzo Piattelli

Vivere come Gandhi, conoscere le sue abitudini, ripercorrere uno dei suoi viaggi: questi possono essere motivi per cui si sceglie di andare in India. Non mancano le pagine web che propongono il viaggio gandhiano, presentando gli itinerari del Mahatma come dei tour attraverso quella che viene venduta come la vera India: l’India dei villaggi, dei templi indù, degli ashram. Sono proprio gli ashram, luoghi di meditazione in cui Gandhi abitò per tutta la vita, la meta “spirituale” per eccellenza del viaggiatore che vuole seguire le tracce del Mahatma.

Se nel 1930 Gandhi partì per la sua celeberrima Marcia del Sale dall’ashram di Sabarmati, fu da quello di Wardha che nel ‘33 intraprese un altro dei suoi tour più importanti, il viaggio per gli Harijans, termine sanscrito – letteralmente “figli di Dio”- usato da Gandhi per indicare gli intoccabili.

Gli intoccabili, “classi depresse” o “dalit” nella terminologia più recente, negli anni ’30 costituivano circa il 6% della popolazione indiana e all’interno della società occupavano la posizione più infima.

La vita dei fuoricasta era un susseguirsi di divieti: il contatto con persone di casta superiore, l’accesso all’acqua dei pozzi, l’ingresso nei templi, il matrimonio con gli appartenenti alle caste indù. Scuole e Università erano divise e perfino alcune strade non potevano essere percorse da intoccabili e indù allo stesso tempo.

Negli anni ’20 questa ampia fascia di popolazione iniziò a organizzarsi politicamente sotto la guida di Bhimrao Ambedkar, avvocato intoccabile del Maharashtra. Se inizialmente le richieste erano di stampo sociale, come l’accesso a templi e a pozzi, in seguito i dalit si orientarono su temi politici. In risposta alla rivendicazione di elettorati separati, che avrebbe garantito ai fuoricasta una reale influenza sulla politica indiana, nel 1932 Gandhi intraprese uno sciopero della fame per impedire il riconoscimento di questo diritto alla minoranza dalit. Ambedkar, per evitare la morte di Gandhi e il probabile pogrom che ne sarebbe scaturito a danno degli intoccabili, rinunciò alla richiesta e stipulò con Gandhi un accordo (Poona Pact). Nonostante ciò, la guerra tra Gandhi e il movimento degli intoccabili non finì, anzi si sviluppò una vera e propria battaglia politica su chi dovesse essere il referente della questione dei dalit. Gandhi sosteneva la necessità di una riforma dell’induismo: eliminare l’intoccabilità mantenendo però la divisione in caste, con tutte le sue esclusioni e disuguaglianze. Ambedkar riteneva invece che non ci fosse speranza di riforma all’interno di una confessione che nelle sue scritture codificava la disuguaglianza e che l’unica soluzione fosse l’abbandono in massa della religione indù.

Il viaggio per gli Harijans del ’33 si inserisce in questo lungo gioco di potere tra Gandhi e Ambedkar per la rappresentanza delle classi depresse. Nel tentativo di convincere l’opinione pubblica della sua vicinanza alla causa degli intoccabili, vicinanza messa in discussione da Ambedkar e dalla maggioranza dei fuoricasta stessi, Gandhi intraprese un viaggio di circa ventimila chilometri attraverso l’India.

Di che tipo di viaggio possiamo parlare? Le biografie parlano di un viaggio spirituale che aveva lo scopo di sensibilizzare e riformare l’induismo sulla questione degli intoccabili. La maggior parte delle biografie però trascura alcuni dettagli: i templi venivano aperti agli intoccabili, ma solo in concomitanza con l’arrivo di Gandhi, ed erano richiusi non appena il Mahatma se ne andava.

Sarebbe corretto parlare di un viaggio di carattere politico più che spirituale. Gandhi proverà per tutta la vita a farsi rappresentante degli intoccabili, ma saranno i fuoricasta stessi a non sentirsi rappresentati da lui. Erano soprattutto i freni religiosi a non permettere a Gandhi di pensare una società non più divisa in caste. Il tentativo di riforma “spirituale” fallì, l’intoccabilità rimase una pratica legale fino alla Costituzione del ’49 ed è diffusa ancora oggi. Anche sotto il punto di vista politico Gandhi fallì: il Mahatma si adoperava affinché il partito del Congress, del quale egli era uno dei più influenti leader, riuscisse a intercettare i milioni di voti dei fuoricasta. Se in occidente Gandhi divenne celebre anche grazie alla sua battaglia per gli intoccabili, in India la verità era sotto gli occhi di molti: egli era l’esponente di spicco del maggiore partito indù e rappresentante delle élite ortodosse che per secoli avevano emarginato i fuoricasta.

Quello che è certo è che il viaggio per gli Harijans, presentato dai libri di storia come il misericordioso pellegrinaggio per gli intoccabili del profeta della non violenza, ha avuto sfaccettature ben più complesse e non banalmente riconducibili all’umanitarismo di Gandhi.

Qual è quindi il significato di “viaggiare come Gandhi”? Non ce n’è uno valido, viste le difficoltà storiografiche nel rintracciare quali siano state le reali peculiarità e finalità dei viaggi del Mahatma. Le consuetudini di Gandhi durante i suoi tour, come l’uso dei vagoni di terza classe e la povertà dei costumi, affascinano ancora oggi un grande numero di persone che vorrebbero rivivere i suoi pellegrinaggi. Ma questi viaggi dovrebbero essere studiati con una maggiore attenzione agli scopi per i quali furono intrapresi e alle conseguenze che portarono e non dovrebbero essere proposti e ripercorsi senza aver ben chiaro quali furono gli intenti che li animarono. Come del resto tutta la vita e le attività di Gandhi dovrebbero essere studiate con occhi nuovi, non più influenzati dall’alone di mito e di misticismo che circonda la figura del Mahatma.