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	<title> &#187; editoriale</title>
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		<title>RGB</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 13:18:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Il colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde” Vasilij Kandinskij La natura l&#8217;ha creato. L&#8217;uomo se ne è innamorato. E come tutti gli amanti è stato manipolato, osannato e bistrattato. Qualcuno lo vuole chiaro, qualcun altro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Il colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde”</p>
<p><strong>Vasilij Kandinskij</strong></p>
<p>La natura l&#8217;ha creato. L&#8217;uomo se ne è innamorato. E come tutti gli amanti è stato manipolato, osannato e bistrattato. Qualcuno lo vuole chiaro, qualcun altro scuro. C&#8217;è chi l&#8217;ha sintetizzato, chi l&#8217;ha enfatizzato e chi invece ha deciso di abbandonarlo. Ma che cos&#8217;è il colore?</p>
<p>Gli antichi gli hanno dato un nome per identificarlo con un potenziale, una funzionalità. I greci l&#8217;hanno associato ai quattro elementi della natura: fuoco, acqua, aria e terra. In India è strettamente legato al concetto di energia e tutt&#8217;oggi si pensa che influenzi l&#8217;equilibrio dei chakra.</p>
<p>Immaginate sullo sfondo nero un grande triangolo trafitto da un raggio di luce<strong> </strong>che<strong>,</strong> attraversando il prisma, si scompone nei colori dell’arcobaleno. Avete immaginato bene: il disegno è del grafico inglese Storm Thorgerson, ideatore della copertina dell’album “The Dark Side of The Moon” dei Pink Floyd. Peccato che l’idea sia di Isaac Newton.</p>
<p>Lo scienziato inglese, studiando la dispersione ottica della scomposizione di un raggio di luce che attraversa un prisma di vetro, fu il primo a dimostrare che la luce bianca è composta dalla somma di tutti i colori.</p>
<p>Oggi sappiamo che l’occhio umano ha tre tipi di cellule – i coni – sensibili alla lunghezza d’onda della luce che arriva. La loro capacità di risposta è centrata a tre diverse lunghezze d’onda: il blu, il verde e il rosso. I colori primari.</p>
<p>Quindi il colore altro non è che una radiazione elettromagnetica, avente una lunghezza d’onda all’interno della quale si trova il cosiddetto “spettro del visibile” ossia tutte le radiazioni percepite dall’occhio umano.</p>
<p>Questo vuol dire che vediamo tutti gli stessi colori?</p>
<p>Il primo a protestare contro la teoria newtoniana fu Goethe che nel suo saggio “Della teoria dei colori” affermò che il colore non può essere un fenomeno prettamente fisico ma al contrario qualcosa di vivo, di umano, legato alla sensibilità dell’osservatore. Non possono quindi<strong> </strong>essere spiegati con una teoria solo meccanicistica ma devono trovare spiegazione anche nella poetica, nell’estetica, nella psicologia, nella filosofia e nel simbolismo. La teoria goethiana, per quanto fosse errata nel campo della fisica, rappresenta un tentativo di spiegare il “colorato” mondo che ci circonda e che l’uomo percepisce con i sensi. Goethe non vuole studiare né la luce né l&#8217;occhio; che l&#8217;uomo percepisca i colori attraverso gli occhi<strong> </strong>è senza ombra di dubbio. Ma questi possiedono, esplicano e manifestano anche altre funzioni che non sono connesse soltanto all&#8217;ambito prettamente visivo e sensoriale, ma possono svolgere anche un ruolo “morale”, sensibile ed estetico. Le percezioni cromatiche avvengono quindi non solo all&#8217;interno dell&#8217;occhio, ma anche a livello mentale, immaginativo. Il linguaggio del colore si configura così come un linguaggio simbolico particolare, fatto di suggestioni che non provengono dalla sola osservazione razionale. In epoca più recente, grazie allo studio di due biologi cileni, si è arrivati alla conclusione che chi percepisce il colore è colui che lo sta creando. Addizionando la luce di Red, Green e Blu si formano tutti gli altri colori. Ma esiste un numero infinito di combinazioni di diverse lunghezze d&#8217;onda che dall&#8217;oggetto arrivano all&#8217;occhio e che messe insieme possono dare la stessa sensazione ad esempio di “giallo”. Quindi il colore altro non è che la sensazione che noi abbiamo di quella qualità visiva delle cose.</p>
<p>Noi non vediamo i colori ma viviamo il nostro spazio cromatico. E questo significa che siamo noi a creare il colore, siamo noi a creare il mondo di cui facciamo esperienza.</p>
<p>Good trip.</p>
<p>Valentina Diaconale</p>
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		<title>b×h/2</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 14:55:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[the trip]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Diaconale]]></category>

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		<description><![CDATA[Le materie scientifiche non sono mai state il mio forte. Al liceo ho avuto la fortuna di avere una compagna di banco che era una specie di genio e finito il suo compito in classe si dedicava al mio. Risultato: un bell&#8217;otto in pagella. All&#8217;università per racimolare qualche euro extra dovevo nascondere la calcolatrice sotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le materie scientifiche non sono mai state il mio forte. Al liceo ho avuto la fortuna di avere una compagna di banco che era una specie di genio e finito il suo compito in classe si dedicava al mio. Risultato: un bell&#8217;otto in pagella. All&#8217;università per racimolare qualche euro extra dovevo nascondere la calcolatrice sotto la scrivania mentre davo ripetizioni al mio cuginetto che si preparava per gli esami di terza media. Lui era fortissimo: mentre mi dava i risultati di equazioni, sottrazioni o divisioni io stavo ancora contando le palle sul pallottoliere&#8230; un vero disastro. Eppure la geometria mi ha sempre incuriosita. Sarà stato per la mia passione per i giochi di ruolo, dove non finivo mai di disegnare mappe, città e abitazioni. Ma certo non basta saper calcolare l&#8217;area del triangolo per essere un architetto. Così mi sono data alla letteratura. Per imbattermi nel più classico dei classici “contemporanei”: Italo Calvino. L&#8217;intellettuale ligure nato a L&#8217;Avana, grazie ad Einaudi, presenta al pubblico nel 1972 la raccolta delle relazioni di viaggio che Marco Polo fa a Kublai Khan, imperatore dei Tartari (nella realtà storica, Kublai, discendente di Genghis Khan, era imperatore dei Mongoli, ma Marco Polo nel suo libro lo chiama Gran Khan dei Tartari e tale è rimasto nella tradizione letteraria).</p>
<p>A questo imperatore malinconico, che ha capito che il suo sterminato potere conta ben poco perché tanto il mondo sta andando in rovina, il fortunato mercante veneziano racconta di città impossibili. Ad esempio di una città microscopica che si allarga in continuazione e che poi risulta essere costruita da tante città concentriche in espansione, una città-ragnatela sospesa su un abisso o una città bidimensionale.</p>
<p>Come lo stesso autore spiega in una conferenza tenuta in inglese il 29 marzo 1983 agli studenti della Graduate Writing Division della Columbia University di New York, “Le città invisibili” sono un ultimo poema d&#8217;amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come tali.</p>
<p>“Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi della vita urbana &#8211; spiega Calvino &#8211; e <em>Le città invisibili</em> sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili. Oggi si parla con eguale insistenza della distruzione dell&#8217;ambiente naturale quanto della fragilità dei grandi sistemi tecnologici che può riprodurre guasti a catena, paralizzando metropoli intere. La crisi della città troppo grande è l&#8217;altra faccia della crisi della natura”.</p>
<p>L&#8217;immagine della megalopoli che va ricoprendo l&#8217;intero globo terrestre domina il libro. Ma Calvino non vuole scrivere qualcosa che annunci catastrofi o apocalissi di vario genere (bastano i Maya per profetizzare la fine del mondo!). L&#8217;intento dell&#8217;autore, e in questo caso di Marco Polo, è scoprire le ragioni segrete che hanno  portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che potranno valere al di là di tutte le crisi. “Le città sono un insieme di tante cose &#8211; continua Calvino &#8211; di memoria, di desideri, di segni d&#8217;un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell&#8217;economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi. Il  libro si apre e si chiude su immagini di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste nelle città infelici”.</p>
<p>Il numero di “the trip” che state per sfogliare prende spunto dalla lezione di Calvino e invita ognuno di voi ad immaginare la propria città, la propria personale architettura fatta di parole, ricordi, scambi.</p>
<p>Noi vi proponiamo qualche esempio, dalle case di tufo in Cappadocia ai monumenti commemorativi sparsi per la ex Jugoslavia. Dagli acquedotti romani fino agli UFO di Taiwan.</p>
<p>Io, intanto, ho buttato il pallottoliere.</p>
<p>Valentina Diaconale</p>
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		<title>Angie</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 13:42:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel suo zaino, il mondo. Quattro miliardi di anni a vagabondare. In questo unico pianeta pieno di acqua.
Ricordi, nomi, case, piante e colori avvolti nella logora coperta verde. Mattoni e fili elettrici dondolano dietro la schiena seguendo il ritmo dei suoi lenti passi.  Monotoni. Incessanti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Valentina Diaconale</p>
<p><em> </em></p>
<p>Nel suo zaino, il mondo. Quattro miliardi di anni a vagabondare. In questo unico pianeta pieno di acqua.</p>
<p>Ricordi, nomi, case, piante e colori avvolti nella logora coperta verde. Mattoni e fili elettrici dondolano dietro la schiena seguendo il ritmo dei suoi lenti passi.  Monotoni. Incessanti.</p>
<p><em>“Cosa stai cercando?” &#8211; </em>gli chiede la sua vecchia amica. Quella che ha visto nascere dopo il raffreddamento della crosta terrestre. Quando la Terra e la piccola Theia si scontrarono e nell&#8217;urto un po&#8217; della massa di questo piccolo corpo celeste si unì al nostro pianeta mentre una porzione fu espulsa nello spazio, ma abbastanza materiale sopravvisse per formare un satellite orbitante. Si, lei, quella bugiarda da cui dipendono le maree.</p>
<p><em>“Cerco il mio destino ma ancora non sono riuscito a trovarlo”.</em></p>
<p><em>“Hai vagato dalla punta più esterna a nord ad Alert in Canada fino alla stazione di Amundsen-Scott in Antartide, e ancora non ti è chiara la tua sorte?” &#8211; </em>incalza Lei.<em> </em></p>
<p>Lui abbassa lo sguardo, si accarezza la folta barba e guarda in alto verso la sua fidata amica. È a lei che rivolge i suoi dubbi e timori. La sua compagna per tutto questo interminabile tempo. Quella beffarda che lo prende in giro osservandolo dall&#8217;alto.</p>
<p><em>“Per te è facile. Stai appollaiata lì sopra con un occhio chiuso e uno aperto a controllare i miei movimenti. Ma qui in mezzo a questi sei miliardi di uomini ci sono io. E continuo a vedere queste nuvole scure, e continuo a credere che senza un briciolo d&#8217;amore nelle nostre anime e senza un soldo nelle tasche dei nostri cappotti la storia dei popoli sia condannata a morire”</em>.</p>
<p><em>“Il solito pessimista”</em>- sorride Lei, ma subito dopo il suo occhio posizionato sul vecchio viandante si fa rosso sangue.</p>
<p><em>“Odio quella tristezza nei tuoi occhi&#8230; Non è un bene essere vivi?”.</em></p>
<p>Il vecchio annuisce sconfitto, si asciuga le lacrime che gli bagnano il viso. È stanco, sa che è arrivato il momento di abbandonare gli uomini ma non vuole lasciarli soli. Sente che questo mondo non è ancora pronto per vivere senza dio. E con un urlo di disperazione si rivolge alla sua unica compagna: <em>“Come posso abbandonarli?”</em>.</p>
<p>Adesso “la lucente” è vistosamente incazzata. È vero che l&#8217;unico movimento che compie è il moto di rotazione intorno al suo asse da ovest verso est ma 27 giorni, 7 ore e 43 minuti moltiplicati per miliardi e miliardi di anni ad ascoltare le lamentele di questo stupido vecchio sono decisamente troppi. Per di più essendo guercia.</p>
<p><em>“Ora mi hai stufato. Ma chi ti credi di essere? Pensi davvero che l&#8217;uomo non sia in grado di sopravvivere senza di te? Neanche riesci a reggerti più in piedi e ancora ti credi così onnipotente? Fammi un favore, anzi fai un favore all&#8217;intera comunità: vai a Cape Canaveral in Florida. Troverai Atlantis, un mio vecchio amico, che sarà felice di ospitarti per il suo ultimo volo. L&#8217;ultimo Space Shuttle della storia ad andare in orbita. Fatti dare un passaggio così potrai assistere anche alla fine di questa era. L&#8217;evoluzione è un movimento inarrestabile, l&#8217;hai deciso tu quando ti sei messo in testa di dare vita a tutta questa baraonda e adesso cosa c&#8217;è ancora che ti trattiene?”.</em></p>
<p>Dio sbuffa, fa un grande respiro, distoglie lo sguardo da chi l&#8217;ha appena rimproverato e mentre si incammina verso la Florida rivolge le sue ultime parole alla sua amata Terra. A quella che ha sempre considerato come il suo Angelo. Adesso pronta a custodirsi da sola.</p>
<h2><em> </em></h2>
<p><iframe width="425" height="349" src="http://www.youtube.com/embed/2RTWzsGO4Zc" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<h2><em>Oh Angie, Oh Angie,<br />
when will those dark clouds disappear<br />
Angie, Angie,<br />
where will it lead us from here<br />
With no loving in our souls and no money in our coats<br />
You can&#8217;t say we&#8217;re satisfied<br />
But Angie, Angie, you can&#8217;t say we never tried.<br />
Angie, you&#8217;re beautiful, but ain&#8217;t it time we said goodbye<br />
Angie, I still love you, remember all those nights we cried<br />
All the dreams we held so close seemed to all go up in smoke<br />
Let me whisper in your ear<br />
Angie, Angie, where will it lead us from here<br />
Oh, Angie, don&#8217;t you weep, all your kisses still taste sweet<br />
I hate that sadness in your eyes<br />
But Angie, Angie, ain&#8217;t it time we said good-bye<br />
With no loving in our souls and no money in our coats<br />
You can&#8217;t say we&#8217;re satisfied<br />
But Angie, I still love you,<br />
Baby, ev&#8217;rywhere I look I see your eyes<br />
There ain&#8217;t a woman that comes close to you come on baby,<br />
dry your eyes<br />
But Angie, Angie, ain&#8217;t it good to be alive<br />
Angie, Angie, they can&#8217;t say we never tried</em></h2>
]]></content:encoded>
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		<title>H20</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2011/05/10/h20/</link>
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		<pubDate>Tue, 10 May 2011 09:06:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[h20]]></category>
		<category><![CDATA[the trip]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Diaconale]]></category>

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		<description><![CDATA[A 14 anni avevo un fissa: andare a Capo Nord. Volevo trovarmi nel punto più estremo di Europa per guardare il Polo nord dal mare. E quando dopo anni sono finalmente arrivata nella minuscola isola in cima alla Norvegia la delusione è stata enorme. Il Polo nord non lo vedi, sei circondato da camper di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A 14 anni avevo un fissa: andare a Capo Nord. Volevo trovarmi nel punto più estremo di Europa per guardare il Polo nord dal mare. E quando dopo anni sono finalmente arrivata nella minuscola isola in cima alla Norvegia la delusione è stata enorme. Il Polo nord non lo vedi, sei circondato da camper di italiani che sfruttano il sole di mezzanotte per cucinare pasta asciutta e braciole di maiale e l’unico bagno che puoi utilizzare è quello dell’enorme centro commerciale costruito nella roccia a picco sul mare, dove non esiste una bottiglia d’acqua H2O ma è tutto al sapore di mirtillo e fragola e una mela la paghi come una cena a base di sushi. Ma era il mio sogno. Ed ero così felice di essere arrivata finalmente al mio agognato obiettivo.<br />
Perché dentro la parola viaggio esiste tutta questa aspettativa? Perché quando sai di essere in partenza sei così euforico? Perché quando stai per imboccare la statale che apre le porte alla tua meta ti senti così leggero? Anche se di fronte a te hai chilometri e chilometri da affrontare? Dove finisce l’incazzatura tipica del lunedì mattina quando ti trovi bloccato in mezzo al traffico e mezzo metro significa mezz’ora di tempo?<br />
Eppure  sembra che non ci sia più niente da scoprire. Che dal vocabolario possiamo anche eliminare la parola “inesplorato” perché tra Marco Polo e Cristoforo Colombo non esiste più terra calpestabile a noi sconosciuta. Almeno in questo mondo.<br />
Hai la sensazione che oggi con internet puoi essere ovunque. Che lo spazio viene abbattuto dalla comunicazione. Sei dove  vuoi, con chi vuoi e quando vuoi in tempo reale.<br />
Ed è vero. Puoi accorgerti &#8211; restando comodamente spaparanzato sul divano di casa tua con Bob Marley che  canta a squarcia gola dal tuo stereo &#8211; che  lo storico Luna Park di Coney Island di New York è stato chiuso e per fortuna poi riaperto. Oppure trovarti a discutere con un tuo amico che vive in Uzbekistan riguardo l’ossessivo accoppiamento del re della giungla in Tanzania. Puoi parlare contemporaneamente con tua cugina che si sposa a Samarcanda e la tua vecchia compagna di scuola che si è trasferita a San Pietroburgo.<br />
E allora cos’è quel pizzicorio dietro il collo che non lascia spazio se non al sorriso che ti invade il corpo quando il passaporto è timbrato e le valige si possono sfare?<br />
Credo che le motivazioni possano essere infinite come i nostri pensieri. Libertà, curiosità, amore.<br />
Amore per noi stessi che concediamo una sorta di regalo alla nostra anima. Perché quando siamo in viaggio tutto ci sembra più bello, più entusiasmante, più inebriante. Le nostre percezioni di colpo raddoppiano  e quelli che saranno ricordi avranno il gusto dell’indelebile. Dettagli di immagini e profumi di una specifica area geografica.<br />
Uscite dalle vostre stanze allora. Perché non potete sapere quello che vi aspetta, perché non potete rinunciare a scoprirlo. Perché scoprendo voi stessi, scoprirete un altro pezzettino di mondo.<br />
Erano 9 ore che guidavo ininterrottamente per affacciarmi su quella scogliera. Brividi di stanchezza e vertigini accompagnavano la mia delusione e il mio sonno. Il giorno dopo però, con il sole mai tramontato che ricominciava a salire, un sentiero serpeggiava sul Mare Artico. Non riuscivo a distinguere la nebbia dalle onde del mare. Un paesaggio lunare schiarito da un tramonto interminabile. Le gambe  indolenzite dai 9 km percorsi per arrivare sul promontorio di Knivskjellodde. Di fronte a me il Polo nord.<br />
Valentina Diaconale</p>
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		<title>Itaca</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 13:14:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Accusato di sodomia. Per primo ha immaginato l'uomo volare. Affamato di sapere. Dall'astrologia all'anatomia. Dall'architettura alla pittura. Uomo indiscusso della scienza. La sua Gioconda ancora ci sorride.
Leonardo Da Vinci è stato tutto questo e molto ancora]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Accusato di sodomia. Per primo ha immaginato l&#8217;uomo volare. Affamato di sapere. Dall&#8217;astrologia all&#8217;anatomia. Dall&#8217;architettura alla pittura. Uomo indiscusso della scienza. La sua Gioconda ancora ci sorride.</p>
<p>Leonardo Da Vinci è stato tutto questo e molto ancora. Ma forse pochi sanno che sempre a lui si deve la creazione di quel classico gioco consistente in una vignetta che il solutore deve interpretare: il rebus.<br />
L&#8217;uomo e i suoi enigmi. Gli oracoli e i loro responsi. La storia e la scienza che si fondono. Tra esoterismo e simbologia le origini dell&#8217;enigmistica sono davvero antiche. Il primo sovrano della prima dinastia dell&#8217;antico Egitto, Narmer (3000 a.c.), identificato anche come il “mitico” Re Scorpione, si firmava con un disegno costituito da un pesce (nar) e da uno scalpello (mer).<br />
La leggenda vuole che Omero si lasciò morire dalla vergogna per non essere stato in grado di risolvere un indovinello postogli da alcuni pescatori dell&#8217;isola di Ios in Grecia: “Quello che noi abbiamo preso, l&#8217;abbiamo lasciato; quanto non abbiamo preso, ce lo portiamo”. (Caro Omero, la soluzione erano “le pulci”).<br />
Nella Francia del &#8217;700 nasce la “charade”. Dagli enigmi e gli indovinelli che raffigurano un oggetto, concreto o astratto che sia, si passa ad una combinazione di lettere. Le “sciarade” divennero così in voga da diventare addirittura un modo per passare le serate, con le cosiddette “sciarade viventi”, raccontate da William Thackeray ne “La fiera delle vanità”.<br />
Una lunga lotta tra creatore e solutore. Il primo cerca di indicare un concetto o un insieme di cose, ma lascia al secondo la possibilità di trovare la soluzione per mezzo dell&#8217;ingegno.<br />
Simbologie che ci accompagnano nel tempo e che “the trip” oggi presenta a conclusione del suo primo anno di vita. Il miraggio dell&#8217;America, antichi popoli sconosciuti nel cuore del Brasile, le leggende degli “stupa” birmani, la frenetica vita della capitale del Vietnam. Una lotta partita con un semplice enigma e risolta con una sciarada. Perché “the trip” è riuscito a fondere creatore e solutore e, tramite il lavoro del primo e l&#8217;ingegno del secondo, oggi continuiamo insieme a sfogliare quel piccolo sogno che solo qualche mese fa somigliava ad un&#8217;agognata Itaca.</p>
<p>Valentina Diaconale</p>
<hr /><em>Quando ti metterai in viaggio per Itaca<br />
devi augurarti che la strada sia lunga<br />
fertile in avventure e in esperienze.<br />
I Lestrigoni o i Ciclopi<br />
o la furia di Nettuno non temere:<br />
non sarà questo il genere di incontri<br />
se il pensiero resta alto e un sentimento<br />
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.<br />
In Ciclopi o Lestrigoni no certo,<br />
ne&#8217; nell&#8217;irato Nettuno incapperai<br />
se non li porti dentro<br />
se l&#8217;anima non te li mette contro.</em></p>
<p><em>Devi augurarti che la strada sia lunga,<br />
che i mattini d&#8217;estate siano tanti<br />
quando nei porti &#8211; finalmente e con che gioia -<br />
toccherai terra tu per la prima volta:<br />
negli empori fenici indugia e acquista<br />
madreperle coralli ebano e ambre,<br />
tutta merce fina, e anche profumi<br />
penetranti d&#8217;ogni sorta, più profumi<br />
inebrianti che puoi,<br />
va in molte città egizie<br />
impara una quantità di cose dai dotti.</em></p>
<p><em>Sempre devi avere in mente Itaca -<br />
Raggiungerla sia il tuo pensiero costante.<br />
Soprattutto, però, non affrettare il viaggio;<br />
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio<br />
metta piede sull&#8217;isola, tu, ricco<br />
dei tesori accumulati per strada<br />
senza aspettarti ricchezze da Itaca.<br />
Itaca ti ha dato il bel viaggio,<br />
senza di lei mai ti saresti messo<br />
in viaggio: che cos&#8217;altro ti aspetti?</em></p>
<p><em>E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.<br />
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso<br />
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.</em></p>
<p>Konstantinos Kavafis (1911)</p>
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		<title>il terzo occhio</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2010/10/28/il-terzo-occhio/</link>
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		<pubDate>Thu, 28 Oct 2010 14:44:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le gocce di sangue sporcano il pavimento che sta fissando. La mano gli pulsa come il suo cuore rotto dal tradimento. “Maledetta Fata Verde”, pensa Arthur Rimbaud, non sapendo che le stesse parole saranno scritte dal suo carnefice, un tempo suo amante, durante la prigionia in Belgio. Paul Verlaine, infatti, darà la colpa del suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le gocce di sangue sporcano il pavimento che sta fissando. La mano gli pulsa come il suo cuore rotto dal tradimento. “Maledetta Fata Verde”, pensa Arthur Rimbaud, non sapendo che le stesse parole saranno scritte dal suo carnefice, un tempo suo amante, durante la prigionia in Belgio.</p>
<p>Paul Verlaine, infatti, darà la colpa del suo gesto disperato all&#8217;Atroce Strega. I due colpi di pistola sparati contro Rimbaud sono la conseguenza dell&#8217;effetto dell&#8217;assenzio. Un episodio che si tramuta in aneddoto per raccontare le peripezie di questa bevanda leggendaria, che nella seconda metà dell&#8217;Ottocento raggiunge il suo apice grazie alle vicende e ai capolavori lasciati da uomini come Oscar Wilde, Charles Baudelaire, Edgar Degas e Henri de Toulouse Lautrec.</p>
<p>La nascita dell&#8217;<em>absinthe</em> risale al 1792 quando un medico francese, esiliato in Svizzera, prepara una miscela composta da diverse erbe in soluzione alcolica che si supponeva curasse tutti i malanni. Dopo la morte del suo inventore, il dottor Ordinaire, la ricetta passa alle due sorelle che cominciano a distillare il composto in casa fino al 1797, quando vendono il misterioso intruglio al maggiore Dubied. Nel giro di un decennio il genero di quest&#8217;ultimo, Henri Louis Pernod, apre la prima distilleria a Couvet nella regione di Pontarlier. Fino alla metà del XIX secolo l&#8217;assenzio rimane un liquore tradizionale della regione dello Jura e della Val di Travers in Svizzera. È con la guerra in Algeria (1840) che la storia cambia.</p>
<p>I soldati francesi per curare la dissenteria diluivano un bicchiere d&#8217;assenzio con l&#8217;acqua e in breve tempo questo liquore invase i locali del nord Africa. Al rientro in patria gli ex combattenti richiedevano sempre di più questa bevanda che spopolò nel paese fino a diventare un fenomeno nazionale. Nasce la cosiddetta “ora verde”, l&#8217;antenato del nostro happy hour: l&#8217;abitudine francese di bere absinthe come aperitivo dalle 17 alle 19 nei boulevard di Montmartre. L&#8217;“erba santa” si diffonde sia tra le teste calde romantiche sia tra quelle ultrasensibili dei decadenti, diventando l&#8217;accompagnatrice abituale della vita dei bohèmien. E comincia, come i protagonisti di quella stagione culturale, a dare scandalo. Fino alla sua messa al bando. Dall&#8217;inizio del ventesimo secolo, il suo abuso e l&#8217;assuefazione che provocava, cominciarono a far sospettare che fosse una sorta di droga allucinogena (tanto che ancora oggi qualcuno crede che sia un liquore contenente oppio). Le dicerie sul suo “principio attivo” (il tuoione) che portava a pazzia e delirium tremens, il forte movimento contro l&#8217;alcolismo che attraversò tutta l&#8217;Europa dell&#8217;epoca, le pressioni dei produttori di vino francesi che temevano la crescente popolarità dell&#8217;assenzio, furono gli espedienti per metterlo al bando. Nell&#8217;immaginario comune il verde magico che ispirava pittori e poeti si trasformò in un bagliore infernale. Il 28 agosto del 1905 un fatto di cronaca decretò la sua fine. In un cantone svizzero, un contadino, dopo essersi scolato enormi quantitativi di alcol (compresi due bicchieri di assenzio), torna a casa e uccide a colpi di fucile la moglie e i due figli. Il Belgio vieta la produzione di assenzio nello stesso anno, in Italia viene messo al bando nel 1913, ma la sua morte definitiva arriva nel 1915 capitolando anche in Francia.</p>
<p>Arte e leggenda. Ragioni commerciali e genio letterario. Cultura e storia. Alchemici intrecci che fin dall&#8217;antichità hanno condizionato le società del globo intero. Spesso si dimentica l&#8217;origine e il significato culturale di ciò che oggi siamo abituati a catalogare come droga. Dalle piante di coca, sacre per il Perù e la Bolivia, al peyote dei vecchi sciamani messicani. Ciò che un tempo è stato parte indissolubile di tradizione e religione oggi viene trasformato in mero abuso. Culture manipolate ci vengono proposte come spauracchi del nuovo millennio, dove la paura, o la totale assenza di essa, diventano il timone del nostro tempo. E dove ci si abitua troppo facilmente ad essere trasportati dagli eccessi del “sentire comune” in contrapposizione con il “proprio io”. Per cui o si demonizza o si eccede. Senza riuscire a cogliere quella famosa via di mezzo dove il libero arbitrio dovrebbe diventare il faro del singolo viaggio di ognuno di noi.</p>
<p>Senza perdersi tra fate verdi ma scegliendo liberamente la loro compagnia.</p>
<p>Perché la verità sta nel mezzo. Ed oggi disponiamo di tutti gli strumenti che possono alimentare la ricerca della conoscenza, per accendere quel terzo occhio che aleggia nei nostri sogni. Artificiali e non.</p>
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		<title>lady libertà</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2010/09/10/lady-liberta/</link>
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		<pubDate>Fri, 10 Sep 2010 14:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Baricco]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>
		<category><![CDATA[Novecento]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Diaconale]]></category>

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		<description><![CDATA[“Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire&#8230; Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi&#8230; Eppure c&#8217;era sempre uno, uno solo, uno che per primo&#8230; la vedeva. Magari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire&#8230; Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi&#8230; Eppure c&#8217;era sempre uno, uno solo, uno che per primo&#8230; la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte.. magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni&#8230; alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare&#8230; e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov&#8217;era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: l&#8217;America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l&#8217;aveva fatta lui, l&#8217;America”. </em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Liberty Island, fiume Hudson. Le parole del protagonista di “Novecento” di Alessandro Baricco non potevano essere più appropriate. Perchè questa è la storia di un viaggio nel viaggio. Della traversata che migliaia di  emigranti europei affrontavano nella speranza di un nuovo mondo. Del significato che nei loro occhi si stampava alla vista di quella imponente signora all&#8217;entrata di New York. Dello spirito di indipendenza che si respirava negli anni della sua costruzione.</p>
<p>Comincia tutto a Parigi nel 1856. Édouard de Laboulaye, noto politico francese, decide di creare un monumento commemorativo dell&#8217;amicizia tra Francia e Stati Uniti. Si avvicinava il centenario della dichiarazione di indipendenza americana e Laboulaye, grazie all&#8217;aiuto dello scultore Frédéric Auguste Bartholdi e dell&#8217;ingegnere Gustave Eiffel, riesce a realizzare il suo progetto. Una donna, alta 93 metri, vestita con una toga romana, un braccio alzato che brandisce una fiaccola, i piedi nudi che calpestano catene spezzate. Una corona con sette punte e un libro stretto in mano con una data incisa sopra: 4 luglio 1776.</p>
<p>Ci vogliono 1883 scatoloni per imballare tutta la statua e trasportarla con  una nave da guerra francese. Ci vogliono quattordici anni per assemblarla sull&#8217;isolotto di fronte Manhattan. E finalmente, il 20 ottobre 1886 &#8211; con dieci anni di ritardo &#8211; Miss Liberty si presenta al mondo.</p>
<p>E qui comincia il vero trip.</p>
<p>Ma chi è la donna della statua? A chi si è ispirato Bartholdi nei suoi disegni? Cosa significano le sette punte, la torcia e le catene spezzate?</p>
<p>La versione ufficiale ci dice che lo sculture si ispirò ad una rappresentazione del mitico Colosso di Rodi. Che le sette punte della corona rappresentano i sette mari e i sette continenti, le catene spezzate sono il simbolo della liberazione dall&#8217;Impero britannico e la fiaccola accesa è il segno della libertà che illumina il mondo.</p>
<p>C&#8217;è un piccolo particolare: sia Bartholdi che Eiffel erano massoni. E qui le interpretazioni si sprecano. Si dice che il Colosso di Rodi fosse un scusa e che la vera ispiratrice fu invece la Regina babilonese Semiramide, una guerriera sfrenata e lussuriosa che riuscì a riconquistare la città di Babilonia e i territori degli Assiri. I sette mari e continenti diventano i sette momenti della creazione del mondo. La fiaccola accesa si trasforma nella rappresentazione dei segreti massonici e quindi della conoscenza negata al resto dell&#8217;umanità. Sulla fiaccola, in particolare, sono state fatte ipotesi infinite. Una cosa è certa: la stessa fiaccola si trova a Dallas, nella Dealey Plaza, dove fu assassinato Kennedy. E di nuovo la ritroviamo sopra la galleria del Pont de l&#8217;Alma, a Parigi, dove è morta Lady D.</p>
<p>È vero che la massoneria negli Stati Uniti ha trovato sicuramente il suo terreno più fertile &#8211; pensate solo a Franklin Delano Roosevelt che nel &#8217;33 fece imprimere sulle banconote da un dollaro la piramide priva di vertice rappresentante “l&#8217;occhio che tutto vede” simbolo per eccellenza della massoneria nostrana &#8211; ma è vero anche che la storia è un enorme puzzle. Si parte dagli angoli per concludere al centro. E se per caso perdi anche solo uno degli infiniti pezzettini che la compongono non avrai mai il quadro completo. Quindi, se vi dicessi che recenti studi vedono nelle origini della Statua della Libertà la riproduzione della “Statua della Libertà della poesia” presente sul monumento funebre di Giovanni Battista Niccolini nella Basilica di Santa Croce a Firenze? Come la prendereste? Vince l&#8217;influenza neo-classica del tempo o le interpretazioni dei cosiddetti Illuminati? Ma Lady Liberty, non esiste proprio per questo?</p>
<p>E se New York non vi sembra a portata di mano potete recarvi nella vecchia Parigi. Sulla Senna, rivolta ad ovest per salutare la sua gemella dall&#8217;altra parte dell&#8217;Atlantico, a pochi km dalla torre Eiffel, dove un tempo sorgeva il laboratorio dello sculture che la creò, ecco una copia esatta di Donna Libertà. Oppure nella baia di Tokio e ancora ad Osaka. In Norvegia nel villaggio di Visnes, a Colmar in Alsazia e fino al &#8217;45 anche ad Hanoi capitale del Vietnam, e molte altre ancora sparse per l&#8217;intero globo.</p>
<p>Un vero trip insomma. Il viaggio di un sogno chiamato libertà.</p>
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		<title>1907-2010</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2010/06/29/1907-2010/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 13:20:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Le Matin]]></category>
		<category><![CDATA[luigi barzini]]></category>
		<category><![CDATA[the trip magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Diaconale]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando ho cominciato a fare questo mestiere ho scoperto diversi aneddoti e luoghi comuni del settore ma c'è sempre stata una frase che mi ha colpita più di tutte: “Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”. Poi ho scoperto che veniva attribuita proprio a Barzini e mi sono trovata improvvisamente in piena sintonia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Quello che dobbiamo dimostrare oggi è che dal momento che l&#8217;uomo ha l&#8217;automobile, egli può fare qualunque cosa ed andare dovunque. C&#8217;è qualcuno che accetti di andare, nell&#8217;estate prossima, da Pechino a Parigi in automobile?” </strong></p>
<p>Parigi, 1907 “<a href="http://www.lematin.ch/" target="_blank">Le Matin</a>”</p>
<p>È il 31 gennaio del 1907. Il principe Scipione Borghese se ne sta beatamente seduto davanti al suo camino nella tenuta Salviati di Migliarino, tra Bologna e Siena, sfogliando diversi giornali. Quando l&#8217;occhio gli cade sull&#8217;annuncio pubblicato dal quotidiano francese “Le Matin”. Il principe non sta più nella pelle. Esperto alpinista, esploratore e amante di motori decide quale sarà la sua prossima avventura. Chiama il suo fedelissimo meccanico Ettore Guizzardi e prepara personalmente la sua Itala da quaranta cavalli. Sostituisce i parafanghi con delle assi asportabili da impiegare come rampe per gli ostacoli, e decide di utilizzare – a differenza di tutte le auto dell&#8217;epoca – pneumatici anteriori e posteriori delle stesse dimensioni così da renderli intercambiabili, riducendo il peso da “treno di gomme” da portare sulla vettura per eventuali cambi durante il tragitto. Alle otto del mattino del 10 giugno del 1907, Scipione parte da Pechino alla volta di Parigi. Con lui e Guizzardi c&#8217;è anche un altro passeggero. Luigi Barzini, inviato speciale del “Corriere della Sera” che renderà l&#8217;impresa memorabile grazie ai dispacci inviati in redazione dalle più disparate stazioni di posta telegrafica. Articoli pubblicati, oltre che dal “Corriere”, anche dal “Daily Telegraph”. E spediti lungo i pali per migliaia di chilometri, rimbalzando tra Pechino, Shanghai, Hong Kong, Singapore, Aden, Malta, Gibilterra, Londra, per arrivare in redazione in tempo per l&#8217;edizione del mattino, sulla quale i lettori potevano seguire le avventure dell&#8217;Itala.</p>
<p>Sedicimila chilometri. Sessanta giorni di viaggio. Cina, Mongolia, Siberia, deserto del Gobi, monti Urali, Unione Sovietica, Germania, Francia. Il 10 agosto alle quattro del mattino l&#8217;Itala varca per prima il traguardo parigino, consegnando alla storia il primo grande raid automobilistico che oggi tutti ricordano grazie al reportage del re degli inviati Barzini, pubblicato al suo rientro: “La metà del mondo vista da un&#8217;automobile”.</p>
<p>Quando ho cominciato a fare questo mestiere ho scoperto diversi aneddoti e luoghi comuni del settore ma c&#8217;è sempre stata una frase che mi ha colpita più di tutte: “Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare”. L&#8217;ho trovata da subito leggermente sconveniente e quasi denigratoria per chi realmente vuole fare il giornalista. Della serie: come darsi la zappa sui piedi da soli. Poi ho scoperto che veniva attribuita proprio a Barzini e mi sono trovata improvvisamente in piena sintonia. Scorrazzare a cavallo di una Fiat in giro per il mondo. Ritrovarsi in Siberia con “strani individui” che non parlano la tua lingua e che non sanno cosa sia un motore. Attraversare la Transiberiana con accanto un principe. Essere il primo testimone di popoli ed usanze praticamente sconosciuti è decisamente meglio – per dirla alla Barzini – che lavorare in miniera. Non entro nel merito di eventuali pecche o difetti di quella che viene definita l&#8217;ennesima “casta” del nostro paese, della quale evidentemente faccio parte e che difendo per partito preso. Perché lo spirito del Barzini senior è esattamente lo spirito di “the trip”. Con una leggera differenza. Oggi non c&#8217;è più bisogno di dimostrare che con la macchina si può arrivare ovunque, come nel 1907. Oggi c&#8217;è bisogno di dimostrare che con i nuovi mezzi tecnologici – Internet, GPS, iPhone – la comunicazione può essere messa al servizio di chiunque. A piedi, in bicicletta, in macchina o in autostop le testimonianze dirette del singolo possono arricchire l&#8217;intera umanità.</p>
<p>Quindi tenetevi pronti. Occhialoni e casco da aviatore sono d&#8217;obbligo per gettarvi in questo terzo raid che “the trip” vi presenta. Scoprirete come ad Haiti il Cristianesimo sia diventato voodoo, come gli opali dell&#8217;Australia ricordino la corsa all&#8217;oro del vecchio Far West, come la musica del Portogallo racchiuda in sé tutta la storia dei lusitani.</p>
<p>Non mi resta che rinnovare l&#8217;appello sulla scia de “Le Matin”: c&#8217;è qualcuno che accetti di seguire le orme del nostro Barzini e travestirsi da inviato speciale per raccontare le sue storie a “the trip”?</p>
<p>Per rimanere in tema di citazioni: altro giro, altra corsa.</p>
<p style="text-align: left;">Valentina Diaconale</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
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		<title>Utopia</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2010/04/07/utopia/</link>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 11:47:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Diaconale</dc:creator>
				<category><![CDATA[editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Rosa]]></category>
		<category><![CDATA[Il Porto Verde]]></category>
		<category><![CDATA[Wagner]]></category>

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		<description><![CDATA[In realtà basta poco. Ti carichi un po’ di cemento, sposi un ingegnere, smonti il motore di una Fiat 500, scegli una lingua tipo l’Esperanto e fondi il tuo Stato! La parola “utopia” mi è sempre stata simpatica. È una di quelle prime parole difficili che impari quando sei ragazzino e che ricordi grazie al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In realtà basta poco. Ti carichi un po’ di cemento, sposi un ingegnere, smonti il motore di una Fiat 500, scegli una lingua tipo l’Esperanto e fondi il tuo Stato!</p>
<p>La parola “utopia” mi è sempre stata simpatica. È una di quelle prime parole difficili che impari quando sei ragazzino e che ricordi grazie al suo gusto irraggiungibile. Probabilmente l’ingegner Rosa ha preso troppo alla lettera l’inventore di questa parola. E la cosa veramente assurda è che scopro solo ora di averlo fatto anche io.</p>
<p>Perché questa storia comincia con un viaggio. Il viaggio che Tommaso Moro nel 1516 fa intraprendere al protagonista del suo libro verso un&#8217;isola-regno abitata da una società ideale chiamata Utopia. Il viaggio che l’ingegnere bolognese quattro secoli dopo affronta per fondare egli stesso la sua Utopia. L’avventura che “the trip” sta vivendo. Un sfida dai connotati irreali che oggi si rivela più vera che mai. Una scommessa che siamo decisi a vincere, e che mi porta a raccontarvi di cosa l&#8217;uomo è capace quando crede fermamente in un progetto.</p>
<p>Mare Adriatico. Largo delle coste italiane. All&#8217;inizio degli anni &#8217;60, Giorgio Rosa decide di creare un&#8217;isola artificiale in acque internazionali per dichiararla Repubblica indipendente. Sul molo di Rimini sorge una piccola baracca da dove l&#8217;utopico bolognese segue i lavori della sua isola. Ci mette otto anni a finirla. La base è come quella di una petroliera, ottocento metri quadri in tutto, costruita su due piani, più un&#8217;area di sbarco per i battelli, denominata &#8220;Il Porto Verde&#8221;.</p>
<p>Rosa scrive la Costituzione, sceglie l&#8217;inno nazionale che riprende da un&#8217;opera di Wagner e disegna la sua bandiera. Tre rose rosse che si intersecano tra loro su uno sfondo arancione. Il primo maggio del 1968 la Repubblica Esperantista dichiara la sua indipendenza.</p>
<p>Sembra una follia eppure il signor Rosa si proclama Presidente e la risonanza è tale che il governo italiano dopo soli cinquantacinque giorni decide di inabissare l&#8217;isola, facendola saltare in aria dalla marina. L&#8217;accusa è quella di aver trovato uno stratagemma per raccogliere proventi turistici senza pagare le tasse.</p>
<p>Spine. Non è sempre facile riuscire a portare a termine un impegno preso. Acqua. Non è sempre scontato saper innaffiare i propri pensieri. Foglie. Loro ingialliscono cadono e poi rinascono. È la fotosintesi. È la natura. Per l’uomo di questo millennio hanno inventato un prodotto che va decisamente alla grande: il Lexotan!</p>
<p>Non è filosofia spicciola ma considerazioni di chi si ritrova alle prese con la sua seconda grande sfida. Chiudere questo numero è stato più difficile che creare il primo. Perché so che comincia a crearsi una certa aspettativa. Perché ci tengo. Perché quella che era inizialmente un&#8217;utopia si è trasformata in realtà.</p>
<p>Grazie alle vostre parole abbiamo scoperto isole inesplorate. Grazie alle vostre immagini abbiamo conosciuto repubbliche e paesi lontani. Come la tribù dei Saharawi, come le credenze indu, come la pioggia che cade su Tokyo.</p>
<p>Penso alla Repubblica delle Rose che oggi si è trasformata nell&#8217;isola che non c&#8217;è.</p>
<p>Il sogno di Rosa finisce. Quello di “the trip” è appena cominciato.</p>
<p>Valentina Diaconale</p>
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		<title>adrenalina</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2010/02/28/adrenalina/</link>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 13:50:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[acquedotto]]></category>
		<category><![CDATA[adrenalina]]></category>
		<category><![CDATA[free press]]></category>
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		<description><![CDATA[Guardo la mia città. Roma è davvero incredibile. In lontananza spuntano le cupole di  San Pietro. Immagino Piazza Navona e la maestosità dei Fori Imperiali. I vicoli di Trastevere e i sampietrini di rione Monti. Ma è qualcos’altro che cattura la mia attenzione. Il rubinetto ricurvo in ferro, l’acqua che sgorga ininterrottamente, centoventi chili di ghisa che occupano l’angolo del marciapiede. È una delle duemila fontanelle che popolano la Capitale. I cosiddetti “nasoni”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Vociare di sottofondo. Frasi metalliche che annunciano numeri e nomi di tutte le lingue. Rumore di ruote. L’ombrello giallo mascherato da guida che traina frotte di giapponesi. File. Passaporti. La faccia del poliziotto che indica di levarsi le scarpe. Settimana enigmistica, gomme da masticare e perenne sapore di caffè. Il rullo dove scorrono valigie colorate. L’angolo di tappeto per sedersi e riposare.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">L’attesa della partenza ha infinite sfumature. Si crea nelle situazioni più disparate, per le motivazioni più distanti. Ma c’è un comune denominatore che invade ogni viaggiatore: l’adrenalina.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">La stessa adrenalina che da giorni non mi fa dormire. La stessa adrenalina che mi tiene incollata davanti al computer da ore. La stessa adrenalina che ti cattura prima di una partenza.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Un’impresa, un sogno, una sfida. Un viaggio reale e virtuale. Un modo nuovo per raccontare il mondo. Le vostre storie, le vostre esperienze, le nostre storie e le nostre avventure fotografiche racchiuse in un contenitore unico: la rivista che state sfogliando. Una free press bimestrale dove consigli, aneddoti, informazioni, storia, letteratura, design, moda, luoghi, persone e paesaggi vengono trattati come unici, singoli e individuali momenti di vita messi a disposizione dell’intera comunità.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Attraverso il nostro sito (thetripmag.com) affamati di immagini, suoni e odori dell’intero globo vengono messi in contatto con altri che, come voi, guardano e osservano dettagli e curiosità per dividerne l’essenza con chi lo desidera.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">L’adrenalina continua ad aumentare. Sono alla centesima sigaretta e passeggio nervosamente sul mio balcone. Guardo la mia città. Roma è davvero incredibile. In lontananza spuntano le cupole di  San Pietro. Immagino Piazza Navona e la maestosità dei Fori Imperiali. I vicoli di Trastevere e i sampietrini di rione Monti. Ma è qualcos’altro che cattura la mia attenzione. Il rubinetto ricurvo in ferro, l’acqua che sgorga ininterrottamente, centoventi chili di ghisa che occupano l’angolo del marciapiede. È una delle duemila fontanelle che popolano la Capitale. I cosiddetti “nasoni”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Nel 1872, Luigi Pianciani, il primo sindaco dell’Italia unitaria, diede il via all’installazione dei nasoni soprattutto per portare l’acqua potabile alle zone periferiche di Roma che cominciavano ad espandersi. Sfido chiunque sia nato o almeno cresciuto nella città eterna a non ricordarsi di quando si era piccoli e, a spasso con i genitori in uno dei tanti parchi e parchetti della città, ci si trovava di fronte ad un nasone. L’impulso era irrefrenabile. Tappare con un dito la bocca della fontanella e aspettare le urla del parente che si ritrovava inondato dal getto d’acqua schizzato dal foro d’uscita del cannello. O aspettare l’ultimo giorno di scuola per andare a riempire migliaia di palloncini che sembravano fatti apposta per essere attaccati alla bocchetta della fontanella. I preparativi alla guerra dei gavettoni. Un’esplosione di adrenalina.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">La stessa che accompagna “the trip” alla scoperta dei “nasoni” di tutto il mondo, degli angoli nascosti, degli scorci, dei particolari che a volte sfuggono anche ai viaggiatore più attento, ma che non sfuggiranno a noi.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Questa è la sfida. Questo è il sogno. Questo è il viaggio. Fisico e mentale. Da portare a termine insieme, perché con le vostre parole e le vostre immagini abbiamo voglia di dipingere il mondo.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">“the trip” ha deciso di regalarvi i colori primari.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow: hidden;">Metteteci voi il resto.</div>
<p>Vociare di sottofondo. Frasi metalliche che annunciano numeri e nomi di tutte le lingue. Rumore di ruote. L’ombrello giallo mascherato da guida che traina frotte di giapponesi. File. Passaporti. La faccia del poliziotto che indica di levarsi le scarpe. Settimana enigmistica, gomme da masticare e perenne sapore di caffè. Il rullo dove scorrono valigie colorate. L’angolo di tappeto per sedersi e riposare.<br />
L’attesa della partenza ha infinite sfumature. Si crea nelle situazioni più disparate, per le motivazioni più distanti. Ma c’è un comune denominatore che invade ogni viaggiatore: l’adrenalina.<br />
La stessa adrenalina che da giorni non mi fa dormire. La stessa adrenalina che mi tiene incollata davanti al computer da ore. La stessa adrenalina che ti cattura prima di una partenza.<br />
Un’impresa, un sogno, una sfida. Un viaggio reale e virtuale. Un modo nuovo per raccontare il mondo. Le vostre storie, le vostre esperienze, le nostre storie e le nostre avventure fotografiche racchiuse in un contenitore unico: la rivista che state sfogliando. Una free press bimestrale dove consigli, aneddoti, informazioni, storia, letteratura, design, moda, luoghi, persone e paesaggi vengono trattati come unici, singoli e individuali momenti di vita messi a disposizione dell’intera comunità.<br />
Attraverso il nostro sito (thetripmag.com) affamati di immagini, suoni e odori dell’intero globo vengono messi in contatto con altri che, come voi, guardano e osservano dettagli e curiosità per dividerne l’essenza con chi lo desidera.<br />
L’adrenalina continua ad aumentare. Sono alla centesima sigaretta e passeggio nervosamente sul mio balcone. Guardo la mia città. Roma è davvero incredibile. In lontananza spuntano le cupole di  San Pietro. Immagino Piazza Navona e la maestosità dei Fori Imperiali. I vicoli di Trastevere e i sampietrini di rione Monti. Ma è qualcos’altro che cattura la mia attenzione. Il rubinetto ricurvo in ferro, l’acqua che sgorga ininterrottamente, centoventi chili di ghisa che occupano l’angolo del marciapiede. È una delle duemila fontanelle che popolano la Capitale. I cosiddetti “nasoni”.<br />
Nel 1872, Luigi Pianciani, il primo sindaco dell’Italia unitaria, diede il via all’installazione dei nasoni soprattutto per portare l’acqua potabile alle zone periferiche di Roma che cominciavano ad espandersi. Sfido chiunque sia nato o almeno cresciuto nella città eterna a non ricordarsi di quando si era piccoli e, a spasso con i genitori in uno dei tanti parchi e parchetti della città, ci si trovava di fronte ad un nasone. L’impulso era irrefrenabile. Tappare con un dito la bocca della fontanella e aspettare le urla del parente che si ritrovava inondato dal getto d’acqua schizzato dal foro d’uscita del cannello. O aspettare l’ultimo giorno di scuola per andare a riempire migliaia di palloncini che sembravano fatti apposta per essere attaccati alla bocchetta della fontanella. I preparativi alla guerra dei gavettoni. Un’esplosione di adrenalina.<br />
La stessa che accompagna “the trip” alla scoperta dei “nasoni” di tutto il mondo, degli angoli nascosti, degli scorci, dei particolari che a volte sfuggono anche ai viaggiatore più attento, ma che non sfuggiranno a noi.</p>
<p>Questa è la sfida. Questo è il sogno. Questo è il viaggio. Fisico e mentale. Da portare a termine insieme, perché con le vostre parole e le vostre immagini abbiamo voglia di dipingere il mondo.</p>
<p>“the trip” ha deciso di regalarvi i colori primari.</p>
<p>Metteteci voi il resto.</p>
<p>di Valentina Diaconale</p>
<p>illustrazione di Kero</p>
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