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	<title> &#187; interviste</title>
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		<title>il racconto di una vita a colori</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 15:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[franco fontana]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>

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		<description><![CDATA[Raccontare Franco Fontana vuol dire, dopo aver studiato la storia della fotografia, metterla da parte e sentire l’immagine. All’inizio degli anni Sessanta, in un’epoca artistica in cui si abbandonava il colore, mentre in fotografia non aveva ancora canoni estetici e tecnici consolidati, Fontana lo enfatizza, eleggendolo a filtro della propria esperienza personale, a celebrazione dell’io. È il suo codice di lettura della realtà, che esisterebbe ugualmente, ma dopo la sua interpretazione diventa altro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Claudia Bena</p>
<p>Raccontare Franco Fontana vuol dire, dopo aver studiato la storia della fotografia, metterla da parte e sentire l’immagine. All’inizio degli anni Sessanta, in un’epoca artistica in cui si abbandonava il colore, mentre in fotografia non aveva ancora canoni estetici e tecnici consolidati, Fontana lo enfatizza, eleggendolo a filtro della propria esperienza personale, a celebrazione dell’io. È il suo codice di lettura della realtà, che esisterebbe ugualmente, ma dopo la sua interpretazione diventa altro. Attraverso la macchina fotografica, appiattendo la prospettiva con il teleobiettivo, ci restituisce la sua visione. Ed in fotografia l’astrazione è la forma più alta della composizione. Significa vedere il reale e riuscire a sorpassarlo. Come Weston con il celebre scatto al peperone, dare un’identità agli oggetti, eleggendoli a veri e propri soggetti.</p>
<p>Dai suoi primi scatti fino all’ultimo lavoro, dove il suo sguardo si è posato sui monumenti funebri del cimitero monumentale di Genova, la gioia della vita prevale su ogni cosa, compresa l’imponente tradizione cattolica che vede nella morte l’ultimo contatto con chi ci lascia, ed introduce i cimiteri come un potente memento mori. Fontana invece gioca con la morte, in un equilibrio tra Eros e Thanatos che ricorda più la meravigliosa tradizione greca antica. Nelle sue foto c’è tutto, dal cielo, all’orizzonte all’asfalto; dalle ombre alle persone in carne ed ossa fino ai nudi.</p>
<p><strong>Quando ha iniziato a vedere il paesaggio così come lo racconta?</strong></p>
<p>Non serve una chiave per fare fotografia, la realtà esiste, l’astrazione è l’interpretazione del fotografo, una reinvenzione, a differenza della pittura ad esempio. Nella tela la realtà ce la metti tu. Nella fotografia è a portata di tutti. Come con il marmo, puoi farci un posacenere o la Pietà di Michelangelo. Il fine, nell’arte, è rendere visibile l’invisibile. Fotografare è un pretesto, non un mestiere. Soprattutto, è una cancellazione in favore di un’elezione. Pulire, sintetizzare. Dare significato alla forma. Significare la forma per significare la vita, anche rinunciando ad ogni riproduzione della realtà. La cultura è come uno specchio. Ognuno davanti alle opere d’arte capisce solo ciò che sa. E la gente identifica i paesaggi attraverso il mio lavoro. Anche questa è cultura.</p>
<p><strong>Il suo percorso artistico?</strong></p>
<p>La mia non è una professione, ma una realtà di vita. Fare quello che vuoi fare, con la gioia di farlo. Quello che importa è rimuovere la memoria. Continuare a rischiare. Il rischio è la vita. Non ho vissuto di paesaggi. Nei miei scatti vedi tutto. Ci sono le ombre, poi c’è la gente. Ho lavorato anche tanto su commissione.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Nelle sue opere, quanto è testimonianza e quanto reinvenzione?</strong></p>
<p>La mia opera non nasce come testimonianza, ma se ne riappropria ugualmente. È un mezzo per fare arte. Sono foto di pensiero, che non documentano, come la musica. Così come non è necessario conoscere l’uomo per apprezzarne l’opera.</p>
<p><strong>Qual è il suo rapporto con le nuove tecnologie?</strong></p>
<p>L’analogico è archeologia, sotto il punto di vista della praticità, dell’economia e della qualità. Il computer è comunque solo un mezzo. Non c’è il tasto “Picasso”, il tasto “Rembrandt”. Se riesci a fare capolavori con il computer sono ugualmente capolavori. L’importante è metterlo in chiaro. Ad esempio nel mio lavoro “il paesaggio che verrà” io ho creato delle immagini irreali unendo particolari reali presi dal mio archivio di diapositive; diversi luoghi, in diversi momenti della giornata. Basta dichiararlo.</p>
<p><strong>Ci parli del suo ultimo lavoro.</strong></p>
<p>Mi hanno chiesto di fotografare il cimitero monumentale di Genova. Ho accettato la sfida, ma mentre scattavo mi rendevo conto che non stavo concludendo il mio stile. Ad un certo punto vedo dei bassorilievi di un erotismo spaventoso, in cui c’era tutto tranne che la morte. O meglio, a metà tra amore e morte, Eros e Thanatos. Da qui l’idea di “Vita Nova”, una sorta di “Antologia di Spoon River” a Staglieno. Un po’ richiamano i miei nudi, tanto sembrano vivi, e tanto i miei nudi sono classici. L’effetto solarizzato, simile alle rayografie di Man Ray, è dovuto allo strato di polvere che ricopre le statue.</p>
<p><strong>Che importanza dà al suo ruolo di formatore?</strong></p>
<p>Io non sono un insegnante, ma un maestro. Non ho fatto nessuna scuola, quello che trasmetto non sono competenze e conoscenze, ma le mie emozioni e la mia esperienza. Sono acqua di sorgente. Tra i miei alunni c’è chi è predisposto ad accogliere ciò che trasmetto e chi no. Tra tutti, due quelli che più mi sento di sponsorizzare: Alex Mezzenga e Carlotta Bertelli.</p>
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		<title>i giganti dell’acqua</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 14:21:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo nella Campagna Romana, a sud della Capitale, tra il quartiere Tuscolano e Cinecittà, e l’emozione descritta nelle parole del professor Franco Purini appartiene a quel particolare manufatto architettonico che segna inconfondibilmente il profilo della periferia. Stiamo parlando degli Acquedotti romani.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Valentina Diaconale</p>
<p><em>“Benché privi ormai del prezioso liquido che per qualche secolo avevano portato a Roma, i millepiedi murari, altrettanti ponti di infinita lunghezza, erano comunque in grado di ricordare il ciclo dell&#8217;acqua. Le nuvole che solcavano il cielo promettevano un&#8217;acqua che essi non avrebbero più raccolto come vene efficienti, ma l&#8217;essere stati il supporto di veloci torrenti era per loro ancora emozionante”.</em></p>
<p>Siamo nella Campagna Romana, a sud della Capitale, tra il quartiere Tuscolano e Cinecittà, e l’emozione descritta nelle parole del professor <strong>Franco Purini</strong> appartiene a quel particolare manufatto architettonico che segna inconfondibilmente il profilo della periferia. Stiamo parlando degli Acquedotti romani.</p>
<p>Professore ordinario di Composizione Architettonica e Urbana presso la Facoltà di Architettura Valle Giulia a Roma e Direttore del Dipartimento di Architettura e Costruzione, Franco Purini utilizza il disegno come strumento di ricerca, che sfocia in una grande complessità grafica del progetto, oltre che in una carica fortemente simbolica delle sue opere, dense di sfalsamenti ed effetti chiaroscurali.</p>
<p>Nel 2006 è stato curatore del Padiglione italiano alla decima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale a Venezia.<br />
Nel 1966 ha fondato uno studio con la moglie Laura Thermes, affrontando sia questioni di linguaggio architettonico che complessi interventi urbani. Molti dei progetti relativi a città hanno come oggetto il rapporto tra segni permanenti ed elementi mutevoli. La particolare predilezione per la cosiddetta architettura disegnata, ha fatto sì che alcune sue tavole siano conservate presso numerosi musei del mondo.</p>
<p>Allestita nell’unico centro commerciale in Europa con uno spazio espositivo permanente, Cinecittàdue Arte Contemporanea, all’ultimo piano nell’omonimo shopping mall (viale Palmiro Togliatti 2), la mostra “Acquedotti Romani “, da lui ideata e curata, unisce architettura, arte, fotografia e poesia.</p>
<p>Da Santiago Calatrava a Mimmo Paladino, da Gabriele Basilico a Marco Lodoli, trenta architetti insieme ad artisti, fotografi, scrittori, poeti e il musicista Giorgio Battistelli hanno partecipato alla creazione di opere che, come spiega Purini: “<em>dovrebbero consentire di vedere nel passato, nel presente ma soprattutto nel futuro di questi straordinari manufatti che sono gli <strong>Acquedotti romani</strong>, nelle diverse ottiche dell’architettura, della pittura e della scultura, della video arte, della musica, della letteratura e della fotografia”</em>.</p>
<p><em>“Pensare una mostra sugli acquedotti romani</em> &#8211; continua Purini &#8211;  <em>significa leggere, attraverso la loro capacità di costruire il paesaggio oltre la loro essenza tettonica e architettonica, la città di oggi nelle sue contraddizioni, nei suoi aspetti stabili e mutevoli, nella sua singolarità. Assieme a una pluralità di ambiti relativi alla città, gli acquedotti romani suggeriscono una ulteriore sfera di contenuti che comprende i temi del frammento, della vastità, del tempo, dell’acqua, una risorsa che sta divenendo sempre più rara e preziosa, oggetto in questi ultimi anni di complesse strategie globali”.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>“Il Tempo dell’Acqua”, “Un fiume sopra di me, una casa dentro di me”, “Ricordando il Quadraro”. Sono le tue opere esposte in mostra. Che cosa raccontano?</strong></p>
<p>Tra il 1948 e il 1953, prima che mi trasferissi con la mia famiglia a San Lorenzo, gli ampi spazi attorno al Quadraro sono stati per me, per mio fratello e per i miei amici di allora straordinari luoghi dell&#8217;avventura. Prati, marane, canneti, campi coltivati, pareti di tufo sulle quali si aprivano grotte che ospitavano qualche pastore con le sue greggi, case sparse o unite a formare microvillaggi, orti, torri medioevali isolate costruite su fondazioni romane, terrain vague formavano un universo fantastico che non si finiva mai di esplorare.</p>
<p>Era la Campagna Romana come l&#8217;avevano vista e raccontata scrittori come Goethe, Chateaubriand, Stendhal. Generazioni di pittori avevano trovato in quel mondo vuoto e desolato – che più tardi, dopo molte letture, avrei scoperto nella sua dimensione sublime – numerosi scorci da fissare sulla tela.</p>
<p>Tra i molti ruderi che punteggiavano quello spazio sconfinato emergevano gli acquedotti, architetture in marcia verso il centro della città che segnavano ancora, nonostante le molte arcate crollate che ne interrompevano la continuità, una prospettiva spaziale che governava il paesaggio. Con il loro ritmo pieno-vuoto o, se si preferisce, con un&#8217;alternanza positivo-negativo gli acquedotti, soggetti in due modi diversi alla legge di gravità, si presentavano come una sequenza primaria dal carattere musicale.</p>
<p>Leggeri a distanza come aerei trafori si rivelano da vicino potenti nei loro solidi e pesanti pilastri di tufo i quali, più che inquadrare l&#8217;orizzonte lo comprimevano. Sposando l&#8217;archeologia con la metafisica quei nastri forati che si perdevano nell&#8217;atmosfera misuravano il territorio rendendolo ancora più vasto.</p>
<p><strong>Plinio il Vecchio li ha definiti “La più grande meraviglia che il mondo abbia mai visto”. Cosa rimane oggi della bellezza degli acquedotti di Roma inseriti nel paesaggio urbano della periferia?</strong></p>
<p>Negli ultimi decenni gli acquedotti sono stati per così dire assorbiti dalla città, che li vede ormai come semplici ornamenti di una periferia informe e intrinsecamente provvisoria anche se essa è, in realtà, una città oltre la città consolidata da tempo. <strong> </strong></p>
<p><strong>Alessandro Viscogliosi nel testo “L’architettura degli Acquedotti”, contenuto nel catalogo della mostra, scrive: “<em>quando Roma era ancora terra di sperimentazione, se non di conquista, di tutti i linguaggi architettonici mediterranei, gli architetti romani erano già famosi nel mondo come costruttori di acquedotti</em>”. </strong></p>
<p><strong>Oggi qual è il valore simbolico degli acquedotti?</strong></p>
<p>In qualche modo gli acquedotti si sono confusi con lo sfondo casuale di strade e di edifici perdendo la loro vera visibilità, vale a dire quell&#8217;emergenza iconica che li aveva trasformati in autentici simboli. Per questo motivo ho proposto a Stefano Todi di chiedere a questi solenni ruderi, attraverso una mostra ad essi dedicata, di riprendere il loro ruolo di protagonisti di un rinnovato immaginario urbano.</p>
<p>Un immaginario che sembra ermetico e lontano, ma che in realtà è in attesa di ridiventare operante.</p>
<p><strong>La storia degli undici principali acquedotti dell’antica Roma è legata indissolubilmente a quella del territorio che circonda la città. </strong></p>
<p><strong>La storia del Tuscolano come si lega a Franco Purini?</strong></p>
<p>All’inizio degli anni ’50 si stava realizzando il Tuscolano di De Renzi e Muratori.</p>
<p>Non persi neanche un giorno di quello spettacolo suggestivo di gru, di impalcature, di travi e di pilastri che crescevano di giorno in giorno.</p>
<p>Mi ricordo che nel 1951 in una assolata domenica di maggio partecipai all&#8217;inaugurazione del quartiere. Salivo e scendevo per le scale delle torri ascoltando i commenti degli abitati sulle cose di cui avevo appena preso possesso. Mi colpì talmente tanto la gioia che illuminava i volti dei nuovi abitanti, finalmente accecati dalla città, che decisi allora di dedicarmi all&#8217;architettura.</p>
<p>Mi venne in mente allora che tra le case in costruzione e gli acquedotti che le fronteggiavano dovesse esserci un legame. Si trattava di un rapporto misterioso, ma al contempo evidente, che si stabiliva attraverso una sorta di trasferimento semantico dalla serialità delle arcate alle torri che delimitavano il quartiere come pilastri ingigantiti.</p>
<p>Mi sembrava che la ragione per la quale il Tuscolano fosse lì consistesse nella presenza di quei resti maestosi, ai cui piedi si allineavano peraltro piccole case di fortuna, minacciate dai conci sconnessi delle arcate.<strong> </strong></p>
<p><strong>Una galleria d’arte all’interno di un centro commerciale. L’unica in tutta Europa. Perché questa scelta?</strong></p>
<p>Mettere in tensione il mondo affollato e ipercomunicativo di Cincittàdue, il primo shopping mall romano, con gli acquedotti che lo osservano in silenzio, e che per più di un verso gli conferiscono l&#8217;identità che esso possiede, mi è sembrato un obbiettivo da perseguire. Un obbiettivo che a me appare importante e necessario. Spero che la mostra, nella compresenza di diversi linguaggi artistici che essa propone, permetta di raggiungerlo. Sarebbe come ricongiungere Roma moderna alla sua memoria.</p>
<p><strong>“Moncher(ino) e gas di scarico”</strong></p>
<p><em>di Aurelio Picca</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Vidi offuscato e catramoso un Rudere.</p>
<p>Ieri sera vidi travi e denti cadenti</p>
<p>eppure di bestia antica e sonora di luciastre</p>
<p>come dal fondo di laguna.</p>
<p>Era la stessa calce che contemplai</p>
<p>con l’Annunziata sulla via del Quadraro</p>
<p>in una Roma luminosa di cieli,</p>
<p>con la via Appia deserta e l’invito</p>
<p>affinché nessuno più morto,</p>
<p>e tutti ci fermassimo disegnati</p>
<p>sulle lenzuola di don Bosco.</p>
<p>E proprio a vent’anni, ubriaco d’amore</p>
<p>e ribellione, lo rividi quando si sfondarono</p>
<p>la macchina a gas e una nuova nuova</p>
<p>che poi perdemmo al parcheggio, senza trovarla più.</p>
<p>quella fu la festa dell’Acquedotto.</p>
<p>Chiamarono i carabinieri mentre facevo il bagno</p>
<p>in una casa sconosciuta, tra giovani piangenti</p>
<p>e una estate mai goduta per troppa passione.</p>
<p>Da grande mi sposai al Vanvitelli,</p>
<p>ma allora c’era una follia che ho.</p>
<p>E prospera fino a quando anch’io afferro</p>
<p>il moncherino di sassi</p>
<p>e me lo infilo in bocca come la dentiera.</p>

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		<title>è una spiaggia o forse un deserto</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 13:02:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[La cosa che mi ha colpito di più leggendo “Demian Sideheart” è stata la capacità dell’autore di raccontare – incuriosendo - situazioni che potrebbero essere definite “universali” con ciò che di incredibile il protagonista vive nella sua Odissea. I flashback di Demian riferiti all’adolescenza rendono il quadro della sua ricerca completo, senza conoscere il Demian di quegli anni non si potrebbero capire o intuire quelli che sono i ricordi più recenti riferiti alla sua amnesia e quindi alla sua ricerca.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Valentina Diaconale</p>
<p><strong>Demian Sideheart</strong></p>
<p>Neanche a farlo apposta, mi trovavo in mezzo al mare su una barca a vela mentre seguivo con agitazione cosa succedeva nelle ultime pagine del libro. E tra l&#8217;odore di salsedine e il rumore del vento sono rimasta a ragionare sull&#8217;incredibile storia di “Demian Sideheart”, il romanzo d’esordio di Francesco Zingoni, vincitore del Premio Letterario Internazionale Città di Cattolica 2011 (Premio speciale della giuria). Le oltre 600 pagine scritte dal giovane Zingoni, hanno cominciato ad invadere gli scaffali delle librerie italiane più importanti come la Rizzoli, Mondadori e Feltrinelli, grazie all’intraprendenza dell’autore stesso, che dopo aver passato due anni a scrivere le avventure di Demian ha fondato la sua casa editrice (Outsider edizioni) ed ha cominciato la sua opera di diffusione. (<a href="http://www.demiansideheart.it/">www.demiansideheart.it</a>)</p>
<p>La cosa che mi ha colpito di più leggendo “Demian Sideheart” è stata la capacità dell’autore di raccontare – incuriosendo &#8211; situazioni che potrebbero essere definite “universali” con ciò che di incredibile il protagonista vive nella sua Odissea. I flashback di Demian riferiti all’adolescenza rendono il quadro della sua ricerca completo, senza conoscere il Demian di quegli anni non si potrebbero capire o intuire quelli che sono i ricordi più recenti riferiti alla sua amnesia e quindi alla sua ricerca.</p>
<p>Dialoghi, scambio di battute, luoghi e aneddoti che qualsiasi ragazzo o ragazza ha vissuto negli anni concitati della scoperta di sé stessi, quando a quindici anni cominci prima a capire chi sei, di solito ti spaventi e poi decidi chi vuoi essere o diventare. La molla per Demian si chiama Karin, ma credo che ognuno di noi abbia avuto nel proprio percorso la sua molla che ha permesso di fare il difficile salto nell&#8217;età adulta. L&#8217;amnesia ha permesso al protagonista e a noi lettori di rivivere una sorta di adolescenza all&#8217;ennesima potenza.</p>
<p>Quando Demian si sveglia nell&#8217;isola di Horu in mezzo all&#8217;Oceano Pacifico è come se fosse tornato bambino. Deve imparare a parlare, deve conoscere il suo nome, deve scoprire di che pasta è fatto. Quando arriva sulla spiaggia clessidra e il ricordo di Karin torna a far parte di lui (e si riappropria del suo nome), il suo scopo diventa nitido e la ricerca di sé assume dei connotati specifici. Una giustificazione ad andare avanti. Quando ritorna a Taipei e si ritrova in mezzo ai Soul Travellers la tentazione a lasciarsi andare quasi lo trattiene a fermarsi e cedere al moto di autodistruzione che in questo caso definirei più semplicemente sconforto, abbandono, rinuncia che poi però viene spazzato via dall&#8217;ultima fatica. Quando Demian finalmente rincontra la “sua” bodhisattva capisce chi è, e la ricerca si conclude. È diventato un adulto, ha raggiunto il suo scopo ed è pronto a sacrificare se stesso per la persona che ama senza avere più rimpianti, senza paura. (“si aprono le porte del mio cielo, profumo della sconosciuta morte. Ora ho davvero paura”). Una paura legittima perchè riferita alla propria vita, alla propria morte che adesso però è pronto ad affrontare.</p>
<p>Esiste una sorta di magia che accompagna questo estenuante viaggio. La magia delle persone che Demian incontra nel suo cammino. La magia di tutto quello che di incredibile si ritrova ad affrontare. La magia dell&#8217;inedito legato indissolubilmente ad una perenne sensazione di deja vu. Quel sottilissimo confine tra sogno e realtà che accompagna ogni singola pagina del libro e che si conclude in un messaggio di speranza che, almeno io, ho letto nel raggiungimento della serenità, nel completamento di se stessi.</p>
<p><strong>Ricordi il tuo nome?</strong></p>
<p>Qui dove sono ora &#8211; un atollo disperso nel Pacifico Centrale, duemila chilometri a sud ovest di Okinawa &#8211; mi chiamano <em>Mauke Nuha</em>, &#8220;schiena sorridente&#8221;. È a causa della grossa cicatrice che mi solca la schiena, che sembra un sorriso. Ma questo non è il mio vero nome.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p><strong>Chi ti ha dato questo nome? </strong></p>
<p>È un regalo dei nativi dell&#8217;isola. Un popolo eccezionale, che vive ancora secondo tradizioni antichissime, in un modo che noi occidentali giudicheremmo selvaggio. Quest&#8217;isola non appartiene a nessun arcipelago, le isole più vicine distano due settimane di navigazione in <em>wa&#8217;hay</em> (le loro lunghe canoe, dotate di vela e bilanceri laterali). Spesso non è nemmeno segnata sulle carte nautiche tradizionali. Per arrivare qui è indispensabile interpretare un <em>rebbellib</em> (o, come lo chiamano qui, <em>rewe’llib</em>), una fittissima ragnatela di bastoncini di legno incurvati e piccole conchiglie, una complessa carta nautica dove le conchiglie rappresentano le isole e i bastoncini, in base al loro spessore, tracciano le rotte di navigazione oppure i moti ondosi dell’Oceano. Ah, una curiosità: l&#8217;isola si chiama come me, <em>motwy Mauke&#8217;Nha</em>, l&#8217;isola dalla schiena a sorriso, a causa della formazione rocciosa centrale che sembra tracciare la sagoma di un boomerang.</p>
<p><strong>Da quanto tempo sei qui?</strong></p>
<p>Ho trascorso sull&#8217;isola nove mesi. Il tempo per imparare la loro lingua (un mix tra tahitiano e rapa-nui, con però alcuni fonemi unici al mondo e di provenienza misteriosa). Il tempo per farmi addestrare all&#8217;uso della <em>wa&#8217;hay</em> e per tentare di carpire alcuni dei segreti indispensabili per domare l&#8217;Oceano a bordo di queste fragili canoe. Il tempo di diventare uno dei <em>wa’kiydo</em>, i cercatori di perle. Un mestiere davvero durissimo e logorante. All&#8217;inizio sono caduto preda del <em>taravana</em> (qui chiamato <em>tara’wanay</em>), il male dei pescatori di perle. Una febbre epilettica causata dai continui sbalzi di pressione e di ossigenazione del sangue.</p>
<p><strong>Ma cosa ti ha spinto fin qui? Cosa stai cercando?</strong></p>
<p>Questa è una domanda difficile&#8230; Io ho perduto la memoria. Mi sono trovato qui senza ricordi e senza identità. All&#8217;inizio ero come un demente, e la mia vita sembrava confondersi col sogno… Ed è stato proprio un sogno a rivelarmi il primo ricordo. Ho sognato il viso di una donna. E ora sono alla ricerca del mio nome. E del nome di questa donna.</p>
<p><strong>Adesso dove ti trovi?</strong></p>
<p>Nel Galles, a Laugharne. Per arrivare fin qui, da Okinawa, ho dovuto comprare un passaporto falso. Ora mi chiamo Sebastian Haller: questo è il secondo nome fittizio che mi ha dato la sorte. Mi sono lasciato guidare da quel sogno e da una poesia, credendo che avrei trovato qui la nostra casa. Ma non è stato esattamente così. Appena ho messo piede all&#8217;aeroporto di Cardiff e ho sentito parlare in <em>cymraeg</em>… ho capito che questa non era la mia lingua! Eppure questo posto ha qualcosa di familiare. Sento di essere già stato qui&#8230; (<em>Ydych chi wedi bod yma o&#8217;r blaen?</em> Sei già stato qui in passato?).</p>
<p><strong>Laugharne? La città dove è vissuto Dylan Thomas?</strong></p>
<p>Certo, il grandissimo poeta gallese, forse l&#8217;ultimo poeta maledetto. Una personalità tormentata, a tratti comica, sempre eccessiva. Alcolizzato, morì di delirium tremens nel 1959. Qui a Laugharne, dove ha vissuto a lungo, c&#8217;è la sua houseboat, una casa unica al mondo nel suo genere, sospesa sull’estuario del Taf, affacciata su un panorama mistico e pieno di suggestioni. Qui Dylan Thomas ha trovato ispirazione per molte delle sue più affascinanti composizioni, luoghi come <em>St John’s Hill</em> e il <em>Colle delle Felci</em> hanno dato il titolo ad alcune delle sue poesie più note. Robert Allen Zimmerman si ispirò a lui quando adottò il nome d’arte Bob Dylan nel 1961.</p>
<p><strong>Cosa puoi dirmi di quel libro sgualcito che hai tra le mani?</strong></p>
<p>Ah, questo? <em>Era</em> un libro&#8230; ma l&#8217;Oceano ne ha cancellato tutte le pagine. Ci sarebbe una storia lunga da raccontare su questo libro. Per ora posso dirti che con molta fatica ho staccato una ad una le pagine che l&#8217;acqua salmastra aveva incollato tra loro… e l&#8217;ho trasformato nel mio “diario”. Vuoi che ti legga qualcosa? Vediamo… pagina 27:<br />
<em>il polistirolo</em></p>
<p><em>la lana di vetro</em></p>
<p><em>la noia alla prova del vero</em></p>
<p><em>il retrogusto del biglietto del metro</em></p>
<p><em>spesso il male di vivere ho incontrato</em></p>
<p><em>ero io stesso riflesso nelle vetrine sotterranee</em></p>
<p><em>tra Broadway e Bowery, con gli occhi rossi ed enormi</em></p>
<p><em>per l&#8217;hoffmaniano, SuperSimpson sottolingua, ricordi?</em></p>
<p><em>sono passati appena nove mesi ma sembra un&#8217;altra vita</em></p>
<p><em>patton massive attack ist demagogie blasphemie politiki</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>un giorno di tanti anni fa in cui strafatti non riuscivamo più a</em></p>
<p><em>uscire dalla metropolitana e stavo quasi per mettermi a piangere</em></p>
<p><em> </em><br />
Questo libro ha molto a che vedere con Dylan Thomas. Attraverso il ricordo di ciò che un tempo era scritto su queste pagine, ho trovato una guida che mi condurrà nel luogo dove forse ritroverò il mio nome: <em>una spiaggia a forma di clessidra</em>. Una spiaggia senza fine, una proiezione della mia coscienza. Una spiaggia, o forse un deserto.</p>
<p><strong>Ma il tuo viaggio non si è interrotto nel Galles, vero?</strong></p>
<p>No, poi ci sono stati i Soul Travellers. Si tratta di una comune di backpacker, hobo e hippie sulla costa orientale di Taiwan, pochi chilometri a est di Taipei, dentro un ex aerea militare abbandonata. È stata la mia casa per un paio di mesi, il mio rifugio di perdizione, il fragile confine su cui ho vagato in preda alla disperazione, quando infine ho scoperto il mio vero nome. E il <em>suo</em> nome. E il nostro destino. Un segreto così drammatico che la mia mente aveva deciso di tenermelo nascosto, cancellandolo con l&#8217;amnesia. Qui il cerchio si è chiuso. Nascosto in quello che sembrava uno strano volantino scritto in giapponese, trovato chissà come da una ragazza della comune che collezionava &#8220;messaggi nella bottiglia&#8221;, ho trovato <em>il suo ultimo messaggio per me</em>.</p>
<p><strong>Che tipo di messaggio?</strong></p>
<p>Nel Pacifico esiste un tradizione, chiamata Kula, o Cerimonia dei Doni: tutto ciò che viene ricevuto in dono non può essere trattenuto, ma deve essere nuovamente donato, lasciato libero di viaggiare, lungo rotte che diventano spirali senza fine. Così era il suo messaggio: un biglietto che ha vagato per il mondo, che dentro di sé conteneva una molla che lo ha fatto moltiplicare e viaggiare sempre più lontano. Ma, allo stesso un tempo, un messaggio che potevo capire davvero solo io. E infine è arrivato qui, tra le mie dita.</p>
<p>Ieri sera ho scritto una lettera alle persone che amo. Tra poco spingerò in acqua la prua della mia <em>wa&#8217;hay</em>. Così avrà inizio il mio ultimo viaggio.</p>
<p><em>La storia di Mauke Nuha, di Sebastian Haller e dell&#8217;uomo che, prima di ritrovare il suo vero nome, ha attraversato tre continenti vivendo queste due vite fittizie, è la storia raccontata da Francesco Zingoni nel suo romanzo d&#8217;esordio, &#8220;Demian Sideheart&#8221; (Outsider Edizioni, 648 pag.). Un&#8217;Odissea vissuta su un sottilissimo confine tra sogno e realtà che accompagna ogni singola pagina delle avventure di Demian Sideheart.</em></p>
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		<title>la nostra vita nei boschi</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2011/07/05/la-nostra-vita-nei-boschi/</link>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 19:48:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>

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		<description><![CDATA[Tobias Jones (classe ’72) è uno scrittore e giornalista inglese che ha vissuto a lungo nel nostro Paese. Dopo aver pubblicato “The dark side of Italy” (“Il cuore oscuro dell’Italia”), ha visitato diverse comuni d’Europa in un viaggio durato un anno, seguito dalla moglie Francesca e dalla piccola Benedetta, la primogenita, e ha raccolto i suoi racconti in “Utopian Dreams”. Ma non gli è bastato. Da più di un anno porta avanti un progetto radicale e gestisce una “casa famiglia” nei boschi del Somerset, in Gran Bretagna.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Francesca Rosati</p>
<p>Il traffico della mattina, la ricerca del parcheggio, le decine di marche di cereali sugli scaffali dei supermercati, il cellulare di ultima generazione che viene superato da quello di ultimissima generazione, gli iPod, iPhone, iPod touch, iPad, le abbreviazioni negli sms che hanno stravolto la comunicazione, quella vera. Le luci al neon dei negozi che si susseguono in una gara senza limiti, le centinaia di mete possibili per le vacanze estive, i gruppi pop che durano una stagione e hanno un nome già sentito, le tette siliconate, gli zigomi gonfi, i nasi alla francese e le labbra come canotti. Si può scegliere sempre, cambiare ogni cosa, anche noi stessi. Anzi, la società dei consumi ce lo impone. E così sempre più spesso viene la voglia di mollare tutto, alla ricerca di una vita più semplice, lontana dal consumismo sfrenato, possibilmente immersa nella natura. Ma anche lì non è tutto facile.</p>
<p>Tobias Jones (classe ’72) è uno scrittore e giornalista inglese che ha vissuto a lungo nel nostro Paese. Dopo aver pubblicato “The dark side of Italy” (“Il cuore oscuro dell’Italia”), ha visitato diverse comuni d’Europa in un viaggio durato un anno, seguito dalla moglie Francesca e dalla piccola Benedetta, la primogenita, e ha raccolto i suoi racconti in “Utopian Dreams”. Ma non gli è bastato. Da più di un anno porta avanti un progetto radicale e gestisce una “casa famiglia” nei boschi del Somerset, in Gran Bretagna.</p>
<p><a href="http://windsorhillwood.co.uk/" target="_blank">windsorhillwood.co.uk</a></p>
<p><strong>Cosa ti ha spinto a partire per un viaggio attraverso le comuni d’Europa?</strong></p>
<p>La natura sottile, pacchiana, gracchiante e temporanea della vita moderna. Vivere rincorrendo la cosiddetta “fine della storia” in cui sembra che nessuno abbia una risposta critica al modello di questo capitalismo individualistico e hard-core. Volevo cercare delle alternative. L’altro motivo, credo, è stato il mio interesse per la nozione del sacro, la curiosità di scoprire se, quando la religione è il coreografo di una comunità, il luogo funziona meglio di quando il coreografo è il nostro tanto decantato secolarismo.</p>
<p><strong>Nel tuo libro “Utopian Dreams” sostieni che chi vive insieme, ed è soggetto a regole comuni, gode di una libertà che chi vive isolato si sogna. Perché?</strong></p>
<p>La libertà da cui siamo ossessionati in Occidente non è libertà ma schiavitù. Siamo tormentati dall’avere sempre una scelta, senza renderci conto che questo significa non poter mai prendere una decisione, che può sempre essere battuta da un’altra decisione. Nulla è permanente o duraturo. Vogliamo mobilità, e così non mettiamo mai le radici. Vogliamo appartenere a tutto, e così perdiamo qualcosa di molto più importante: l’appartenere ad una cosa sola. Nella vita delle comunità si fanno scelte che possono essere a lungo termine o addirittura permanenti; si rinuncia ai possedimenti; si trova l’appartenenza e il significato, e tutto questo è liberatorio. E con la divisione del lavoro si ha più tempo: ci si prende cura l’uno dell’altro invece di provare a fare tutto da soli.</p>
<p><strong>Ma l’appartenenza a un posto isolato dal resto del mondo non rischia di avere un effetto boomerang sulla propria libertà?</strong></p>
<p>Certo: le comunità possono spesso diventare dei ghetti, dei luoghi di evasione presuntosi ed esclusivi. Possono voltare le spalle al mondo invece di prenderne parte. E poi ci sono fattori più semplici come l’attrazione fisica o la repulsione, il fatto che alcune persone sono irritanti o non hanno un buon odore! I soldi, il sesso e la pulizia sono gli ambiti in cui le comunità falliscono sempre. Bisogna avere livelli più altri di tolleranza rispetto a quando si vive da soli.</p>
<p><strong>Quali sono i pregi e i difetti invece della “casa famiglia” dove hai deciso di vivere nei boschi della Gran Bretagna</strong></p>
<p>Pregi: la gioia di conoscere davvero le persone, di vivere e lavorare al loro fianco. Cercare di aiutare le persone in crisi a superare la crisi e trovare una via d’uscita. La felicità di osservare i bambini che studiano le piante e gli animali. Il fatto che una mano invisibile faccia le pulizie, o accenda il fuoco, o cucini i pasti. La sensazione di star facendo qualcosa di molto semplice ma, speriamo, di anche piuttosto sacro. L’eccitazione dell’avventura di ogni giorno con ospiti inaspettati che vanno e vengono.</p>
<p>Difetti: la mancanza di privacy e di spazio personale. Vivere con persone con le quali non si sceglierebbe altrimenti di abitare. L’incredibile quantità di lavoro da fare. Il fatto che le persone si presentano aspettandosi una comune quando, in effetti, è più una casa famiglia. Le difficoltà economiche. I tanti, tanti, tanti pregiudizi e preconcetti su quello che facciamo.</p>
<p><strong>La natura è predominante: come cambia la qualità della vita?</strong></p>
<p>Siamo convinti che una delle cause principali della depressione epidemica del mondo moderno è la separazione dell’uomo dalla natura. Non si vivono più le stagioni, non si è più collegati con il carburante con cui si scaldano le stanze o con il cibo che è nei nostri piatti. Vivere in prossimità con la natura rende la vita molto più ricca, è più difficile ma tanto gratificante.</p>
<p><strong>Nella vostra “casa” date spazio alla riflessione, alla meditazione, al silenzio?</strong></p>
<p>Siamo una casa cristiana, che offre ospitalità cristiana a tutti senza distinzione di fede o di razza. Ci riuniamo nella nostra chiesetta tre volte al giorno e, di queste, due le passiamo in silenzio. Un silenzio che ci dà pace e privacy, che unisce invece di dividere come fanno le parole. Alcune persone pregano, altre contemplano o meditano. Ci dà ritmo e serenità. Il senso di quello che stiamo facendo qui è più importante del nostro stesso benessere.</p>
<p><strong>Hai preso spunto dal tuo viaggio nelle comuni per creare questo nuovo mondo? </strong></p>
<p>Abbiamo imparato che una comunità ha bisogno di un leader più che di una dozzina di persone che meditano per avere una risposta, e che devi avere delle regole semplici e chiare (siamo una casa “asciutta”, nel senso che non è permesso l’alcol visto che qualche ospite sta combattendo la dipendenza). Ma la cosa più importante che abbiamo imparato è che una comunità esiste solo quando ha uno scopo, se serve a qualcosa oltre che a sé stessa. E si evita di trasformarla in un ghetto se c’è sempre posto per gli  imbucati.</p>
<p><strong>Progetti per il futuro?</strong></p>
<p>Speriamo di convertire un altro fabbricato annesso in modo da creare più spazio per gli alloggi quest’estate. Vogliamo costruire una chiesa di balle di fieno e una sauna di legno, creare uno stagno e mettere su un orto. Abbiamo piantato trecento alberi quest’inverno, e ne abbatteremo parecchi per scaldarci il prossimo inverno. Stiamo cercando di produrre il prosciutto di Parma dai nostri maiali, visto che Francesca è di Parma! Costruiremo un bagno compost all’esterno e un forno di mattoni per la pizza. Stiamo iniziando una piccola industria con delle sedie fatte in casa. Ce n’è da fare!</p>
<p><strong>Insomma, un’esperienza forte e un viaggio dentro sé stessi.</strong></p>
<p>Ho sempre pensato che si possa sperimentare una vera avventura anche stando a casa e dicendo al mondo che la tua porta è aperta. È quello che abbiamo fatto e in un certo modo, dopo anni di viaggi, siamo noi ora ad accogliere i viaggiatori e i viandanti. Stiamo imparando a offrire ospitalità, riposo, scoperte, pace. E questo è un viaggio per noi, vedere il mondo stando a casa, con il bisogno di mettere le radici più che di non averne.</p>
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		<title>Nanga Parbat il divino e la montagna</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 13:38:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[racconti di viaggio]]></category>
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		<category><![CDATA[Himalaya]]></category>
		<category><![CDATA[Nanga Parbat]]></category>
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		<category><![CDATA[Rai Storia]]></category>
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		<description><![CDATA[di Marta Saviane Ovunque nel mondo i monasteri sono arrampicati su alte pareti rocciose, in Andalusia come in Grecia, in Thailandia come nel Bhutan, perché da sempre le montagne rappresentano il confine tra cielo e terra, tra divino e profano. Numerosissimi sono i monti legati al divino, dal Golgota all’Olimpo, dal Sinai all’Ararat. Spesso si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marta Saviane</p>
<p>Ovunque nel mondo i monasteri sono arrampicati su alte pareti rocciose, in Andalusia come in Grecia, in Thailandia come nel Bhutan, perché da sempre le montagne rappresentano il confine tra cielo e terra, tra divino e profano. Numerosissimi sono i monti legati al divino, dal Golgota all’Olimpo, dal Sinai all’Ararat. Spesso si tratta di storie legate al passato, ma molti sono i luoghi dove si crede ancora che le montagne siano sacre. In Pakistan, Tibet e Nepal per esempio diverse popolazioni venerano degli dei che dimorano sulle vette dell’Himalaya, tanto che prima di qualsiasi spedizione alpinistica i locali sono soliti fare un rito propiziatorio rivolto agli spiriti del luogo. Che si sia credenti o meno, insomma, la montagna è un luogo mistico, volto alla riflessione e alla contemplazione. Il simbolo dell’ascesi.<br />
Lo è anche per l’inglese Alfred Mummery, il primo uomo al mondo che nel 1895 tenta la vetta di una montagna sopra gli ottomila metri. Sceglie il Nanga Parbat, il nono gigante del mondo, una montagna bellissima e solitaria incastonata nell’estremo occidente dell’Himalaya, chiamata Diamir, “il re delle montagne”. La sua folle impresa fallisce, ma è proprio con il suo fallimento che inizia la storia di questa montagna. Negli anni ’30 i nazisti, convinti che le origini del loro DNA risiedessero proprio in quelle terre, fanno del Nanga Parbat il loro campo di battaglia, “attaccandolo” per ben cinque volte. Moriranno trentuno uomini. Poi nel 1953 il tirolese Hermann Buhl compie una delle imprese più leggendarie dell’alpinismo: armato solamente di piccozza, macchina fotografica e un maglione di lana riesce a raggiungere la vetta dopo un giorno di cammino in solitaria: &#8220;Si ha l&#8217;impressione di planare sopra ogni cosa &#8211; scriverà poi &#8211; di aver perso ogni contatto con la terra, di essere staccati dal mondo e dall&#8217;umanità. Mi sembra di trovarmi su una minuscola isola in mezzo a un oceano sconfinato”. Ora deve scendere ma è costretto a passare una terribile notte lassù in equilibrio su un ciglio sospeso su una voragine di 4.500 m, lottando con sé stesso per non addormentarsi. Sopravvivrà, entrando così di fatto nella storia.<br />
Vent’anni dopo, il suo capo spedizione, il tedesco Herrligkoffer, tornerà nuovamente in Pakistan per conquistare lui stesso il Nanga Parbat. Ma senza aver fatto i conti con la storia: la notte del 2 giugno 1970 infatti l’altoatesino Reinhold Messner decide di approfittare del bel tempo e parte verso la cima. A seguirlo c’è suo fratello Günther. Riescono ad arrivare in vetta ma una volta lassù Günther inizia ad avere delle fortissime allucinazioni. Quelle quote non sono fatte per l’uomo: sopra i 7.500 m si parla di “zona della morte”. Iniziano a urlare, ma nessuno li può sentire, si sentono in trappola e sono costretti a prendere una decisione che gli sarà fatale: scendere dal versante opposto, più scosceso di quello da cui erano saliti. Camminano per tre giorni, senza cibo né acqua. La loro lotta contro la morte si fa sempre più disperata e, proprio quando ormai sono quasi giunti a valle, Günther viene travolto da una valanga. Reinhold sconvolto vaga per altri due giorni finché viene salvato da due pastori. Ma il freddo ormai gli ha congelato sette dita dei piedi, che in seguito gli verranno amputate.<br />
Il suo destino si lega così a quello del Nanga Parbat dove nel ’78 compie la prima vera solitaria di un ottomila, dal campo base fino in cima. È forse quel giorno che è nato il mito di Messner che pochi anni dopo sarà il primo uomo ad aver scalato tutti i quattordici ottomila della terra. È lo stesso Messner ad affermare oggi che la storia del Nanga Parbat racchiude in sé la storia di tutto l’alpinismo: un lungo viaggio, che attraversa la natura e lo spirito, la solitudine e il coraggio, in un luogo, quello delle montagne, dove &#8211; per usare le parole di Erri De Luca &#8211; “si vede il mondo come era senza di noi e come lo sarà dopo”.</p>
<p>La storia del Nanga Parbat è stata raccontata in un documentario grazie a filmati d’epoca e alla testimonianza di Reinhold Messner, Hans Kammerlander e Nives Meroi che sulle sue pareti hanno compiuto imprese memorabili.<br />
<strong>In onda domenica 12 dicembre </strong><strong>alle 21:00 </strong><strong>su <a href="http://www.raistoria.rai.it/" target="_blank">RaiStoria</a></strong>.</p>
<hr /><strong><img class="alignnone size-full wp-image-2261" title="nives meroi e romano benet" src="http://www.thetripmag.com/wp-content/uploads/2010/12/nives-meroi-e-romano-benet1.jpg" alt="" width="320" height="214" /></strong></p>
<p><strong>lo “stile puro” </strong></p>
<p><strong>di Nives Meroi</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>l’alpinista più forte del mondo</strong></p>
<p>di Marta Saviane</p>
<p>Sono ben quattordici le montagne più alte del mondo, i giganti di roccia e ghiaccio che superano gli ottomila metri. E la friulana Nives Meroi, insieme a suo marito Romano Benet, ne ha scalati ben undici, armata solamente di forza di volontà e una passione sconfinata. Tra le sue conquiste vanta la scalata in soli venti giorni nel 2003 del Gasherbrum II, del Gasherbrum I e del Broad Peak, ma anche la conquista dei due colossi della terra: il K2 e l’Everest. Il suo viaggio alla conquista di tutti gli ottomila del mondo si è però fermato quando l’alpinismo è diventato un fenomeno mediatico fatto di record e spettacolarizzazione. Ma se oggi la prima donna al mondo ad aver vinto tutti i giganti della terra è la sudcoreana Oh Eun-Sun, che nell’aprile del 2010 ha finito la sua collezione con l’Annapurna, Nives Meroi per tutti è ancora la più forte. Perché? Perché da vent’anni si fa interprete di quell’alpinismo “pulito”, ovvero senza l’aiuto di ossigeno, campi fissi e sherpa, che è forse l’unico modo di vivere la montagna per chi la ama davvero.</p>
<p><strong>Nives, lei ha scalato ben undici ottomila, ce n’è uno a cui è particolarmente legata? </strong></p>
<p>Ogni montagna mi ha regalato esperienze diverse. Di certo il Nanga Parbat, in Pakistan, è stato il primo ottomila a “permettermi” di conquistarlo e questo è stato un regalo bellissimo.</p>
<p><strong>È stata la montagna a “permetterglielo”? </strong></p>
<p>Non voglio umanizzare la montagna però sicuramente ti insegna a non considerarti onnipotente. Dopo tante montagne che ho scalato sono arrivata alla consapevolezza che noi uomini possiamo metterci tutta la nostra forza però a un certo punto bisogna dire Inshallah<em> </em>(se Dio vuole).</p>
<p><strong>Tutte le sue grandi conquiste le ha fatte insieme a suo marito, Romano Benet: cosa vuol dire scalare insieme per così tanti anni?</strong></p>
<p>Quando si scala ognuno è isolato nella propria fatica, non c’è molto altro che la concentrazione sul proprio corpo. Eppure sentire che c’è una condivisione dello sforzo e del cammino crea una complicità incredibile. Se io e Romano non avessimo vissuto insieme tutte queste esperienze oggi non riusciremmo a parlare la stessa lingua, non riusciremmo ad avere la stessa visione della vita.</p>
<p><strong>Si è mai sentita svantaggiata per essere un’alpinista donna?</strong></p>
<p>Noi donne ovviamente siamo sfavorite fisicamente. Io però non mi sono mai sentita “inferiore” agli uomini perché noi alpiniste riusciamo a compensare in un’altra maniera: con l’esperienza ho capito che abbiamo più resistenza, più forza psicologica.</p>
<p><strong>Quanto tempo ci vuole per scalare una montagna di ottomila metri?</strong></p>
<p>Una volta arrivati ci vogliono circa venti giorni per acclimatarsi al campo base: il corpo non è abituato a quelle quote, l’aria è completamente rarefatta e questo fa sì che per ogni passo si debba respirare numerose volte. Lassù ogni movimento richiede una fatica incredibile, tutto è uno sforzo di volontà ancor prima che fisico.</p>
<p><strong>Si dice che bisogna bere molto, perché?</strong></p>
<p>Più si sale più il sangue diventa denso e concentrato nelle zone vitali. Per questo bisogna bere almeno quattro litri al giorno, ma è praticamente impossibile perché per fare ogni litro bisogna sciogliere in un pentolino quasi un metro cubo di neve!</p>
<p><strong>A quelle quote la natura sa essere indomabile e implacabile: come vive il pericolo un alpinista?</strong></p>
<p>Lassù si è in balia della natura, ti rendi conto di quanto la vita sia fragile e questo ti insegna a eliminare i pensieri inutili, superficiali, perché c’è poco tempo per scegliere e bisogna fare sempre la scelta giusta.</p>
<p><strong>Cosa si prova ad arrivare in cima a più di ottomila metri?</strong></p>
<p>La gioia è enorme, ma lo è altrettanto la fatica. Non riesci a godere appieno dello spettacolo perché sei esausto e non puoi perdere la concentrazione. La vetta è solo metà del cammino. Ora ti aspetta la discesa. La cosa bella però è che quando arrivi in cima il tuo sguardo non è più uno sguardo di conquista, ma è uno sguardo che abbraccia l’orizzonte: senti di essere un tutt’uno con il mondo che ti circonda.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Per chi non ha la passione dell’alpinismo è difficile capire cosa spinge gli scalatori a sfidare i pericoli della montagna. Può spiegarci qual è il senso dell’alpinismo per lei?</strong></p>
<p>Forse l’alpinismo può sembrare un’attività inutile, così come possono sembrarlo cantare o dipingere. È un’attività libera, un gioco, ma inteso in modo più elevato come lo intendono i bambini, ovvero un’esplorazione del mondo e quindi di se stessi. Per me salire su una montagna è un modo per guardare la realtà da una prospettiva nuova.</p>
<p><strong>Lei è una sostenitrice del cosiddetto “light style”, stile alpino. Cosa vuol dire?</strong></p>
<p>Vuol dire salire una montagna con le sole proprie forze, senza l’aiuto dell’ossigeno, senza fermarsi in campi intermedi attrezzati e soprattutto senza mollare i pesi agli sherpa che così fanno fatica al posto tuo.</p>
<p><strong>Ciò quindi non ha nulla a che vedere con tutti i costanti record che si leggono sui giornali…</strong></p>
<p>Credo che la montagna proietti le idee del suo tempo. Oggi l’alpinismo è spettacolarizzato, non conta più mettere in gioco le proprie forze, non conta più l’avventura in sé ma il risultato. Si usano bombole, sherpa ed elicotteri per arrivare su e poi correre a fare un altro record. Questo è il risultato della nostra società, che è una società ingorda.</p>
<p><strong>C’è una cosa che la montagna le ha insegnato in particolare?</strong></p>
<p>Quando sei lassù la fatica è estenuante. Ti ripeti continuamente “ogni passo è un passo in meno”. Si impara la pazienza, si impara a concentrarsi sulla terra, a fare attenzione ai particolari&#8230; ed è proprio lì che si nasconde la realtà.</p>
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		<title>la ginnastica degli sciamani</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2010/10/26/la-ginnastica-degli-sciamani/</link>
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		<pubDate>Tue, 26 Oct 2010 11:13:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei suoi libri, Castaneda descrive in prima persona la propria esperienza sotto la guida di Don Juan Matus, uno sciamano di etnia Yaqui proveniente dalla Contea di Yuma (Arizona), erede della conoscenza di un lignaggio di veggenti del Messico antico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Maria Capaldi</p>
<p>I registri per l&#8217;immigrazione indicano che Carlos Cesar Arana Castaneda nacque il 25 dicembre 1925 a Cajamarca in Perú. I medesimi registri mostrano che fu la madre, Susana Castañeda Navoa, a dargli il cognome che infatti appare con la ñ in molte dizionari spagnoli, anche se i suoi più famosi lavori riportano una versione anglofona. Nei primi anni Cinquanta Castaneda si trasferì negli Stati Uniti, acquisendone la cittadinanza nel 1957. Studiò all&#8217;Università della California a Los Angeles conseguendo la laurea in Storia dell’arte nel 1962 e il dottorato in Filosofia nel 1973. Con il primo libro “Gli insegnamenti di Don Juan: una via Yaqui alla Conoscenza” del 1968, Castaneda iniziò la carriera di scrittore con il proposito di descrivere il suo percorso di iniziazione allo Sciamanesimo mesoamericano. Tradotti in diciassette lingue, i suoi dodici libri hanno venduto più di otto milioni di copie. Nel marzo del 1973 Castaneda fu oggetto dell&#8217;articolo di copertina del “Time”, che lo descriveva come &#8220;an enigma wrapped in a mystery wrapped in a tortilla&#8221; (“un enigma avvolto in un mistero avvolto in una tortilla”). Da quella data e fino al 1990, Castaneda si sottrasse all&#8217;attenzione pubblica.</p>
<p>Nei suoi libri, Castaneda descrive in prima persona la propria esperienza sotto la guida di Don Juan Matus, uno sciamano di etnia Yaqui proveniente dalla Contea di Yuma (Arizona), erede della conoscenza di un lignaggio di veggenti del Messico antico. Castaneda scrive che egli fu individuato da Don Juan Matus come in possesso della configurazione energetica del &#8220;nagual&#8221;, termine usato per descrivere quella parte della percezione che appartiene alla sfera del non conosciuto e ancora non conoscibile dall&#8217;uomo, a cui spesso Castaneda fa riferimento come &#8220;realtà non ordinaria&#8221;. Parla anche dell’uso di piante allucinogene, in particolare del Peyote e della Datura, usate per raggiungere la conoscenza. Ma, spiega, queste servono solo agli inizi, quando la mente non è abbastanza fluida. In seguito vanno evitate perché possono danneggiare la sfera luminosa di emanazioni del corpo energetico, così come il corpo fisico.</p>
<p>Oggi è Reni Murez, apprendista del Nagual Castaneda, a raccontarci il lavoro del suo maestro che ha inventato la Tensegrità, la ginnastica degli stregoni fatta di “passi magici”.</p>
<p><strong>In cosa consiste la conoscenza di cui parla Castaneda?</strong></p>
<p>La conoscenza che il lavoro di Carlos Castaneda ha reso disponibile a tutti, riguarda principalmente il fatto che la nostra percezione, il modo in cui normalmente vediamo il mondo, è artefatta, socializzata e condizionata dentro di noi. Se ognuno di noi facesse con sobrietà e disciplina il passo necessario per espandere la sua percezione, allora potrebbe trovare strati sopra strati, mondi sopra mondi, che pure esistono in ogni momento, ma per poterne diventare consapevoli abbiamo bisogno di un addestramento. I veggenti del Messico antico suggeriscono che questa visione espansa è disponibile in ogni momento, perché proviene da una parte di noi stessi con cui siamo sempre connessi &#8211; la nostra natura o il nostro essere energetico. Quello che bisogna fare è imparare a fare i passi necessari per coinvolgere questo altrimenti nascosto aspetto di noi stessi.</p>
<p><strong>Che cos’è la Tensegrità?</strong></p>
<p>È la versione moderna di questa pratica degli sciamani dell’antico Messico, che attualmente insegna i principi di percezione espansa lungo tre principali linee: i Passi Magici, o movimenti del corpo e tecniche di respirazione che, quando vengono praticati, aiutano a spostare la nostra percezione e aggiungono consapevolezza energetica alla nostra consapevolezza fisica; l’arte della Ricapitolazione, in cui l’individuo rivede molte scene salienti della propria vita, prima nella loro natura fisica e sensoriale e poi nella loro natura energetica; e infine le pratiche del Sognare, ovvero di trascorrere lunghi periodi di tempo nella consapevolezza espansa. Tutte queste pratiche stimolano continuamente la percezione dalla propria natura energetica, aumentandola o espandendola.</p>
<p><strong>Quale beneficio possiamo trarre dalla Tensegrità nella nostra vita quotidiana?</strong></p>
<p>Il piacere e l’accrescimento di avere il proprio “pieno” di energia disponibile, piuttosto che una parte di essa. Con la pratica continua della Tensegrità, gli stimoli sensoriali &#8211; colori, suoni, sapori &#8211; diventano più ricchi, i pensieri e le decisioni più chiare e dirette, le emozioni sobrie invece che esasperate ed isteriche. E si percepisce interiormente &#8211; psicologicamente come anche energeticamente &#8211; un profondo senso di benessere, una conoscenza interiore di quale potrebbe essere la prossima e giusta azione da intraprendere nel corso della nostra vita.</p>
<p><strong>In cosa consistono le arti dell’“Agguato” e del “Sognare” degli antichi veggenti del Messico?</strong></p>
<p>“Sognare”, come abbiamo già detto, è lo stato di consapevolezza espanso che proviene dall’essere in contatto cosciente con il nostro aspetto energetico, ed avviene sia mentre siamo svegli sia quando siamo addormentati. “L’Agguato” è l’arte che ci permette di cambiare le nostre vecchie abitudini ed aprirci a nuove possibilità, che possiamo impiegare in modo da mantenere questo nuovo stato. Per esempio scoprire il modo migliore per me per cominciare<em> </em>la giornata da sveglio ed iniziare la notte da addormentato, sapere come approcciarmi a questo con autorità durante la veglia e il sonno, come negoziare meglio i termini nel mio giorno da sveglio e la notte dormendo etc. Qualunque cosa impariamo da svegli o da addormentati la trasferiamo immediatamente nell’altro stato, perché, per i veggenti del Messico antico, la veglia e il sonno sono un continuum senza interruzione della coscienza, se solo impariamo i metodi per trattarli come tale.</p>
<p><strong>È possibile ampliare la nostra percezione e “vedere” l’energia direttamente, così come fluisce nell’universo?</strong></p>
<p>Quello che è difficile da capire è che tutti noi vediamo l’energia in ogni momento con la nostra natura energetica, solo che il nostro essere socializzate non è stato addestrato per includere questo contributo quotidianamente, minuto per minuto. Chi è che non ha mai avuto un’esperienza di conoscenza anticipata di qualcosa che sarebbe successo e poi, qualche ora o giorno dopo, è avvenuta? O una “reazione a pelle” riguardo a una persona appena conosciuta che poi si è rivelata corretta? Questi, come altri avvenimenti, sono il risultato dello stimolo della nostra natura energetica &#8211; quella parte di noi stessi che vede o legge l’energia istantaneamente e immediatamente senza conoscenza preconcetta. La pratica costante della Tensegrità, o la pratica costante del porre l’attenzione su queste parti nascoste di noi stessi, ci permette di vedere, alla fine, più e più eventi astratti e per molto più tempo.</p>
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		<title>Fashion East</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2010/10/20/fashion-east/</link>
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		<pubDate>Wed, 20 Oct 2010 15:25:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[moda, tendenza & Co.]]></category>

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		<description><![CDATA[La designer in questione si chiama Éva Nyìri e non viene, come sarebbe più che scontato aspettarsi, da Parigi o da Londra. Eva è ungherese ed ha studiato alla Moholy-Nagy University of Art and Design di Budapest, scuola che non gode certamente della fama internazionale delle prestigiose scuole inglesi ma che, visti i risultati, sarà sicuramente altrettanto valida.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.margretblog.com/wordpress/" target="_blank">Marianna Kuvvet</a></p>
<p>Qualche tempo fa mi sono imbattuta casualmente nel lavoro di una giovane designer, a mio modesto parere un’interessante promessa del mondo della moda. La designer in questione si chiama Éva Nyìri e non viene, come sarebbe più che scontato aspettarsi, da Parigi o da Londra. Eva è ungherese ed ha studiato alla Moholy-Nagy University of Art and Design di Budapest, scuola che non gode certamente della fama internazionale delle prestigiose scuole inglesi ma che, visti i risultati, sarà sicuramente altrettanto valida.</p>
<p>La collezione che Éva ha realizzato come tesi di laurea, dal sedicente nome “Black on Black: versatile women’s jackets”, si compone di quattro avanguardistiche giacche da donna, ovviamente nere. Ciascun pezzo rappresenta in realtà una diversa interpretazione della stessa silhouette, alla quale di volta in volta viene dato un carattere diverso, cambiandone la lunghezza, la chiusura, enfatizzando le zone del corpo più sensibili, come per proteggerle con una corazza. Chiari sono infatti i richiami alle armature dei Samurai o dei robot, ma non solo. La giovane designer ha tratto ispirazione da una miscela di film e musica, da Dune a Blade Runner, da Ghost in the Shell a The City of Lost Children e Terminator, passando per i Portishead. Anche la scelta del colore nero non è casuale, serve infatti a mantenere l’attenzione focalizzata esclusivamente sulle forme e sulla silhouette, senza distrarre e confondere con colori accesi.</p>
<p>Le creazioni di Éva, architettonicamente complesse, sono sicuramente molto femminili, ma al tempo stesso hanno la forza di un guerriero che ha bisogno di proteggere il proprio corpo dalle aggressioni esterne. Sono state proprio la forza e la teatralità di queste creazioni a colpirmi immediatamente. Oltre a questo, oltre al suo lavoro, di Éva mi ha sicuramente incuriosito la nazionalità. Com’è la moda ungherese? Io sinceramente non ne ho mai sentito parlare. Dell’arte neanche. Effettivamente dei personaggi importanti li hanno avuti anche lì, ma considerato che la maggior parte di questi è composta da fisici, matematici o Premi Nobel dai nomi praticamente impronunciabili forse il personaggio ungherese più famoso di tutti i tempi è Houdini. Oltre ovviamente a Ilona Staller.</p>
<p>Da questa mia curiosità è nata l’idea di chiedere direttamente a Éva di dirmi qualcosa di più riguardo l’Ungheria, la sua scena creativa e, ovviamente, il suo stesso lavoro.</p>
<p><strong>Sei nata e vivi tuttora in Ungheria. Io non ci sono mai stata.. perché non mi dici tre motivi per cui dovrei visitare il tuo paese?</strong></p>
<p>Tre buone ragioni per visitare l’Ungheria… Allora: sicuramente il buon cibo, i party fantastici e i club (la gente qui sa come divertirsi!), e ovviamente la bellezza delle nostre città.</p>
<p><strong>C’è invece qualcosa che a te piace in modo particolare?</strong></p>
<p>Ciò che mi piace di più della vita qui è che ovunque si vada si incontrano sempre persone conosciute, facce amiche. Ci si sente sempre a casa.</p>
<p><strong>Pensi che la tua vita da fashion designer sarebbe stata più semplice se fossi nata in un altro paese, magari in Inghilterra a Londra?</strong></p>
<p>Sicuramente se fossi cresciuta e avessi studiato in una città dinamica e stimolante come Londra avrei avuto vita più facile. Non sto dicendo che avrei dovuto lavorare e faticare meno, assolutamente, ma sicuramente una città come Londra mi avrebbe offerto più opportunità.</p>
<p><strong>Secondo la tua opinione, l’Ungheria è un posto interessante dal punto di vista artistico? </strong>Assolutamente si! È un paese molto vivo dal punto di vista artistico e molte delle persone che fanno parte della scena ungherese vorrebbero, e meriterebbero, che il loro lavoro venisse riconosciuto in tutto il mondo. L’artista ungherese che preferisco in assoluto è senza dubbio Gabor Miklos Szoke, che fra l’altro per un certo periodo ha studiato anche in Italia, a Milano.</p>
<p><strong>In generale, c’è un designer che ti ha particolarmente ispirato?</strong></p>
<p>Più di uno. Ho sempre amato Viktor &amp; Rolf e Vivienne Westwood.</p>
<p><strong>Qual è secondo te la capitale della moda al giorno d’oggi?</strong></p>
<p>Non credo in realtà che ne esista una. Ogni posto ha la sua bellezza e il suo fascino, è interessante a suo modo. Non riuscirei a scegliere una città in particolare in base a questo o a quell’altro specifico motivo.</p>
<p><strong>Stai prendendo in considerazione l’idea di spostarti e lasciare l’Ungheria?</strong></p>
<p>In realtà non ci ho ancora pensato, ma se mai dovessi farlo sceglierei ovviamente Londra. Ho avuto l’opportunità di vivere e studiare lì per un breve periodo e l’ho semplicemente amata!</p>
<p><strong>Dicci qualcosa riguardo la tua collezione “Black on Black: versatile women’s jackets”.</strong></p>
<p>È senza dubbio una collezione molto importante per me – la più importante finora. Riflette il mio mondo interiore.</p>
<p><strong>Puoi descrivere il tuo lavoro in tre parole?</strong></p>
<p>È molto femminile ma casual… E al tempo stesso ha sempre un non so che di virile.</p>
<p><strong>Come ti vedi fra dieci anni?</strong></p>
<p>Fra dieci anni starò ancora facendo ciò che amo!</p>
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		<title>l’uomo che sussurrava ai leoni</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2010/07/27/l%e2%80%99uomo-che-sussurrava-ai-leoni/</link>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 16:37:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Per i leoni non è un addestratore. È un amico. Perché lui non li istruisce: li alleva, ci gioca, ci fa il bagno, li coccola come fossero dei gattini, si avvicina persino ai cuccioli sotto lo sguardo permissivo delle leonesse.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Francesca Rosati</p>
<p>Per i leoni non è un addestratore. È un amico. Perché lui non li istruisce: li alleva, ci gioca, ci fa il bagno, li coccola come fossero dei gattini, si avvicina persino ai cuccioli sotto lo sguardo permissivo delle leonesse.</p>
<p>Kevin Richardson, appassionato ed esperto zoologo sudafricano, studia il comportamento dei sovrani della foresta ormai da anni, e ne custodisce trentotto esemplari – tutti nati in cattività – nella sua tenuta privata a Johannesburg.</p>
<p>Lo abbiamo incontrato per stanare le sue paure ma, ammettendo che esistano, non le abbiamo trovate.</p>
<p><strong>Come nasce la tua passione per i leoni?</strong></p>
<p>Il mio amore per i leoni nasce nella mia infanzia, quando sfogliando i libri rimanevo affascinato da loro e dagli altri animali africani. In realtà non esistono manuali o corsi da frequentare per interagire con i leoni come faccio io: si impara sbagliando e con l’esperienza.</p>
<p>Il primo incontro con due leoni risale a più di dieci anni fa e questa lunga storia d’amore ancora prosegue.</p>
<p>Quando si osserva il mio lavoro, bisogna tenere a mente che tutti i leoni con cui ho a che fare li conosco da quando erano cuccioli. Costruiamo i nostri rapporti nel corso degli anni e quindi il fatto che crescendo diventino dei bestioni pericolosi non va considerato perché il legame è già saldo quando sono piccoli e innocui.</p>
<p><strong>Cuccioli o no, come si fa a vivere con quaranta leoni dentro casa?</strong></p>
<p>Ci tengo a precisare che gli animali non sono di mia proprietà: io sono un mero custode. Sono stato molto fortunato nel riuscire a creare un’area protetta dove ospitare gli animali con cui lavoro in modo così intimo. Le licenze ed i permessi per tenere grandi carnivori sono – giustamente &#8211; molto rigide perché la loro custodia non deve mai essere presa a cuor leggero.</p>
<p>Il mantenimento e la cura di questi animali incide drasticamente sulle spese mensili. Dentro casa tengo solo gli animali che hanno bisogno di cure ventiquattrore su ventiquattro, e la maggior parte di loro sono cuccioli. Detto questo, cerchiamo di non far moltiplicare i nostri animali in cattività usando la pillola contraccettiva.</p>
<p><strong>Riesci a distinguere ognuno dei tuoi leoni? </strong></p>
<p>Sì, sono decisamente tutti diversi e riesco a distinguerli come un padre con i suoi figli! Ognuno ha il suo ruolo e io interagisco con loro come se fossi parte della loro società, senza bisogno di addestrarli.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Non hai paura che ti possano aggredire e uccidere?</strong></p>
<p>Potenzialmente sì. È vero, potrebbero farmi del male. Ma è un rischio che son disposto a correre perché il nostro legame arricchisce sia la mia vita che la loro.</p>
<p>Ma come ho spiegato, il rapporto che ci lega diminuisce drasticamente questi pericoli. E poi, la vita di tutti i giorni non è sempre piena di rischi?</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Cosa pensa la tua famiglia del tuo lavoro?</strong></p>
<p>Mia moglie mi ha sempre appoggiato e mio figlio, di appena sette mesi, credo farà altrettanto. Non si preoccupano per me, per la mia incolumità, perché sanno che sono molto attento e non farei mai nulla per mettere in pericolo la mia vita o quella degli animali.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Hai contatti con altre specie di animali o il leone ha l’esclusiva?</strong></p>
<p>Interagisco con la maggior parte delle specie africane, ad esempio con le iene. Al momento non è mia intenzione lavorare con quelle esotiche, ma amo tutti gli animali e se dovesse presentarsi l’occasione potrei prenderla in considerazione.</p>
<p><strong>Vedere le tue foto mi ha fatto pensare al video del leone Christian e dei suoi padroni, John Rendall e Ace Berg. Ma quindi è vero che i leoni sono fedeli come i cani e hanno la memoria degli elefanti?</strong></p>
<p>Il Re della foresta ha parecchie caratteristiche e qualità ma fedeltà e memoria non rientrano tra queste.</p>
<p>Il caso di Christian in realtà ha una spiegazione molto semplice: un leone di due anni è molto socievole e quindi si eccita quando incontra delle persone che non vede da un anno. Credo che la situazione sarebbe stata molto diversa se Christian fosse stato un leone maturo.</p>
<p><strong>Immagino che il tuo particolare lavoro ti abbia portato parecchia popolarità.</strong></p>
<p>Si, in effetti ho molte persone che si sono appassionate al mio lavoro e che mi seguono con costanza. Quest’anno poi, oltre ad avere i “miei” personali tifosi, a loro si sono uniti anche tutti quelli che si sono organizzati per la Coppa del Mondo che si sta giocando qui in Sudafrica. E i Mondiali di calcio sono diventati un’occasione in più per venire a trovare me e i miei leoni.</p>
<p><strong><em>the lion whisperer</em></strong></p>
<p><em>by Francesca Rosati</em></p>
<p><strong><em>Where does your love for lions come from? Did you undertake any studies before approaching them?</em></strong></p>
<p><em>My love of lions comes from a young age, where I held a fascination of them and other African animals that I read about in books. I got the opportunity to meet two lions over a decade ago and the love affair has continued ever since. There is no book or course that one can study to interact with the lions the way I do. It is a trial and error plus experience basis.</em></p>
<p><strong><em>Tell us about your first approach? How did it come to your mind to go so close to the most dangerous animal of the jungle? How did you prepare for that?</em></strong></p>
<p><em>One must realize all the lions I work with I have known from a young age. This means that we develop our relationships over long periods of time and therefore the fact that they grow into these big creatures doesn’t really enter into the equation because the relationships are built from an early age.</em></p>
<p><strong><em>And from there on? How did you come to own about forty lions in your private estate? How do you nourish and take care of them? What are the costs for their maintenance? Do you need particular permissions or licenses to keep such animals “at home”?</em></strong></p>
<p><em>I always advocate that I don’t own the animals I am merely their custodian. I was fortunate to be able to set up a conservancy to house the animals that I work with intimately. The licenses and permissions are stringent to keep large carnivores as they should be. The keeping of large carnivores should never be entered into lightly. The upkeep care and maintenance of such a facility can costs huge amounts of money on a month to month basis. I do not keep large carnivores at home unless they are in need of twenty four hour care which is normally the case with youngsters. However, having said that we try actively not to breed large carnivores in captivity by use of contraceptive pill.</em></p>
<p><strong><em>Are you able to tell your lions apart? Does each one have different looks and personalities?</em></strong></p>
<p><em>Yes, the most certainly do and I can tell them apart as a father would his child.</em></p>
<p><strong><em>Tell us about your ways of training and playing around with them.</em></strong></p>
<p><em>I do not train lions I merely interact with them as if I was part of their society.</em></p>
<p><strong><em>Aren’t you afraid that they could hurt you involuntarily, even by greeting you or playing with you? And, even more, aren’t you scared that, being wild animals, they could attack you?</em></strong></p>
<p><em>In life there are always risks. However, the relationships that I have forged with the animals that I work with minimalizes the risks. Potentially I could get hurt but this is a risk I am willing to take as the relationships that I have enriches both their lives and mine.</em></p>
<p><strong><em>What makes you overcome these fears?</em></strong></p>
<p><em>I have no fear of the animals that I work with</em></p>
<p><strong><em>Do you have a family? What do they think about it?</em></strong></p>
<p><em>Yes I do, I a wife and a son of 7 months old. They do not worry about what I do as they know I am careful and would not do anything to put my life or the lives of the animals at harm.</em></p>
<p><strong><em>Do you have “relationships” only with your lions or even with other specimens, maybe in other parts of the world? How about with other felines or species?</em></strong></p>
<p><em>I interact with most African carnivores and animals. I do not make it my mission to interact with exotic animals however I love all animals and should the opportunity arise I might consider it.</em></p>
<p><strong><em>Tell us about your fans. This year there will be the World Cup in your country; many people will come to greet you. Are you planning anything special?</em></strong></p>
<p><em>I have fans which have made special arrangements whilst on their trip during the World Cup to come and visit me.</em></p>
<p><strong><em>Your photos reminded me of the video of Christian the lion and his masters, John Rendall and Ace Berg. Your story confirms that these animals have a strong sensibility. Is it true that they are faithful like dogs and have a memory like elephants?</em></strong></p>
<p><em>In my opinion lions are not faithful and they do not have a memory like elephants. In the case of Christian the lion, a two year old lion is very gregarious and outgoing and would therefore be excited to see someone who it hasn’t seen for a year. I think the situation might have been very different should Christian have been a mature male lion.</em></p>
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		<title>l’ultimo dei Nukak</title>
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		<pubDate>Wed, 26 May 2010 17:24:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[documentario]]></category>
		<category><![CDATA[Eczone]]></category>
		<category><![CDATA[Nukak Maku]]></category>
		<category><![CDATA[Rebecca Vespa]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Laurenzi]]></category>

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		<description><![CDATA[Video maker, autore di format e packaging TV, regista e autore televisivo per caso. Roberto Laurenzi voleva fare il pilota aeronautico, ma si scopre daltonico a diciasette anni e il sogno finisce lì. Un anno fa parte alla volta della Colombia. Deve realizzare la puntata pilota di un serial TV dal titolo “ECZONE, i luoghi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Video maker, autore di format e packaging TV, regista e autore televisivo per caso. Roberto Laurenzi voleva fare il pilota aeronautico, ma si scopre daltonico a diciasette anni e il sogno finisce lì.</p>
<p>Un anno fa parte alla volta della Colombia. Deve realizzare la puntata pilota di un serial TV dal titolo “ECZONE, i luoghi del conflitto ambientale”. Si ritrova nel bel mezzo dell’Amazzonia, in luoghi dove si consumano vere e proprie guerre silenziose. Esperto di tematiche socio &#8211; ambientali, Roberto ci racconta quella che lui definisce “un’esperienza che muove un idea”. Ciò che non c’era, ciò che si pensava fosse soltanto astratto e non rappresentabile, di incanto si materializza. E diventa immagine.</p>
<p><strong>Che cos’è “ECZONE”?</strong></p>
<p>Oggi si parla molto di ambiente. È diventato un tema trasversale che riguarda questioni economiche, energetiche, e dunque politiche e sociali.</p>
<p>Quello di cui si parla meno è la reale scomparsa</p>
<p>di ciò che dovrebbe essere considerato patrimonio dell&#8217;umanità, e per il quale ad oggi non esiste ancora alcuna forma giuridica di tutela.</p>
<p>Insieme a Laura Greco, presidente dell&#8217;associazione “A SUD”, abbiamo sviluppato un progetto per documentare in forma audiovisiva, quei luoghi dove ambiente e diritti umani si intrecciano per essere calpestati insieme. “ECZONE, le zone del conflitto ambientale”, nasce per raccontare quelle aree buie del pianeta dove si consumano conflitti silenziosi. “ECZONE” è il luogo di una scoperta. Vissuta attraverso l&#8217;esperienza del viaggio.</p>
<p><strong>Perché hai scelto di raccontare la Colombia?</strong></p>
<p>Sapevo poco o nulla della realtà di quel paese. Quando si pensa alla Colombia, si pensa al narcotraffico, alla guerriglia, alle Farc, ai rapimenti che hanno riempito le pagine dei nostri giornali. Sono quarantasei anni che in Colombia si consuma quella che viene considerata la guerra più lunga della storia contemporanea.</p>
<p>Io, Laura e il nostro operatore Alessandro Peticca, abbiamo seguito una delegazione delle Nazioni Unite che nel luglio del 2009 ha effettuato una missione di verifica sulla violazione dei diritti umani nel paese, e insieme a James Anaja, il delegato ONU, abbiamo incontrato le comunità indigene colombiane per raccogliere dichiarazioni e testimonianze. È cosi che siamo entrati in contatto con la complessa rete della società civile colombiana. Quando la delegazione ONU ha concluso il suo mandato noi siamo rimasti per proseguire il nostro viaggio. Abbiamo raggiunto Narino, nella parte sud-orientale del paese al confine con la foresta amazzonica, dove nel 2008 dopo sei anni di sequestro venne liberata Ingrid Betancourt. Ed è solo quando siamo giunti in questo luogo che ho capito la ragione del viaggio. La necessità di raccontare storie che sembrano appartenere ad un altra epoca.</p>
<p>E sopratutto la necessità di raccontare come queste storie sono direttamente collegate alla nostra realtà.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>In Colombia esistono 102 popolazioni indigene. Trentadue sono a rischio di estinzione. Perché?</strong></p>
<p>“Non c&#8217;è peggior strategia di sterminio che mettere un popolo alla fame..” questa la dichiarazione di Luis Evelis Casama presidente alla ONIC (organizzazione nazionale indigena colombiana) una delle organizzazioni della società civile che ci ha assistito in Colombia.  E questo è quanto accade.</p>
<p>Le popolazioni indigene, in base alle convenzioni internazionali, hanno per diritto la proprietà di vasti territori della foresta amazzonica. Ma gli ultimi indiani d’America sono anche gli inconsapevoli guardiani di un autentico forziere: petrolio, oro, gas, acqua, legname. Con il pretesto della lotta al narcotraffico, si distruggono le basi della sussistenza alimentare e le popolazioni locali sono costrette ad abbandonare i loro territori. In particolare la Colombia ha varato una riforma agraria che tende a trasformare il paese nel secondo produttore mondiale di biocombustibili. Alla base delle strategie militari colombiane c’è il Plan Colombia, varato nel 2000 dall’amministrazione BUSH. Il piano puntava a sradicare il narcotraffico attraverso pratiche di fumigazione di glifosato, una sostanza che sterilizza la vita vegetale della foresta, con l’obiettivo di sradicare le coltivazioni di coca. In realtà in base alle testimonianze raccolte questa pratica rappresenta una scusa per contaminare interi territori, distruggere la base alimentare per intere popolazioni e procedere in questo modo alla coltivazione intensiva di monocolture per biocombustibili. La conseguenza è che la coltivazione di coca in Colombia è aumentata per stessa ammissione dell’ONU, e le zone distrutte invece hanno indotto allo sfollamento di intere comunità. Su un altro fronte invece agisce la guerriglia che accusa gli indigeni di essere collaboratori dell’esercito.</p>
<p>Tutto questo produce sfollamento, sradicamento culturale e perdita di identità. Questo è quanto accade alle comunità indigene colombiane.</p>
<p><strong>Quali sono state le testimonianze che avete raccolto?</strong></p>
<p>Abbiamo incontrato il popolo Nukak Maku, gli ultimi nomadi della foresta amazzonica. Vedere affiorare i loro volti e i loro sguardi dall’ombra della foresta è stata una emozione indescrivibile. I villaggi sono accampamenti improvvisati, che consistono in capanne di legno ricoperte da foglie, arredate essenzialmente da amache di corda. Un’immagine mi ha colpito particolarmente: una nukak distesa su un’amaca con lo sguardo fisso nel vuoto mentre sfogliava una rivista di moda. La rappresentazione dell’estremo contrasto di una civiltà condannata all&#8217;estinzione. La comunicazione è praticamente impossibile, non parlano spagnolo e la loro antica lingua è conosciuta solo da alcuni missionari impegnati nell’attività di assistenza. La vita nei villaggi è incentrata quasi esclusivamente sul cibo, quello che riescono a procurarsi dalla foresta come vegetali, frutta e scimmie.</p>
<p>Non sapevo nulla di questa civiltà prima di questo viaggio e quel che ho visto è stato un popolo ridotto alla fame che lentamente sta scomparendo.</p>
<p><strong>Come si comporta il governo nei confronti di questi popoli?</strong></p>
<p>La cosa che più mi ha colpito è stata l’indifferenza delle autorità locali. In base alle testimonianze che abbiamo raccolto il comportamento dell’esercito regolare, della guerriglia armata o dei gruppi paramilitari non è molto differente nei confronti di questo popolo. Ci hanno raccontato di violenze e assassini da parte dell’esercito regolare, che accusava gli indigeni di essere complici della guerriglia. Questo è il caso di un’azione militare in un campo indigeno AWA che ha portato all’uccisione di 17 indigeni, tra cui 6 bambini, accusati dall’esercito colombiano di essere complici dei guerriglieri.</p>
<p><strong>Non è previsto nessun piano di assistenza?</strong></p>
<p>Gli unici interventi di assistenza vengono dal mondo delle associazioni, come A SUD che ha sviluppato diversi progetti di cooperazione e assistenza per queste popolazioni.</p>
<p>Una in particolare è stata quella di fornire una barca messa a disposizione di un medico missionario per raggiungere i villaggi più estremi lungo il fiume.</p>
<p>Una lancia completa di tutto e pronta alla navigazione, alla quale però manca il carburante che avrebbe dovuto fornire l’autorità locale. La lancia  non ha mai visto il fiume per mancanza di benzina. Le autorità locali non intendono fornire il carburante. Il medico si dispera. I nukak muoiono di malattie fino a poco tempo fa a loro sconosciute.</p>
<p><strong>Hai trovato particolari difficoltà a livello politico – istituzionale nell’attraversare queste zone di conflitto? </strong></p>
<p>Le istituzioni in Colombia sono rappresentate dalla presenza militare, che è ovunque. E malgrado la Colombia sia una democrazia, ci sono cose che non sono ben viste. Come riprendere con una telecamera.</p>
<p>Poco prima del nostro viaggio proprio nella valle del Cauca dove abbiamo documentato la condizione dei lavoratori della canna da zucchero, sono stati arrestati ed estradati alcuni giornalisti francesi, per aver documentato uno sciopero dei lavoratori che rivendicavano una domenica di riposo ogni 15 giorni. Anche noi abbiamo partecipato ad una riunione clandestina dei lavoratori (in Colombia i lavoratori della canna da zucchero non possono riunirsi in associazioni sindacali). Con la loro guida abbiamo filmato i campi di canna da zucchero e visitato i villaggi in cui vivono. Baracche di legno ricoperte di plastica prive di qualunque servizio di base.</p>
<p><strong>Da cosa nasce la passione per il lavoro di documentarista? </strong></p>
<p>Quello che cerco di fare nel mio lavoro, non è tanto raccontare i luoghi e i fatti in sè e per sè, ma il modo in cui questi sono collegati tra di loro. Come eventi e distanze, apparentemente scollegate, vivano invece in una realtà interconnessa, in una continua alternanza di cause ed effetti che agiscono e vivono grazie ad una “soggettività”: quella del viaggiatore. Quello che cerco di raccontare è l’invisibile legame che unisce le tante sfaccettature del reale, attraverso l’esperienza del viaggio e della scoperta, che diviene consapevolezza e si fa racconto.</p>
<p>È da qui che nasce la passione.</p>
<p><strong>Come si è concluso il progetto di “ECZONE”?</strong></p>
<p>Il progetto ECZONE, si è concretizzato con la realizzazione di un film che è stato presentato a diversi editori, di cui per opportunità non faccio i nomi. Per alcuni si tratta di un progetto di denuncia troppo forte per la linea editoriale delle TV commerciali nazionali, per altri invece si tratta di un progetto troppo vasto per il quale è necessaria una coproduzione internazionale in grado di sostenerlo.</p>
<p>Per questa ragione abbiamo affidato la gestione dei rapporti di coproduzione ad un distributore europeo che nel mese di aprile ha presentato ECZONE al mip TV di Cannes. Da qui è emerso l’interesse e la disponibilità ad una coproduzione europea per la versione seriale di ECZONE.</p>
<p>di Rebecca Vespa</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>il re del deserto</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 17:55:16 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Max nasce come sportivo estremo nell’arrampicata e nello sci alpinismo, ma la sua passione è correre da solo in mezzo al deserto, dove le temperature sono proibitive e le condizioni di vita estreme.  Veneto di nascita, vive tra Pordenone, Roma e la Penisola Araba.  Parla, legge e scrive in arabo ed è un profondissimo conoscitore della cultura del Medio Oriente e del mondo islamico in tutti i suoi aspetti. Max Calderan è tra quegli uomini che hanno superato il confine più estremo, quello che ogni giorno impedisce a molti di noi di essere veramente liberi: il condizionamento, la paura, la convinzione di non potercela fare.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Max, tu hai attraversato i deserti di tutto il mondo, e da sempre la corsa è una tua grande passione. Come nasce l’amore per una disciplina  così estrema?</strong></p>
<p>Quello che mi ha spinto a sostenere prove così dure è il desiderio di sperimentare ciò che non è stato ancora tentato e di portare più in là il limite delle capacità umane<em>.</em> Non amo definire sport quello che faccio ma esplorazione estrema, soprattutto dell’anima. Liberare il potenziale della nostra mente significa far esplodere l’energia che è in ognuno di noi. Questa è ora la mia missione: rendere consapevoli quante più persone possibile della loro grandezza e delle loro enormi capacità inespresse.</p>
<p><strong>Hai attraversato a piedi i deserti inesplorati arabi. Quanti chilometri riesci a percorrere e in quanto tempo?</strong></p>
<p>È difficile calcolare una media: la durata di ogni traversata dipende soprattutto dal tracciato. In Oman ho percorso 437 km in novanta ore:</p>
<p>per 270 km ho corso su pietraie appuntite, poi per 80 km</p>
<p>ho affrontato la sabbia finissima del deserto e infine un terreno misto. Lo scorso dicembre ho percorso 150 km in ventiquattr’ore nel deserto del Sinai, dal Golfo di Suez, dove Mosè divise le acque, fino al Monastero di Santa Caterina: un tracciato non battuto ma fato di pietre, rocce, sabbia e saliscendi molto impegnativi e temperature che nelle ore notturne si avvicinavano a zero gradi.</p>
<p><strong>Che tipo di preparazione segui per poter sostenere prove così impegnative?</strong></p>
<p>Non seguo tabelle di allenamento né uso un cardiofrequenzimetro,<strong> </strong></p>
<p>non assumo carboidrati e sono contrario a qualunque tipo di integratore. Quando sono in Friuli, tra le mie montagne, corro in pantaloncini corti a petto nudo anche a – 10 gradi e poi mi immergo nelle acque gelide dei torrenti. Occorre avere, innanzitutto, una forte condizione fisica che però va ricercata non solo nell’esercizio, ma anche nella vita di tutti i giorni. Se controlli il tuo corpo puoi andare oltre: la prima vera sfida è quella di superare i condizionamenti e le sovrastrutture che normalmente ci limitano.</p>
<p><strong>Ad accompagnare le tue corse hai solo un GPS per orientarti e nessuna assistenza medica. Ma come fai a nutrirti e a riposarti?</strong></p>
<p>Riesco a correre quasi ininterrottamente grazie a micro cicli di sonno di 20-25 minuti. Mi nutro di farine, latte in polvere, frutta energetica come i datteri e integratori alimentari. Ma soprattutto ricorro a un trucco: sfrutto tutto il potenziale del mio dna. Originariamente, l&#8217;uomo riusciva a percorrere chilometri senza cibo né acqua: noi possediamo lo stesso patrimonio genetico, quindi abbiamo un potenziale, inespresso, ma che si trova dentro di noi. Per ottenere determinati risultati basta recuperare la nostra memoria genetica e eliminare tutte le barriere culturali che ci condizionano.</p>
<p><strong>Con l’allenamento e la forza di volontà si riescono a superare sonno, fame e fatica. Ma come si fa a resistere alle temperature torride del deserto che superano i cinquanta gradi?</strong></p>
<p>Io mi sono sottoposto a un test genomico, un esame che permette di individuare i difetti del nostro dna e migliorare il nostro benessere anche con semplici gesti quotidiani. Tutto è nato da un incontro con la ricercatrice Liane Maria Ledwon che vive e opera in Toscana. Il risultato del test? Sono un uomo comune. La differenza sta nella mente: io sfrutto la capacità del nostro corpo di abituarsi a qualsiasi condizione climatica. E questo possono farlo tutti.</p>
<p><strong>Ti è mai capitato di trovarti in difficoltà?</strong></p>
<p>Ovviamente sì, ma io ho eliminato dal mio vocabolario le parole problema, difficoltà, ostacolo, e le ho sostituite con opportunità. Rimanere senz&#8217;acqua, trovarsi un serpente dentro il sacco a pelo, vedersi puntare contro un mitra a un check point sono le occasioni più grandi che ci possano capitare nella vita: solo in quei momenti si può comprendere quanto valiamo e quanto poco influenti siano le cose materiali se abbiamo trovato il nostro equilibrio interiore.</p>
<p><strong>A breve partirai per una nuova traversata desertica. Quale sarà il percorso?</strong></p>
<p>Completerò il coast to coast del Sinai, sulle orme del profeta Mosè: la mia prossima traversata vedrà la presenza delle telecamere che documenteranno la vita dei beduini nella loro quotidianità.</p>
<p><strong>Hai dovuto attraversare anche territori segnati da conflitti e con una situazione geopolitica precaria: quali sono gli ostacoli che hai incontrato a livello politico-istituzionale?</strong></p>
<p>Non ho avuto il permesso per entrate nella striscia di Gaza: la politica ha impedito l&#8217;accesso a questo territorio. In generale, però, devo dire che sono stato ricevuto con grande accoglienza da tutti i paesi arabi. Ho incontrato capi di stato e delegazioni di varie nazioni, mentre l&#8217;Italia, salvo rare eccezioni, si è dimenticata di un italiano impegnato in una traversata, senza fini di lucro, svolta in zone a rischio: un’impresa per quella gente che soffre e che ha tanto bisogno di pace e amore.</p>
<p><strong>Qual è il messaggio che vuoi portare con queste tue imprese?</strong></p>
<p>Io voglio portare l’amore e la pace tra i popoli: nel nome di Dio si ama e non si uccide. Molti mi giudicano un pazzo perché attraverso da solo deserti inesplorati, ma pazzi sono coloro che non fanno nulla per cambiare il mondo e renderlo un posto migliore. Non sono un sognatore, sono un uomo che crede.</p>
<p><strong>Quali sono i ricordi più emozionanti delle tue avventure ?</strong></p>
<p>Quelli legati agli incontri con le persone: ciò che mi colpisce maggiormente sono gli sguardi e gli occhi delle persone che ancora nutrono speranze per il futuro, malgrado le sofferenze e le pene che patiscono da anni. La follia di alcuni uomini non ci deve far dimenticare che viviamo tutti sulla stessa terra e che ciò che ci rende forti è l’amore.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Quali sono i prossimi progetti?</strong></p>
<p>Ad aprile uscirà il nuovo libro, “La Forza Dentro”, pubblicato dalla casa editrice Macro e tradotto in quattro lingue, e a dicembre partirò per un’impresa mai tentata prima, la traversata del deserto dell’Empty Quarter (Rub Al-Khali) in Arabia. Si tratta dell’ultimo luogo totalmente inesplorato del nostro pianeta, fatto di sola sabbia e incognite, dove gli stessi beduini, anche con una guida esperta, si rifiutano di entrare. Mi accompagneranno mia moglie Krista, il mio punto di riferimento, e il nostro bambino, il piccolo Aissa che ha cinque mesi. Sarà davvero una grande avventura!</p>
<p><a href="http://www.crossingemptyquarter.com/">crossingemptyquarter.com</a></p>
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