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	<title> &#187; moda, tendenza &amp; Co.</title>
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		<title>la Tomatina</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 19:45:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[moda, tendenza & Co.]]></category>
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		<description><![CDATA[È risaputo che gli innamorati durante qualche lite a volte si tirino dietro i piatti, i bicchieri o anche le valigie quando l’altro non vuole saperne di andare via. Che ci fosse qualcuno che partisse in macchina, in treno o in aereo per andare a tirare i pomodori addosso a qualche sconosciuto, io proprio non ne avevo idea. Ma non si finisce mai di imparare.
Anche se, come per tutte le leggende, ci sono varie versioni dei fatti, tutti sembrano concordare che questa storia abbia origini abbastanza remote…]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Anna Mastrolitto<br />
foto di Dmitry Dudin</p>
<p>È risaputo che gli innamorati durante qualche lite a volte si tirino dietro i piatti, i bicchieri o anche le valigie quando l’altro non vuole saperne di andare via. Che ci fosse qualcuno che partisse in macchina, in treno o in aereo per andare a tirare i pomodori addosso a qualche sconosciuto, io proprio non ne avevo idea. Ma non si finisce mai di imparare.<br />
Anche se, come per tutte le leggende, ci sono varie versioni dei fatti, tutti sembrano concordare che questa storia abbia origini abbastanza remote…<br />
C’era una volta, nella lontana estate del 1944 in una località della Spagna vicino Valencia chiamata Buñol, un gruppo di ragazzi che, offeso dal non essere stato selezionato per la sfilata della festa del paese, decise di organizzare un agguato a base di salsa di pomodoro e altri ortaggi contro i partecipanti dei carri. Senza volerlo quei ragazzi spagnoli hanno lanciato una moda che oggi è diventata un appuntamento fisso per tutti coloro che per almeno un giorno all’anno hanno voglia di tornare bambini. Dal 1959, infatti, la Tomatina è diventata parte delle feste ufficiali del paese e ha fatto di Buñol una delle località più famose della Spagna, dove durante l’ultimo mercoledì di agosto si danno appuntamento migliaia di Peter Pan in arrivo da tutto il mondo. I cinesi, che non vogliono mai farsi mancare nulla, hanno anche replicato l’iniziativa in varie città della Cina scatenando l’ira di un gruppo di sociologi, economisti e giornalisti che pensano che l’evento possa generare un impatto negativo per i valori sociali del paese, dove buttare il cibo è un tabù.<br />
A Buñol, invece, la festa della Tomatina, oltre ad avere un impatto economico positivo sul turismo e a scatenare il buon umore, porta anche benefici salutari ai partecipanti e al paese. Le strade, dopo essere state ripulite dai pompieri, grazie all’acido naturale contenuto nei pomodori appaiono più brillanti che mai. E come se non bastasse, il succo di pomodori con le sue vitamine risulta essere un vero toccasana per la pelle.<br />
Una volta terminata la battaglia dei pomodori, si può partecipare ad altre attività con la possibilità di vincere gustosi premi come il jamon serrano, messo in palio per chi riesce a salire fino in cima all’albero della cuccagna unto con il grasso del prosciutto!</p>
<p><strong>QUALCHE CONSIGLIO:</strong><br />
Da organizzare: un weekend a sorpresa per il vostro partner. Anche se in quei giorni andrete molto d’accordo, nel momento del primo lancio di pomodori vi ricorderete tutti i motivi che durante l’anno vi hanno fanno perdere i lumi della ragione.<br />
Da indossare: scarpe chiuse, vestiti vecchi e maschera da sub.<br />
Da non dimenticare: una macchina fotografica resistente all’acqua.<br />
Da non mettere in valigia: i pomodori, il Comune ne distribuisce circa 120 tonnellate.<br />
Prima di tornare a casa: fermatevi a Valencia per mangiare l’autentica paella.</p>
<p>Buon divertimento!</p>
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		<title>Total Black Magic</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 19:40:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[moda, tendenza & Co.]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno dei sostenitori di questa scelta è l’inglese Gareth Pugh, le cui collezioni sono inevitabilmente e continuativamente dominate dal nero, sporadicamente interrotto dall’altro non colore per eccellenza, il bianco. La decisione del designer di eliminare l’elemento colore è collegata alla teatralità e drammaticità delle sue creazioni, all’eccessività delle forme che vengono quasi bilanciate e giustificate dal nero, il quale d’altra parte dà loro forza e carattere. E proprio forza e carattere sono confermati dall’altro elemento prediletto di Pugh, ossia il triangolo, antico simbolo di potere. La figura geometrica si discosta e contrasta la forma naturale del corpo della donna, donando tensione e rigidità alla silhouette femminile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marianna Kuvvet<br />
foto di Greta Pompei</p>
<p>Tempo fa mi è capitato di leggere l’affermazione di un illustre personaggio del mondo della moda italiana che definiva la scelta del nero come la più facile e scontata. Tale affermazione mi è rimasta impressa e, pur non volendo peccare d’arroganza, mi permetto di dissentire.<br />
Se da una parte per chi lo indossa il nero può superficialmente sembrare la scelta più ovvia e banale (e sottolineo “può” sembrare), dall’altra il designer che decide di abbracciare il total black decide di privarsi di un elemento fondamentale, per l’appunto il colore, puntando su forme, tagli, sovrapposizioni, asimmetrie e materiali. Un tessuto non sarà mai dello stesso nero di un altro così come due designer degni di essere chiamati tali non creeranno mai due abiti neri uguali.<br />
Non solo. La scelta del non colore, intesa anche ma non esclusivamente come predisposizione per il dark look, è espressione di un modo di pensare, di una concezione estetica ben precisa.<br />
Uno dei sostenitori di questa scelta è l’inglese Gareth Pugh, le cui collezioni sono inevitabilmente e continuativamente dominate dal nero, sporadicamente interrotto dall’altro non colore per eccellenza, il bianco. La decisione del designer di eliminare l’elemento colore è collegata alla teatralità e drammaticità delle sue creazioni, all’eccessività delle forme che vengono quasi bilanciate e giustificate dal nero, il quale d’altra parte dà loro forza e carattere. E proprio forza e carattere sono confermati dall’altro elemento prediletto di Pugh, ossia il triangolo, antico simbolo di potere. La figura geometrica si discosta e contrasta la forma naturale del corpo della donna, donando tensione e rigidità alla silhouette femminile.<br />
Altro fautore dell’acromatismo è lo svedese Richard Soedeberg, mente creativa che si cela dietro il brand Obscur, il cui nome già la dice lunga sulla filosofia dominante le creazioni del designer. Obscur racchiude in sé tutta l’essenza dei paesaggi austeri e affascinanti del Nord Europa, la loro cultura crepuscolare e misticheggiante. Soedeberg esprime la volontà di donare un’anima agli abiti e si distingue per la meticolosa ricerca e complessità della costruzione tecnica dei suoi pezzi, caratterizzati da destrutturazione, particolari removibili e modificabili. I materiali usati sono rigorosamente naturali, dal lino al cashmere, dalla pelle alla lana, e le forme e i tagli ricordano le creazioni di Rick Owens e Ann Demeulemeester.<br />
Proprio quest’ultima può e deve essere considerata un’altra illustre “maestra del nero”. Da oltre venti anni lo considera un punto di partenza, la base di ogni sua creazione, lo scheletro di quella che sarà l’architettura finale di un abito. Abile a dare al non colore tutte le sfumature e la profondità che questo può assumere tramite l’utilizzo di diversi materiali quali pelle, piume e tessuti, la designer belga ha definito il nero come “pura poesia, il più bello e misterioso dei colori”. In fin dei conti, ha detto tutto lei.</p>
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		<title>good morning</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2012/01/16/good-morning/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 19:31:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[moda, tendenza & Co.]]></category>
		<category><![CDATA[gastronomia]]></category>
		<category><![CDATA[rice pudding]]></category>
		<category><![CDATA[ricette]]></category>

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		<description><![CDATA[Quel che vedo è rosso. Il rosso intorno a me. Ovunque è permeato di rosso. È il mio colore preferito. Non potevo sperare di meglio. Sarà che siam fatti di sangue. Ed il sangue è rosso. Sarà che da sempre è sinonimo di sensualità, passione, calore e come nella pubblicità così in cucina è l’arma vincente. Che maleducato, non mi sono neanche presentato. Il mio nome è Rubio, Chef Rubio. Mi chiamo Gabriele e, sì, sono un cuoco.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><strong>&#8230;il mattino ha l’oro in bocca</strong></div>
<p><br/></p>
<div id="_mcePaste">testo e foto di Gabriele Rubini</div>
<div id="_mcePaste">Quel che vedo è rosso. Il rosso intorno a me. Ovunque è permeato di rosso. È il mio colore preferito. Non potevo sperare di meglio. Sarà che siam fatti di sangue. Ed il sangue è rosso. Sarà che da sempre è sinonimo di sensualità, passione, calore e come nella pubblicità così in cucina è l’arma vincente. Che maleducato, non mi sono neanche presentato. Il mio nome è Rubio, Chef Rubio. Mi chiamo Gabriele e, sì, sono un cuoco. Sarà forse per tutto questo che vedo rosso. Sarà perché la natura in maniera neanche troppo implicita con il rosso ci comunica da sempre attenzione, son bello, mangiami, bevimi, strizzami, strappami… insomma fa qualcosa ma mettimi dentro di te che ti faccio bene. O sarà semplicemente per il fatto che ho passato troppo tempo con gli occhi chiusi rivolti al sole. Cretino che sono. Ogni mattina la stessa storia. Ma non è colpa mia se prima di alzarmi fisso l’interno delle palpebre illuminate dal sole fantasticando sui viaggi fatti e su quelli che farò. Spalanco di colpo gli occhi e nient’altro che il bianco. Flash. Bianco. Flash. Ancora un bellissimo bianco. Assurdo come il bianco possa nascondere dietro il suo candore una vasta gamma di colori. C’è chi lo definisce un non colore. Pazzo. Il bianco è IL colore. Il bianco è purezza. È candore. È poesia mai uguale. Il bianco è una delicata vernice che protegge i colori più caldi nascosti nei frutti dell’avvenire. La neve non è forse questo? Una delicatissima ma durevole protezione per qualcosa che sboccerà? Trasformandosi in acqua diventa un fiume di musica per il risveglio della natura e dei suoi colori. E nel bianco dell’inverno su ogni tavola con conserve, frutti, salse dai colori accesi, si ricerca il colore. Il colore del calore. Quello che riscalda il cuore e appaga i sensi. Che riporta alla memoria il caldo e la vivacità di un’estate ormai passata. Che col pensiero ci proietta alla primavera che presto tornerà. Il bianco è l’essenza del tutto. Il mio bianco, il mio tutto, sta cominciando a sciogliersi. Gli occhi si stanno abituando. Dalla coltre di bianco luce comincio a vedere del blu. L’Oceano pacifico. Ho sete, dove cazzo ho messo l’acqua? Eccola. Ora una macchia enorme gialla. L’Australia. Mmmm. Scrambled eggs. Perché mi son scordato di comprarle? Ok basta ripassare a memoria la piantina del planisfero. Tanto sta lì da anni, è ormai un tutt’uno col soffitto, non si sposta. Alza ‘sto culone che si parte. Per dove? Boh. India? Messico? Laos? Naaaa&#8230; Mi infilo una ciabatta. Liscio l’altra e continuo verso la cucina sorridendo. La mia professoressa di greco un giorno venne con due scarpe sinistre in classe. Io posso andare quindi in giro “spaiato”. Com’era il Kazakistan? Ah, arancione. Ho voglia di una spremuta d’arancia. Metto due fette a tostare nel frattempo. Marmellata di fichi pronta. Clack! L’argento del coltello splende sotto i miei occhi. Fa che sia rossa. Fa che sia rossa. Taglio. È rossa. &#8216;Sto rosso mi perseguita. Tlin. Il pane è pronto. Spalmo. Addento. E mentre mastico guardo fuori. La luce tagliata del sole invernale mi piace. Anche se non è calda è fantastica. Ecco che sensazione mi dà. Di uno scatto fatto con una 35 mm compatta. Spremo verso bevo. Richiudo il barattolo dal contenuto giallo verdastro. Torno nel regno del planisfero. Mi fermo. Non c’avevo mai fatto caso. Non c’è il nero. Il nero è come il bianco. È la sua nemesi. Senza l’uno non esisterebbe l’altro. Il pazzo dice che è assenza di colore. Il pazzo non sa che il nero li contiene ed ingloba tutti quanti. E credo che debba smettere di produrre planisferi incompleti. Mi vesto con la calma di un sicario. Prendo il mio rotolo dei coltelli nero. I pantaloni neri. Le scarpe anch’esse nere. Giacca da lavoro… bianca. Ao’, faccio lo chef, mica ‘r becchino.</div>
<div id="_mcePaste"><a href="http://www.rubiochef.com/" target="_blank">rubiochef.com</a> &#8211; <a href="http://www.fishechip.com/" target="_blank">fishechip.com</a></div>
<div id="_mcePaste"><strong>RICE PUDDING</strong></div>
<div id="_mcePaste">ingredienti: 160 gr riso, 60 cl latte, 5 gr gelatina in fogli, 5 cl acqua, 40 gr di zucchero, 1 Bacca di vaniglia,1 pizzico sale, 25 cl panna da montare, 500 gr frutti di bosco freschi (o frutti di bosco congelati)</div>
<div id="_mcePaste">procedimento:</div>
<div id="_mcePaste">Intiepidire il latte in un pentolino e scaldarlo per 10 min con la bacca di vaniglia in infusione senza mai portarlo al bollore, quindi togliere la bacca, alzare la fiamma e cuocere per circa 20 min  a fuoco medio il riso. Mentre si sta cuocendo, ammollare i fogli di gelatina in acqua fredda. Al riso cotto aggiungere ora i 30 gr di zucchero, il sale ed unirvi anche la gelatina ben strizzata cominciando a mescolare con spatola fino a raffreddare il tutto. Montare la panna con i restanti 10 gr di zucchero ed incorporarla al riso. Adagiare in uno stampo, dove avrete messo sul fondo i frutti di bosco. Prima di servire far raffreddare in frigorifero per circa 4 ore (l&#8217;ideale sarebbe farlo la sera prima)</div>
]]></content:encoded>
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		<title>booming Brazil</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2011/07/29/booming-brazil/</link>
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		<pubDate>Fri, 29 Jul 2011 12:40:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[moda, tendenza & Co.]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>

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		<description><![CDATA[In questo momento vorrei essere in Brasile. Chi non vorrebbe? Abbandonare il caos, la pioggia ed il cielo grigio di Londra per le spiagge e i colori brasiliani. Stranamente, però, la prima cosa che mi viene in mente pensando al paese sudamericano non è il carnevale, non è il cliché della samba, non è il calcio. Sono i BRIC. Reminiscenze dei miei stimolanti studi economici.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marianna Kuvvet</p>
<p>foto di Carlotta Cerulli</p>
<p>In questo momento vorrei essere in Brasile. Chi non vorrebbe? Abbandonare il caos, la pioggia ed il cielo grigio di Londra per le spiagge e i colori brasiliani. Stranamente, però, la prima cosa che mi viene in mente pensando al paese sudamericano non è il carnevale, non è il cliché della samba, non è il calcio. Sono i BRIC. Reminiscenze dei miei stimolanti studi economici. Brasile, Russia, India e Cina, accomunati dall’estensione del territorio, dalla numerosità della popolazione e dell’abbondanza delle risorse naturali, nonché da un’importante crescita del PIL all’inizio del XXI secolo. Una noia mortale. D’altra parte sono queste caratteristiche che hanno portato il Brasile ad essere terreno fertile per la creatività indigena e fonte di opportunità per quella estera. Il mondo della moda rappresenta a pieno la situazione economica generale della nazione: nessuna via di mezzo, o si è ricchi o si è poveri, o si spendono quattrocento dollari per una t-shirt o pochi centesimi. I luxury brand più famosi si sono affrettati ad invadere il mercato brasiliano e i designer locali si sono fatti strada nelle riviste e sulle passerelle internazionali, supportati da una nazione profondamente orgogliosa e per lo più autosufficiente, che incoraggia il proprio commercio, la propria produzione, i propri artisti.</p>
<p>Fra questi ultimi sicuramente rappresentativo è Alexandre Herchcovitch, il cui marchio di fabbrica, dei teschi che lo stilista fa costantemente comparire sulle proprie creazioni, hanno rappresentato un vero e proprio simbolo della gioventù brasiliana negli anni ’90. Le sue creazioni nascono in Brasile ma hanno conquistato le capitali della moda mondiale. Herchcovitch ha presentato sulle passerelle newyorchesi una collezione invernale che vede una donna elegante e classica, quasi rigorosa, ma al tempo stesso ultra femminile, originale e moderna. D’altra parte il designer è da sempre abile nel conciliare l’inconciliabile, riuscendo a rendere innovativo ciò che è semplice, moderno ciò che è classico e tradizionale. I toni sono principalmente quelli sobri del nero, del grigio scuro e del sabbia, interrotti e valorizzati da interi abiti o piccoli particolari di un acceso giallo acido.</p>
<p>Altri nomi bandiera della moda carioca sono quelli di Gloria Coelho e Reinaldo Lourenço. Lei, quasi sessantenne, da tre decenni crea abiti ricercati caratterizzati da forme e volumi originali e futuristici. Lui, classe 1960, ha iniziato la propria carriera come assistente della stessa Coelho. Il legame fra i due va, però, ben oltre l’ambito lavorativo, sono infatti sposati e hanno un figlio, Pedro Lourenço, a sua volta stilista e già paragonato nientedimeno che a Nicolas Ghesquière. Quando si dice buon sangue non mente. Il giovane Lourenço può facilmente essere definito un piccolo genio della moda, con la prima collezione creata per Carlota Joakina in occasione della San Paolo Fashion Week nel 2003 all’età di dodici anni (si, dodici) e la propria griffe lanciata a due anni di distanza a Parigi. Oggi le sfilate di Pedro vedono personaggi del calibro di Anna Dello Russo e Carine Roitfeld affollare le prime file. La collezione AW12 è a dir poco impeccabile e rende chiaro il motivo del paragone con il direttore creativo di Balenciaga. Sembrerà sicuramente curioso il fatto che nel novanta per cento dei casi le giovanissime promesse del mondo della moda abbiano dei cognomi importanti, ma stavolta il talento è lampante. Pedro Lourenço, prima di iniziare a disegnare le proprie collezioni, ha collaborato con Lanvin e Vogue Brazil e probabilmente è in grado di manipolare il tempo, poiché ad oggi ha solo vent’anni. Potendo scommettere sul futuro della moda brasiliana io punterei su di lui. Sarebbero soldi facili.</p>
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		<title>fashion is a london thing</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2011/05/09/fashion-is-a-london-thing/</link>
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		<pubDate>Mon, 09 May 2011 21:18:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[moda, tendenza & Co.]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>
		<category><![CDATA[alexander mcqueen]]></category>
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		<category><![CDATA[east london]]></category>
		<category><![CDATA[fashion]]></category>
		<category><![CDATA[londra]]></category>
		<category><![CDATA[Marianna Kuvvet]]></category>

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		<description><![CDATA[La moda a Londra è ovunque. Passeggiando durante il weekend per uno qualsiasi dei mercati di East London, da Spitafield a Brodway Market, bisogna farsi largo fra blogger, dai più famosi Facehunter e Pelayo a centinaia di studenti delle rinomate scuole di design della capitale inglese, fotografi e cool hunter improvvisati. Congelando alla fermata dell’autobus ci si può imbattere in Gareth Pugh, e riparandosi dalla pioggia a Hoxton Square scontrarsi con un miserabile e fradicio Henry Holland. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.margretblog.com/wordpress/" target="_blank">Marianna Kuvvet</a></p>
<p>La moda a Londra è ovunque. Passeggiando durante il weekend per uno qualsiasi dei mercati di East London, da Spitafield a Brodway Market, bisogna farsi largo fra blogger, dai più famosi Facehunter e Pelayo a centinaia di studenti delle rinomate scuole di design della capitale inglese, fotografi e cool hunter improvvisati. Congelando alla fermata dell’autobus ci si può imbattere in Gareth Pugh, e riparandosi dalla pioggia a Hoxton Square scontrarsi con un miserabile e fradicio Henry Holland.  Aspettando il proprio turno dal parrucchiere non si leggono superficiali riviste di gossip, bensì “Tank” o “I-D” che ci vengono gentilmente offerti da ragazze che sembrano uscite da un film anni ‘50. Per quanto a Londra si possa senza dubbio uscire di casa indossando pigiama e pantofole e passare completamente inosservati, a volte sembra che qui la gente non si rilassi mai. La maggior parte delle ragazze che si incontrano per le strade di East London ha un look che riesce a sembrare assolutamente casuale ma che in realtà è perfettamente studiato e i ragazzi in fila da Tesco su Shoreditch High Street sembrano dover indossare una divisa per poter entrare a fare la spesa.</p>
<p>La moda è ovunque. Per le strade, negli outfit dei passanti, sulle pagine delle miriadi di fashion magazine britannici, in mostra non solo nelle vetrine dei negozi ma anche nei musei. Fino al 6 marzo è stata in esposizione al Design Museum una collezione di disegni che ripercorrono la moda illustrata del XX e XXI secolo, da Chanel a McQueen, da Dior a Comme des Garçons. “<a href="http://designmuseum.org/exhibitions/2010/2010-drawing-fashion" target="_blank">Drawing Fashion</a>”, questo il nome della mostra, spazia dall’Art Nouveau all&#8217;Art Decò, passando dalla Pop Art fino ad arrivare ai nostri giorni, accostando alle illustrazioni filmati, musica e fotografie che permettono di sottolineare lo stile e i cambiamenti sociali e culturali di un secolo.</p>
<p>Passando dalla moda in esposizione nelle stanze dei musei a quella esposta in una ben diversa e più scintillante e probabilmente efficace vetrina, quella di un palco sul quale vengono assegnati dei premi sotto i riflettori e gli occhi attenti del fashion business, a dicembre sono stati assegnati, come ogni anno, i British Fashion Awards. Fin dal 1989 il British Council of Fashion celebra, e premia, il contributo delle creatività inglese alla scena della moda mondiale.</p>
<p>Un premio speciale è stato ovviamente e meritatamente assegnato ad Alexander McQueen, uno degli stilisti inglesi più influenti e innovativi, morto suicida nel febbraio del 2010  a soli quarant’anni e all’apice della sua carriera. Fra gli altri vincitori Phoebe Philo, designer di Cèline, che ha ricevuto l’importante riconoscimento di Designer of the Year, Nicholas Kirkwood Accessory Designer of The Year, poi la modella Lara Stone, Naomi Campbell, Nicola Formichetti, E.Tautz, i brand Mulberry e Burberry. Il premio per il British Style, che ogni anno è assegnato al personaggio ritenuto degno ambasciatore nel mondo dello stile britannico e che sembrava dover appartenere per sempre a Kate Moss, è stato vinto da Alexa Chung.</p>
<p>Due i premi dedicati ai designer emergenti, suddivisi nelle canoniche categorie: l’Emerging Talents Awards for Ready-to-Wear e quello per l’Accessory Design. Il primo dei due riconoscimenti è stato assegnato al duo Meadham Kirchhoff, al secolo Edward Meadham e Benjamin Kirchhoff, i quali hanno fra l’altro collaborato con Topshop realizzando un’esclusiva linea dallo stile vagamente gotico la scorsa estate, e che hanno stupito con una collezione per la stagione AW10-11 ispirata alle atmosfere dell’India e dell’Impero bizantino. Maglie impreziosite da paillettes, stratificati abiti in delicato chiffon stampato, giacche di pelle dipinte a mano sono state infatti le proposte invernali dei designer. Il premio al talento emergente nel campo degli accessori è stato invece vinto da Husam El Odeh, anch’egli scelto lo scorso anno per realizzare una collezione per Topman (che la catena di negozi porti fortuna?). L’eccentrico designer realizza accessori concettuali con oggetti quotidiani, quali chiavi, crea bracciali utilizzando degli anelli, si ispira al Dadaismo e sfrutta il suo background artistico realizzando dei gioielli che spesso possono essere considerati delle vere e proprie sculture.</p>
<p>I British Fashion Awards sono dei premi giustamente ambiti e sicuramente meritati dai rispettivi vincitori, d’altra parte non offrono comunque che una visione parziale della moda inglese, inverosimilmente e democraticamente sovraffollata tanto da grandi e iconici nomi quanto da interessanti e giovani nuove scoperte.</p>
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		<title>il profumo dei colori</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2010/12/15/il-profumo-dei-colori/</link>
		<comments>http://www.thetripmag.com/blog/2010/12/15/il-profumo-dei-colori/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 17:17:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[moda, tendenza & Co.]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>

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		<description><![CDATA[A San Cristobal de las Casas, tra le montagne della Sierra Madre, il sabato mattina c’è grande movimento, e sin dalle prime ore del giorno i messicani fanno spese di ogni tipo. Camminano veloci tra i banchi, toccano, annusano, valutano e cambiano banco. Si perdono tra i colori. Sono quei colori.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Maddalena Finocchiaro</p>
<p>foto di Angelo Simeoni</p>
<p>La facciata barocca in pietra rosata e tutto il convento di S. Domingo mi indicano la via giusta verso il mercato, uno dei più grandi di questa selvaggia e magica regione: il Chiapas.</p>
<p>A San Cristobal de las Casas, tra le montagne della Sierra Madre, il sabato mattina c’è grande movimento, e sin dalle prime ore del giorno i messicani fanno spese di ogni tipo. Camminano veloci tra i banchi, toccano, annusano, valutano e cambiano banco. Si perdono tra i colori. Sono quei colori.</p>
<p>Io rimango lì, davanti alle scalinate del convento, per un attimo, ad osservare il movimento altalenante delle vendite, tra le bambine dalle lunghe trecce nere che corrono intorno a me e le loro mamme dalle lunghe gonne colorate che le guardano felici.</p>
<p>Rimango immobile e, prima di prendere una delle piccole stradine che dalla piazza del convento si perdono tra le montagne di frutta e le vie del centro, noto che anche sui gradini e per terra i bambini appoggiano in fila i loro braccialetti, i padri le loro amache, le mamme piccoli grappoli di banane grandi come il palmo di una mano raccolti poco prima di venire. Non esito, e per due pesos compro una delle bananine, la mangio in due morsi scoprendo con stupore il sapore più dolce che abbia mai sentito.</p>
<p>Tra i sorrisi di queste famiglie mi perdo tra i colori.</p>
<p>Collane di semi a perdita d’occhio, tovaglie a quadri delle tonalità più accese, tessuti lavorati a mano, innumerevoli borse, bracciali e un artigianato fatto anche di gioielli di ambra, oro e altre pietre preziose, e ancora tanta, tantissima frutta.</p>
<p>Ananas, mango sistemati in piccole e accurate piramidi, cocchi, avocado, pomodori e arance, banane grandi e piccole, lime, papaya già tagliate dentro i bicchieri in un’esplosione di spicchi rossi e profumati. Scorgo semi di ogni tipo, fagioli, mais, polveri che mi fanno bruciare gli occhi, pareti di fili di cotone colorati. Sento il profumo di pannocchie arrosto e quello di chi, in luoghi appartati, prepara carne alla griglia.</p>
<p>Ad indicare il percorso agli angoli della via sacchi di tortillas di mais di diverse qualità. Camminando al mio fianco, delle donne tengono legati tacchini e galline, appesi alle loro braccia e pronti per la vendita.</p>
<p>Rimango a bocca aperta per lo stupore, per la forza e l’energia che riesce a darmi tanta vita, tanto movimento, tanta verità. Resto incantata dalla naturalità dei gesti, dal modo di prendere la frutta, tagliarla e farla provare ai curiosi, dai sorrisi, da chi passa veloce e ti sfiora con le buste della spesa. Abitudini e gesti già vissuti quando si va a comprare la frutta, ma decisamente nuovi. Cerco di mimetizzarmi e di non scattare troppe foto per non sentirmi una turista, una di passaggio. In quel momento io sono una indios.</p>
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		<title>c’era una volta la moda…</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 17:17:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[moda, tendenza & Co.]]></category>

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		<description><![CDATA[C’era una volta un tempo in cui Moda e Italia erano sinonimi, in cui lo stile era prettamente Made in Italy, in cui lusso ed eleganza volevano dire Gucci, Armani, Versace e chi più ne ha più ne metta.

Cosa è successo poi? Che tutto si è fermato, che oggi ciò che abbiamo sono ancora questi grandi nomi che sovraffollano passerelle e pagine di riviste patinate da diversi decenni oramai.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.margretblog.com/wordpress/" target="_blank">Marianna Kuvvet</a></p>
<p>C’era una volta un tempo in cui Moda e Italia erano sinonimi, in cui lo stile era prettamente Made in Italy, in cui lusso ed eleganza volevano dire Gucci, Armani, Versace e chi più ne ha più ne metta.</p>
<p>Cosa è successo poi? Che tutto si è fermato, che oggi ciò che abbiamo sono ancora questi grandi nomi che sovraffollano passerelle e pagine di riviste patinate da diversi decenni oramai.</p>
<p>Nel frattempo città come Londra, New York e Berlino hanno dato spazio ai designer emergenti, sono andate avanti senza fermarsi e senza guardarsi indietro. I giovani che vogliono un futuro nel mondo della moda non sognano più Milano, vanno a Londra e si iscrivono alla Central St. Martins. Il Made in Italy, il terzo marchio più famoso al mondo dopo Coca Cola e Visa, rischia di perdere il suo significato più importante. A chi interessa se l’etichetta di una giacca di Alexander Wang riporta la scritta Made in China?</p>
<p>D’altra parte, in questo alquanto triste scenario, qualcosa di interessante spunta fuori. Uno dei nomi giovani che si sono affermati in Italia negli ultimi anni è quello di <a href="http://www.delfinadelettrez.com/index_it.html" target="_blank">Delfina Delletrez Fendi</a>. Si, Fendi. Se lavorare nella mondo della moda è difficile e oltre al talento richiede tanta, tanta fortuna, possiamo affermare con certezza che la talentuosa enfant prodige di casa Fendi non ha avuto bisogno di questo magico elemento. Figlia di Silvia Venturini Fendi e del gioielliere francese Bernard Delletrez, quando Delfina ha annunciato il lancio della propria linea di gioielli la decisione è sembrata forse la più ovvia e scontata. Cresciuta a suon di pietre preziose nel negozio romano del padre, il logo che ha scelto per la propria linea è stato disegnato per Bernard da Karl Lagerfield negli anni ’80 e la sua prima collezione è stata presentata nel 2007 con un grande evento organizzato al concept store parigino Colette. Oggettivamente, quanti designer emergenti possono fare lo stesso? Detto ciò, non bisogna neanche pensare che Delfina non meriti tutto questo.</p>
<p>La più giovane di casa Fendi crea, dalla tenera età di vent’anni, pezzi di gioielleria dal sapore gotico &#8211; romantico, a volte quasi inquietanti. Lei stessa afferma di non creare gioielli tradizionali, le sue creazioni sono destinate a donne forti con un grande senso dell’umorismo. La sua collezione “My World” è stata ispirata dal calendario Maya, che prevede per il 2012 la celebrazione della rinascita del mondo. I pezzi includono orecchini che portano il messagio “2012 is now”, simboli tradizionali Maya, ragni e rane. E ovviamente teschi, un leitmotiv costante nei lavori di Delfina. Non soddisfatta, la giovane designer ha presentato una capsule collection in collaborazione con Giuseppe Zanotti. “Watch your step”, “Face to Face”, “Handle with care”, “Hold on”, “Finger Foot”: cinque ironici nomi per cinque scarpe che combinano l’artigianalità e la qualità di uno dei più grandi designer italiani con lo stile irriverente della collezione “Anatomik” di Delfina.</p>
<p>A tre anni dal suo debutto ufficiale nel mondo del lusso la giovane designer è già alla sua quinta collezione e molte cose sono cambiate nella sua vita, a livello professionale ma anche, forse soprattutto, personale. Delfina ha aperto il suo primo store a Roma, a pochi passi da Piazza Navona, un piccolo negozio arredato con i mobili di una farmacia del XIX secolo che donano al posto un’atmosfera quasi stregata, assolutamente coerente con lo spirito dei suoi gioielli. Ma, soprattutto, è diventata mamma e questa importante rivoluzione della sua vita privata ha ovviamente influenzato il suo lavoro, regalando una nuova dolcezza alle sue creazioni scure e gotiche. Essere la “figlia di” l’ha sicuramente aiutata nel suo percorso lavorativo, ma la giovane creativa è stata comunque in grado di affermare la propria personalità indipendentemente dal suo ingombrante cognome e di stupire e affascinare con ogni collezione.</p>
<p>Parlando in generale, i designer emergenti non hanno vita facile. Spesso talento e anni di studio non bastano, la fortuna a volte manca e nella grande maggioranza dei casi purtroppo non si può sperare in un background pari a quello di Delfina Delletrez. In Italia bisognerebbe forse impegnarsi a non dimenticare che moda e arte sono stati a lungo il segno distintivo del nostro paese e cercare di coltivare questi settori che ora sembrano sopravvivere solo grazie al passato, avendo ben presente che sono i giovani a poterli far andare avanti.<br />
<br/><br />
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		<title>partire da Lipsia</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 17:17:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[moda, tendenza & Co.]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>

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		<description><![CDATA[A change of scene, with no regrets,
A chance to watch, admire the distance
“New Dawn Fades” - Joy Division]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Giulio Di Mauro</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em>A change of scene, with no regrets,</em></p>
<p><em>A chance to watch, admire the distance</em></p>
<p><em>“New Dawn Fades” &#8211; Joy Division</em></p>
<p>Un’accurata analisi di “<a href="http://www.guardian.co.uk/" target="_blank">The Guardian</a>” sulla diffusione delle sottoculture giovanili in Europa ha stimato che ben il 5% della popolazione giovane della Germania è Goth. Si parla di circa duecentocinquantamila persone, sicuramente una delle identità subculturali nazionali più dense. Se la comunità Dance è spiccatamente trans-nazionale e nomade e, quella Hip Hop è diffusa su una superficie troppo ampia per tracciarne i confini, quella Goth ha invece una madre patria, la stessa in cui vissero i Goti. Una terra scura e ricoperta di boschi, dove le culture si sono stratificate l’una sull’altra come nel succedersi della flora in un sottobosco vivo, proprio perché marcescente.</p>
<p>Andai a Berlino la prima volta per lavorare su una tesina di antropologia culturale in cui si cercava di capire perché la capitale tedesca fosse anche la capitale continentale del suicidio. Al mio ritorno non avevo dubbi: nelle grandi città tedesche, ed in particolare lungo l&#8217;asse Amburgo-Berlino-Lipsia, la gente non riesce a costruire una propria identità e a mantenerla per più di venticinque anni. Ogni generazione è stata e continua ad essere testimone di costruzioni e crolli. Einsturzende Neubauten: grattacieli che crollano. Stratificazione e putrescenza, eleganza e durezza. Ogni nuova generazione porta il peso di un ulteriore strato, di una nuova cicatrice culturale. Per questa ragione ai ragazzi, allegri e pieni di energia come in qualunque altro posto, piace il nero. Il dinamismo e la spinta creativa che vengono dal basso, dall&#8217;adolescenza, hanno trasformato questo quadro solo apparentemente fosco in un disegno infantile, in sogno. Sì, perché ai gotici piace la vita, solo che la esaltano attraverso la rappresentazione grottesca (il più delle volte buffa) della morte. È una sottocultura estremamente semplice da capire perché fondata sulla rappresentazione stilistica della più ovvia semiotica del Romanticismo: amore e morte. Goti, romantici, gotici.</p>
<p>Se si vuole esplorare la Germania bisogna farlo da est verso ovest, come nelle migliori tradizioni. Partire da Lipsia, dalla Sassonia, a fine Maggio &#8211; quando ha luogo il <a href="http://www.wave-gotik-treffen.de/" target="_blank">Wave Gotik Treffen</a>. Treffen significa raduno. Lipsia è, una volta l&#8217;anno, il teatro del più grande raduno subculturale giovanile: uniforme, commovente, molto scuro. Circa trentamila persone arrivano da ogni angolo della Germania e del mondo (da Roma parte un pullman che passa per Firenze e Verona), e la città con i suoi tramonti gialli e le sue aiuole colorate si tinge di nero.</p>
<p>Il raduno è in realtà un festival diffuso: tre parchi cittadini, due piazze, due chiese, tre teatri, due sale da ballo dei primi del secolo, due parchi monumentali, un cinema, quattro pub, un absintheria e l&#8217;intero polo fieristico con i suoi due mastodontici hangar. Tutte le <em>scene</em> oscure sono presenti, e convivono gioiosamente, intrattenute da circa centocinquanta tra concerti, letture di poesie, rave party, picnic e spettacoli teatrali, e sebbene il dress code sia visto come garanzia di rispetto reciproco non è difficile socializzare. In quattro giorni è infatti possibile capire davvero una nazione, o almeno quel 5% costituito da punkabilly dalle creste viola, ragazze che vivono una seconda vita ambientata nell&#8217;Ottocento con tanto di trine e ombrellino, emo ribelli a cui non piacciono i Tokyo Hotel, uomini che indossano le più disparate uniformi e si tracannano bottiglie di met wein (vino di miele fermentato), vichinghi che arrostiscono maiali sulla brace, vampiri veri e falsi, raver nostalgici del più leccato cyber-punk anni &#8217;90, sadomasochisti con i figli nel passeggino, e sosia di Robert Smith in ogni fase della sua carriera. Giorni che sanno di DDR, di Afri Kola, di architetture razionali e interni nostalgici, con infinite lastre di cemento pulito che incorniciano parchi bellissimi, asparagi bianchi e salsa olandese, gelato alla crema e rabarbaro, odore di cerone che cola, Poison Hypnotique e sudore. Giorni che sanno di cambiamenti, senza rimorsi.</p>
<p>Per info sul festival musicale Wave Gotik Treffen:</p>
<p><a href="http://www.wave-gotik-treffen.de/" target="_blank">wave-gotik-treffen.de</a></p>
<p>Per assaporare la cucina sassone:</p>
<p>Restaurant Weinstock</p>
<p><a href="http://www.restaurant-weinstock-leipzig.de/" target="_blank">restaurant-weinstock-leipzig.de</a></p>
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		<title>la principessa e il contadino</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Dec 2010 17:17:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[moda, tendenza & Co.]]></category>

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		<description><![CDATA[“Qui dentro è sepolta una principessa”, sussurra Koi picchiettando con la nocca sulla pietra. Di stupa ne ho visti a centinaia in Birmania, e nessuno che suonasse a vuoto. “Gli stupa non sono tombe”, ribatto io, fresco di letture sull’architettura buddista, “e non ci sono stanze all’interno”. Koi piega la bocca di lato, come fa quando qualcosa non gli torna: il sorriso che ne risulta mi mette quasi soggezione. “Qui dentro c’è una principessa e il nonno del nonno di mio nonno. Con un’arpa”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>testo e foto di Giona Peduzzi</p>
<p>“Qui dentro è sepolta una principessa”, sussurra Koi picchiettando con la nocca sulla pietra. Di stupa ne ho visti a centinaia in Birmania, e nessuno che suonasse a vuoto. “Gli stupa non sono tombe”, ribatto io, fresco di letture sull’architettura buddista, “e non ci sono stanze all’interno”. Koi piega la bocca di lato, come fa quando qualcosa non gli torna: il sorriso che ne risulta mi mette quasi soggezione. “Qui dentro c’è una principessa e il nonno del nonno di mio nonno. Con un’arpa”.</p>
<p>Ho conosciuto Koi due giorni fa, al campo nomade sulla secca dell’Irawaddy, il fiume che bagna la valle dei templi di Pagan: mi ha fregato dei soldi mentre scommettevo su Rocket in un combattimento di galli. In verità non mi ha fregato, mi ha vinto, ma ancora oggi non sono sicuro che il combattimento si sia svolto in maniera del tutto regolare.</p>
<p>“Il mio antenato si chiamava Myo ed era un contadino, aveva le mani grosse ma un talento speciale per suonare l’arpa. Un giorno la principessa di Pagan sentì la magica melodia del contadino e abbandonò le sue preghiere per correre dietro a quel suono. Trovò Myo sotto un tamarindo lungo il fiume, e stette ad ascoltarlo per ore. La principessa si dimenticò di tornare a palazzo e Myo si dimenticò di tornare al campo”.</p>
<p>Koi si interrompe e ferma un bambino che cammina con alcune bottiglie di plastica legate sulla schiena. In cambio di una moneta il bambino riempie due vecchie tazze con del liquido bianco. Koi ne porge una a me: “Vino di Palma”, mi dice prima di farlo sparire in gola. “Si raccoglie la mattina e si usa come zucchero, nel pomeriggio invece fermenta e diventa come birra, ma è meglio: aiuta l’immaginazione”. Il sapore è acido e dolce allo stesso tempo, e una volta sceso nello stomaco scalda. Rinato, Koi prosegue la storia: “Myo e la principessa erano come ubriachi di vino di palma ma in realtà erano solo ubriachi d’amore”.</p>
<p>Ma come tutte le storie d’amore che si rispettino, anche quella di Myo era ostacolata da qualcuno: “Mia figlia con un contadino? Mai!” tuonò il Re. E così ordinò che Myo fosse ucciso, ma la principessa gli gettò le braccia al collo e promise che non l’avrebbe lasciato mai. A questo punto del racconto Koi si toglie il cappello dei Chicago Bulls e si pulisce il sudore con la manica della camicia sdrucita. “Il Re in pochi minuti fece erigere uno stupa attorno ai due, minacciando la figlia di sigillare la costruzione per sempre. La principessa non si mosse dal suo abbraccio e il Re fu costretto a chiudere lo stupa con dentro i due amanti e l’arpa. “Quello stupa è questo dove sei appoggiato ora”.</p>
<p>D’istinto mi stacco dal muro di pietra, e quasi cado a terra, barcollando per il troppo vino di palma. “È una bella leggenda”, borbotto.</p>
<p>Koi a quel punto fa il suo sorriso con la piega della bocca e lentamente appoggia le mani alla pietra. Poi accosta l’orecchio allo stupa e chiude gli occhi. Faccio lo stesso. Sento il ruvido della pietra contro il mio viso. Ascolto.</p>
<p>Un’arpa birmana suona un’incantevole melodia d’amore.</p>
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		<title>le domeniche di Berlino</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Oct 2010 10:40:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[moda, tendenza & Co.]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>

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		<description><![CDATA[È crollato da più di vent’anni ma lo si sente ancora respirare. Come quei fantasmi nostalgici che non riescono ad abbandonare la vita terrena e rimangono incastrati nelle loro dimore, per sempre. O semplicemente come quei ricordi – belli, brutti, drammatici o divertenti – che la mente sceglie di conservare, e che ci accompagnano per tutta la vita, sbucando quando meno te l’aspetti. Il muro di Berlino è così.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Francesca Rosati</p>
<p>È crollato da più di vent’anni ma lo si sente ancora respirare. Come quei fantasmi nostalgici che non riescono ad abbandonare la vita terrena e rimangono incastrati nelle loro dimore, per sempre. O semplicemente come quei ricordi – belli, brutti, drammatici o divertenti – che la mente sceglie di conservare, e che ci accompagnano per tutta la vita, sbucando quando meno te l’aspetti. Il muro di Berlino è così. Onnipresente e costante persino quando non lo vedi, spunta all’improvviso nei luoghi più impensabili.</p>
<p>Come per esempio nel Mauerpark (letteralmente “parco del muro”), a Prenzlauer Berg, dove l’aria è allegra e gioiosa soprattutto nelle domeniche di bel tempo, nonostante si tratti di un luogo di memoria. In un ambiente semplice e underground, tedeschi e stranieri passeggiano tra le bancarelle del mercatino vintage con passo lento e occhi stanchi, ancora un po’ storditi dal sabato elettronico della capitale. Per rimettersi in forze basta fermarsi a uno dei tanti stand che servono spremute d’arancia fatte sul momento o, se si vuole essere più originali, andare dalle due ragazze armate di martello che vendono cocchi freschi dotati di cannucce. Perché poi da vedere c’è davvero tanto: abbigliamento hip nuovo o usato, vintage originale, oggetti artigianali, frutta e marmellate biologiche, spezie di tutti i tipi, elettrodomestici (spesso non in ottime condizioni ma anche loro molto vintage), stand di cibo etnico, persino delle spiaggette artificiali allestite tra una bancarella e l’altra.</p>
<p>Ma la punta di diamante del parco è il “Bearpit Karaoke” che si svolge nell’anfiteatro di pietra vicino al mercatino e che ogni domenica attira almeno mille persone. I partecipanti cantano seguendo i testi su un piccolo computer portatile pieno di basi per il karaoke, la musica si diffonde grazie a due casse potentissime e il pubblico impazzisce, incitando e deridendo gli impavidi concorrenti. Le risate sono contagiose e l’energia che si sprigiona è positiva.</p>
<p>Finché non lo scorgi tra gli alberi: è un resto del muro che confinava con la Berlino Est, quello costruito in un secondo momento per rendere ancora più difficili eventuali fughe. Nonostante i colori sgargianti dei graffiti, come un’ombra malvagia ti ricorda che non molto tempo fa il Mauerpark era un segmento della “striscia della morte”. Ti ricorda che, nella ricerca disperata di una vita, in centinaia lo scavalcavano, per essere poi fucilati o, peggio ancora, per vagare in quel limbo infernale tra i due muri finché non morivano di fame.</p>
<p>E il muro è lì per questo. Perché nessuno deve dimenticare.</p>
<p>Cerco di scacciare la malinconia e decido di andare a vedere un altro mercato. Mi sposto nel Friedrichshain, centro vibrante della Berlino Est, più precisamente nel “Kiez” (in italiano si potrebbe tradurre con “piccola zona alternativa”) intorno a Simon-Dach-Strasse, una via costellata di ristorantini, bar e locali stravaganti e di tutti i tipi, paragonabile alla Brick Lane londinese, al Quartier Latin parigino o al Pigneto romano.</p>
<p>Come il muro, la musica è ovunque, a Berlino. Nei negozi, per le strade, nei locali, lungo il fiume. È anche qui al mercatino delle pulci di Boxhagener Platz, il più romantico e autentico della città, dove musicanti di strada allietano anche le compere più frenetiche con vere e proprie orchestre. La forma circolare della piazzetta – detta “Boxi Platz” – è perfetta per i mercati e permette ai visitatori di vedere tutte le bancarelle facendo un solo giro della piazza. Il parco giochi è sempre pieno di bambini, come del resto lo è tutta Berlino perché, pensate, in Germania esistono i sussidi economici per chi fa figli, e gli asili sono ben organizzati oltre che molto numerosi (e, udite udite, questi privilegi valgono anche per gli stranieri!).</p>
<p>Insomma, musicanti, bambini, designer locali con le loro creazioni, collezionisti che si vogliono sbarazzare delle loro paccottiglie, venditori di libri, cd o – ancora meglio – vinili usati, e tanti giovani e studenti, i nuovi residenti di questo rione dell’ex est berlinese. Tra le bancarelle spiccano senza dubbio quelle degli artisti, tedeschi e stranieri, come ad esempio Mateo Dineen (mateo-art.com) e Johan Potma (johanpotma.com). Californiano il primo e olandese il secondo, creano mondi inventati e surreali e, oltre ad avere una loro galleria (la Zozoville Gallery, sempre nel Friedrichshain), continuano a partecipare ai mercatini delle pulci, così vivi e aggreganti a Berlino.</p>
<p>Seguo anch’io il movimento lento della folla mentre le note classiche dell’orchestra di strada accompagnano le ultime ore di questo pomeriggio leggero e sospeso. Tra poco, con i primi accenni del buio, suoni elettronici si diffonderanno ovunque per fare da colonna sonora alla notte, fino alle prime luci dell’alba. This is Berlin.</p>
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