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	<title> &#187; racconti di viaggio</title>
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		<title>Polonia di ieri e di oggi</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 13:37:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[cracovia]]></category>
		<category><![CDATA[polonia]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla finestra della camera d’albergo in pieno centro storico non c’è vista. L’affaccio, asfittico, è su un altro palazzo. Niente tramonti suggestivi, dunque, né viste mozzafiato sulla città. Meglio, un motivo in più per confondersi tra la gente nelle strade di Cracovia. Il centro storico è di una bellezza che stordisce, e non è un caso se fa bella mostra di sé tra i siti tutelati dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità fin dal primo elenco del 1978. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Domenico Naso</p>
<p>foto di Vincent Urbani</p>
<p>Cracovia conserva un’anima austro-ungarica</p>
<p>ma il clima è quello di una Vienna più allegra</p>
<p>di una Budapest al passo con i tempi</p>
<p>Dalla finestra della camera d’albergo in pieno centro storico non c’è vista. L’affaccio, asfittico, è su un altro palazzo. Niente tramonti suggestivi, dunque, né viste mozzafiato sulla città. Meglio, un motivo in più per confondersi tra la gente nelle strade di Cracovia. Il centro storico è di una bellezza che stordisce, e non è un caso se fa bella mostra di sé tra i siti tutelati dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità fin dal primo elenco del 1978. Ma visitare Cracovia, la Cracovia del 2011, è ben altro che un semplice tour turistico. L’anima di questa città, per secoli il centro più importante dell’intera Polonia, è intrisa di storia ed eventi epocali, di invasioni e umiliazioni, di sollevazioni e riscatti. È un po’ la summa di tutta la storia polacca.</p>
<p>Ma è anche, e forse soprattutto, il punto di vista privilegiato per comprendere la Polonia del terzo millennio, quella definitivamente (e brillantemente) uscita dal grigiume filosovietico e poi piombata con l’entusiasmo di un teenager tra i ventisette membri dell’Unione europea. Camminando per la città te ne accorgi subito: i giovani, se non fosse che i loro colori sono così evidentemente slavi, potrebbero essere confusi tranquillamente con quelli di qualsiasi altra città d’Europa. E in più, nei loro occhi si vede la scintilla dei <em>newcomers</em>, la voglia irrefrenabile di dire al mondo: “Ehi, siamo europei a tutti gli effetti e finalmente possiamo dimostrarlo!”. La globalizzazione dei costumi, ovviamente, ha fatto tappa anche qui. E, altrettanto ovviamente, il primo luogo dove si percepisce è in discoteca. Ogni tanto, qualche successo che viene dalla Repubblica Ceca fa riaffiorare per un attimo quel gusto tutto slavo per il trash. Retaggi del passato, residui infinitesimali di una Polonia che non c’è più.</p>
<p>I giovani di Cracovia sono visibilmente affamati di contaminazioni occidentali, pur restando saldamente orgogliosi delle loro radici. Ma una serata in discoteca permette di capire le residue differenze tra loro e i giovani di casa nostra. Avete presente una qualsiasi discoteca alla moda di Roma o Milano? Ecco, a Cracovia la “fauna” discotecara è molto diversa: semplicemente, i giovani sembrano divertirsi davvero, senza sovrastrutture da tronisti. E guardare centinaia di persone dimenarsi senza inibizioni è un piacere per gli occhi di chi è abituato a ben altri ambienti più impomatati. La vodka non manca mai, così come la birra, ma il cliché dei giovani dell’Europa orientale perennemente alticci non risponde alla realtà.</p>
<p>Sarà che Cracovia conserva un’anima austro-ungarica, a differenza del resto della Polonia di impronta tedesca o russa, ma il clima è quello di una Vienna più allegra, di una Budapest più al passo con i tempi. Per trovare un po’ di sana e vecchia arretratezza da Patto di Varsavia bisogna visitare le zone rurali attorno alla città, dove qualche maglione totalmente fuori moda e un paio di automobili uscite dalla catena di montaggio negli anni Ottanta sembrano stare lì per ricordarci cos’era quel lembo d’Europa fino a meno di vent’anni fa. A Polana, meno di due ore in macchina da Cracovia, ci aspetta la scena più caratteristica: un barbecue polacco in piena regola, con famiglia ospitale e allegra che riempie i nostri piatti con una velocità degna dei banchetti luculliani del nostro Sud. Ma il posto che più di ogni altro ci è sembrato il trait d’union tra la Polonia di ieri e quella di oggi è la miniera di sale di Wieliczka, a 20 km dalla città. È una sorta di “fabbrica di cioccolato” dedicata al sale, con 3,5 km (sui 350 totali) di profondissimi cunicoli e gallerie aperti al pubblico. I saloni ampi e sfarzosi, ovviamente realizzati scolpendo nel sale, sembrano sale<strong> </strong>da ballo di una corte ottocentesca e l’attrezzatissimo bar a quota -180 metri sarebbe supercool se fosse vicino ad altri generi di città europee. La guida, un Willy Wonka polacco dalla divisa nera e l’aria austera, ci invita a leccare le pareti, provocando un misto di ilarità e perplessità tra i turisti, e poi, con un ghigno che somiglia spaventosamente a quello di Riff Raff quando accoglie Janet e Brad nel maniero di Frankfurter, avvisa (o minaccia?) che la visita nel sottosuolo salino durerà almeno due ore. Esperienza sconsigliata ai claustrofobici, insomma.</p>
<p>Niente, però, in confronto alla visita al campo di Auschwitz. Non proviamo nemmeno a descrivere le sensazioni tumultuose che assalgono il visitatore: tanto, troppo, è stato detto e scritto, e rischieremmo solo di aggiungere retorica alla retorica. Una scena, però, vale la pena raccontarla: una turista americana di mezza età, così come si fa davanti alla Torre Eiffel o al Colosseo, al Castello della Bella Addormentata di Disneyland o al geco di Gaudì a Barcellona, si fa fotografare allegramente sotto la terribile insegna che accoglie il visitatore nel campo: Arbeit macht frei. Forse la rubiconda <em>yankee</em> pensava di essere a Las Vegas, di fronte a una riproduzione made in China…</p>
<p>Il rientro a Cracovia ci ricorda un’altra caratteristica principale di quella città: Karol Wojtyla è ovunque. Gigantografie, musei, calendari, statue: tutto ricorda l’amatissimo papa, ex arcivescovo della città e qui considerato un leader politico più che un pastore di anime. Il sentimento cattolico è diffusissimo, quasi invadente. Le chiese sono piene, la messa è un appuntamento fisso, ma i giovani le disertano, preferiscono fare altro. Forse aveva ragione Giovanni Paolo II quando, deluso dalla piega che avevano preso le cose nella sua Polonia post-comunista, aveva parlato di un passaggio dall’ateismo marxista a quello liberalcapitalista. Ma il cammino della globalizzazione passa anche attraverso il distacco dalla religione. Sta succedendo ovunque, in Europa, e la Polonia non fa eccezione.</p>
<p>I giovani, dicevamo, pensano ad altro. Hanno decenni di oscurantismo culturale da recuperare, hanno voglia di raggiungere e superare i loro coetanei occidentali. E visti i risultati ci stanno riuscendo alla grande. Dai baffoni di Lech Walesa ai vestiti firmati dei polacchi di oggi non sono passati solo vent’anni. Sembra un’altra era, un altro mondo, un altro pianeta. Eppure lo spirito polacco, che a Cracovia si manifesta nel modo più creativo e stimolante possibile, è rimasto sempre quello. Grazie al cielo.</p>
<p><em>L’articolo è dedicato a  Maria e alla famiglia Wojtyczka</em></p>
<p><em>
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		<title>Il manifesto</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 13:17:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[arte, musica e cultura]]></category>
		<category><![CDATA[racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[andromalis]]></category>
		<category><![CDATA[illustrazione]]></category>
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		<title>la giusta distanza</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2012/01/16/la-giusta-distanza/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 19:14:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[racconti di viaggio]]></category>
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		<description><![CDATA[testo e foto di Francesca Magistro É colpa di Pietro se sono qui.  “E poi che ci vai a fare in Galles?”. “Londra non m’innamora, non so perché”. Al The Old Truman Brewery si portano i jeans arrotolati su, le paillettes ricordano fiacche il glam-rock, il tinto è pessimo e sono esposte tante foto mediocri. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">testo e foto di Francesca Magistro</div>
<div id="_mcePaste">É colpa di Pietro se sono qui.  “E poi che ci vai a fare in Galles?”. “Londra non m’innamora, non so perché”.</div>
<div id="_mcePaste">Al The Old Truman Brewery si portano i jeans arrotolati su, le paillettes ricordano fiacche il glam-rock, il tinto è pessimo e sono esposte tante foto mediocri.</div>
<div id="_mcePaste">Odio gli happenings. Con tutta me stessa.</div>
<div id="_mcePaste">Quello di Pietro è un “project of the local fishing industry as it declines”, recita il cartellino. Phil tira la rete, Phil studia la mappa isobarica, Phil sgancia l’amo dal bianco e dal nero. Il titolo è “Tide zero”, ovvero il momento in cui la marea si ritira, noto anche come “slack water”, marea stanca. La condensa, la polvere sulla lente, le rughe tra le mani nelle tonalità di grigio che rimbalzano nella grana. Lo sento il sale addosso di quei mesi trascorsi sulla barca e sugli scogli in attesa di ritardi e anticipi della marea che arriva e bagna. Ogni giorno, senza orario preciso&#8230; la marea arriva e bagna.</div>
<div id="_mcePaste">Per un attimo non sono più a Brick Lane ma lì, a prendermi gli spruzzi e a riposare gli occhi. Ginocchia e cuore.</div>
<div id="_mcePaste">Cosa cercavo, cosa cerco&#8230; Fermo un’offerta “last minute” e in tre ore di verde pastello al finestrino raggiungo Swansea.</div>
<div id="_mcePaste">A Swansea piove, ma poco importa. Secondo la regola che i luoghi nuovi te li devi conquistare poco alla volta, vado a piedi.</div>
<div id="_mcePaste">Cittadina costiera ad est della penisola di Gonwer, Swansea è anche contea del Galles. Il suo nome significa “foce del fiume Tawe” e ha avuto origine all&#8217;epoca delle razzie vichinghe. Esco dalla stazione e ci sono solo io. Swansea conta 169.880 abitanti di cui nessuno disponibile a dare informazioni. M’incammino e il riflesso su una vetrina mi ricorda che nello zaino porto una tenda che non userò mai. Mi serve raggiungere il centro, un punto informativo e una stanza. Giro l’angolo ed è vita. Il riflesso delle squame al mercato del pesce, le gengive della merciaia, la glassa sulle torte. Assaggio, sento, respiro. Secondo Wikipedia il 13,4% della popolazione parla gallese, secondo me molto di più. I ragazzi sono tallonatori negli All Whites, le ragazze fanno le commesse al Nails Salon. Starbucks è l’unico posto con il wireless. Prenoto una stanza a poco e nel nero del mio caffè mi stupisco del riflesso di un sorriso.</div>
<div id="_mcePaste">Sul bus mi perdo ma i pensionati aggrappati a borse e borsette mi adottano presto. Alla fermata l’autista si intrattiene, i volti sono di ceramica, i sorrisi il Golfo di Napoli e fuori piove e piove.</div>
<div id="_mcePaste">La mia stanza è in cima, vista Snowdonia, e batte 3:0 il vintage londinese in ogni dettaglio. Per non parlare dei sanitari e delle vettovaglie della sala da pranzo. Il proprietario è così alto che entra a stento nel gabbiotto e vederlo incastrato com’è, tra sedia e incisivi, mi fa quasi dispiacere.</div>
<div id="_mcePaste">Fuori non c’è tregua e investo 10 quids negli stivali di gomma. Passeggio per il Maritime Quarter, arrivando fino a un magazzino che scopro essere il National Waterfront Museum, sorto intorno a vecchi bacini portuali trasformati in aree residenziali. Sulla costa la pioggia non si distingue dall’acqua e non è un caso se Dylan Thomas si accanì sulla poesia. Alla permanente “Man and Myth” al Dylan Thomas Centre imparo che da lui prendono nome i miei Dylan preferiti, Bob e Dog. Ho fame, entro in un locale illuminato a neon pallido dove mi servono il miglior fish&amp;chips siculo di tutti gli UK. Antonio mi racconta come ci è finito, qui e vent’anni fa, ancora picciriddu, mentre fuori si fa buio.</div>
<div id="_mcePaste">Torno nella mia stanza, l’asciugamano grande, l’acqua azzurra quanto la vasca. Finalmente ti ho trovata, giusta distanza. Lavo via la salsedine di un viaggio non mio e sono pronta.</div>
<div id="_mcePaste">Il Great Outdoors incanta e la gente è la sua gente. E questo sì, che innamora.</div>
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		<title>Brasil colorido</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 19:01:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[brasile]]></category>
		<category><![CDATA[concorso]]></category>
		<category><![CDATA[the trip]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci immaginiamo un Brasile pieno di colori vivaci che si muovono al frenetico ritmo di suoni pulsanti. Colori che si muovono su persone, bandiere, strumenti musicali. E in alcuni momenti si può trovare questo, ma i colori che troviamo io e Lella sono fermi, silenziosi, storici, potenti e magici. Piove tutti i giorni. Le gocce arrivano senza preavviso e con furore. Le nuvole viola sovrastano un oceano grigio per 10 minuti, poi il sole torna a colorarci la pelle.
A Joao Pessoa siamo ospiti di due ragazzi tramite couchsurfing.com. Siamo come a casa. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">testo e foto di Anna Volpi (vincitrice del concorso &#8220;<a href="http://www.thetripmag.com/blog/2011/01/21/the-trip-il-mondo-a-roma/" target="_blank">the trip. il mondo a Roma</a>&#8220;)</div>
<div id="_mcePaste">Ci immaginiamo un Brasile pieno di colori vivaci che si muovono al frenetico ritmo di suoni pulsanti. Colori che si muovono su persone, bandiere, strumenti musicali. E in alcuni momenti si può trovare questo, ma i colori che troviamo io e Lella sono fermi, silenziosi, storici, potenti e magici. Piove tutti i giorni. Le gocce arrivano senza preavviso e con furore. Le nuvole viola sovrastano un oceano grigio per 10 minuti, poi il sole torna a colorarci la pelle.</div>
<div id="_mcePaste">A Joao Pessoa siamo ospiti di due ragazzi tramite couchsurfing.com. Siamo come a casa. Le serate si colorano di conversazione, film, forrò (la musica tipica della regione) e caipirinhas con lime verdissimi. Coccolati dall’amaca sulla veranda la sera ad ascoltare la pioggia, le persone che passano in strada, i nostri pensieri. Daniel e Wauber ci raccontano del loro Brasile, dell’amore per la loro regione, della corruzione in politica, delle favelas, dei loro ritmi.</div>
<div id="_mcePaste">Daniel ci porta a Bahia de Traiçao. Chilometri e chilometri di verde intenso, dove ci perdiamo. Il verde delle foglie suona ogni volta che cade una goccia di pioggia. La terra è rossa e sabbiosa, piena di pozzanghere alte fino alle porte della Jeep.</div>
<div id="_mcePaste">Un uomo in bici ci porta fuori dalla foresta e fuori dalla riserva degli indios, fino ad una baia dove aspettiamo una zattera che porta noi e la macchina dall’altra parte. Girata la curva dello sbocco del fiume si apre davanti a noi una scena che ci entra nel cuore. Un oceano blu scuro, una spiaggia infinita, abitata solo da qualche piccolo peschereccio in semplice legno. Il sole è gentile, sta dietro le nuvole, è una giornata che sembra infinita.</div>
<div id="_mcePaste">Come un taglio prematuro al cordone ombelicale siamo su un autobus dirette a Jericoacoara. Joao ci ha fatto vedere il colore che la gente ha dentro. Colori caldi, accoglienti, di tutti i tipi, pronti a mescolarsi con i nostri, che si sono rinvigoriti moltissimo dalla partenza dall’Italia, che ormai neanche sfiora i nostri pensieri.</div>
<div id="_mcePaste">Per arrivare a Jericoacoara, o Jeri, bisogna fare 25 chilometri tra dune biancastre, palme alte e asini. Ci si impiega un’ora. Il paese è piccolo, 6 strade sabbiose che portano all’oceano. La spiaggia è grigia e lunghissima, dominata da una grossa duna bianca, da dove si guarda il tramonto e il suo arancio che mette a riposo i surfisti. L’altra spiaggia è affiancata da una collina verde dove riposano vacche; sembra la Svizzera.</div>
<div id="_mcePaste">Le case sono gialle, azzurre, rosse, verdi, viola, rosa, variopinte. Riflette la varietà degli abitanti. Molte persone da molti luoghi intorno al mondo non sono state capaci di lasciare Jeri. Qui la vita scorre tranquilla e limpida, colorata dall’amicizia, il sole, la capoeira, il surf, la pesca. Dopo un pomeriggio di birra e cachaça da Mario al suo locale Dumundu, in compagnia di varie nazionalità cominciamo a colorarci l’anima anche noi, e capiamo molto bene perché sia così facile rimanere sulla sabbia della cara Jeri. Meritano una parola anche i ragazzi che abitano qui, di tutti i colori di pelle, scolpiti dalle onde. Un appuntamento che non può mancare è la capoeira del tramonto, quando i ragazzi a torso nudo si muovono nell’aria come se il loro corpo non avesse peso. Si canta e si suona accompagnando il cielo attraverso tutte le sue sfumature di fine giornata, finchè è solo la luna a tingere la pelle, la sabbia, gli occhi, il respiro. Tutta la vita si raccoglie in quell’attimo, non serve nient’altro che l’essere qui ora.</div>
<div id="_mcePaste">Dobbiamo lasciare Jeri. Sembra innaturale, sbagliato. Per una notte ci troviamo in un buco nero chiamato Tutoja, che viene per fortuna velocemente cancellato dal viaggio verso Barreirinhas. Per arrivarci attraversiamo una specie di pampas senza strade fatta di erba verde, stagni d’acqua, dune di sabbia, cavalli, avvoltoi, vacche. Il caldo e il movimento ondeggiante della Toyota invitano ad un profondo sonno, impossibile seduti dietro. Mentre ci avviciniamo alla piccola città alcuni bambini si arrampicano dietro la macchina per velocizzare il lungo cammino da scuola a casa.</div>
<div id="_mcePaste">Appena arrivati a Barreirinhas riusciamo ad unirci ad un gruppo che parte per il parco nazionale Lençois Marenhenses. Attraversiamo un fiume poi viaggiamo per un’ora lungo una stretta stradina di sabbia tra due mura di fogliame verde scuro. Ci fermiamo e scaliamo una piccola salita di sabbia, arriviamo in cima e vediamo bianco. Fino all’orizzonte ci sono solo dune bianche che vivono accanto a lagunette di acqua piovana. Un silenzio pesante, vivo. Mi giro e vedo verde fino all’orizzonte. Il mondo sembra tagliato a metà, verde e bianco che vivono uno accanto all’altra, sono così diverse ma parte di un tutt’uno.</div>
<div id="_mcePaste">Camminiamo e non vorremmo mai più fermarci. L’acqua è fresca, il sole non scotta, le forme sono continue e danzanti. Ogni nostro respiro sembra il primo della nostra vita.</div>
<div id="_mcePaste">Così guardiamo il tramonto. Mezzo mondo che si incendia. La sensazione di non avere bisogno di nulla, di un momento infinito, senza misure e limiti.</div>
<div id="_mcePaste">Sao Luis ha un cuore antico, e per antico si intende il periodo della colonizzazione, gli inizi del diciasettesimo secolo. Il centro storico della città è un collage di azulejos, piastrelle di cermaica variopinte importate dai Portoghesi. Coprono tutti gli edifici di questo sito dell’UNESCO, che un tempo era ricco e promettente. Ora il centro sta cadendo a pezzi, mancano piastrelle oveunque, interrompendo il flusso geometrico delle decorazioni. Si possono comprare magliette e calamite che raffigurano le forme e i colori delle piastrelle, ma i veri colori e le vere forme di Sao Luis si vedono il Giovedì e Venerdì sera, lungo una piccola via del centro, ad una festa che si chiama Toda vida es uma fiesta. Per questo evento settimanale si riuniscono persone di ogni tipo: hippies, giovani, vecchi, stranieri, punk, musicisti, skaters, senza tetto, artisti e molti altri. Chi vuole suonare suona, chi vuole ballare balla, chi vuole bere compra birra dai carrettini o si porta appresso una bottiglia di cachaça. Quando diluvia, la festa si sposta dentro un edificio, poi si sposta di nuovo fuori, e si balla il forrò nelle pozzanghere. Tutti sono amici di tutti. Qui ogni persona assume mille colori diversi, scambiandoli in continuazione con gli altri.</div>
<div id="_mcePaste">Dopo la festa si va al Raggae. Sao Luis è la capitale di questa musica, e qui si balla lentamente, stretti stretti al compagno o compagna. Il Raggae qui ha un colore soffice, innamorato.</div>
<div id="_mcePaste">Si dice che il Brasile è di mille colori perché ci sono così tante mescolanze di etnie, ma i colori qui non si vedono, si vivono. I colori qui escono dagli schemi, ci sono colori che non avevo mai sentito prima, che molti devono ancora scoprire. Non stanno mai fermi, le sfumature e le tinte si mescolano in continuazione, perché la vita qui non si osserva ma si indossa, si assorbe, ci si nutre finchè ti entra nel sangue e ti colora da dentro.</div>
<div id="_mcePaste">Il Brasile mi ha affascinato, mi ha coinvolto, mi è entrato nel cuore e nelle viscere, come una storia d’amore passionale e completa, anche se per poco tempo. È un amante che continua a vivere dentro di me, che mi chiama, e sicuramente sarò di nuovo fra le sue braccia.</div>

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		<title>magic trash</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 18:47:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[arte, musica e cultura]]></category>
		<category><![CDATA[racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[detroit]]></category>

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		<description><![CDATA[È grigia Detroit. Grigia di cemento e di grattacieli e di palazzi abbandonati, grigia di smog. La sua storia invece è sempre stata o bianca o nera, senza mezze misure. Da città simbolo del sogno americano in quanto capitale dell’industria automobilistica statunitense, si trasformò alla fine degli anni Sessanta in città fantasma per via della crisi industriale, delle tensioni razziali e delle rivolte del ’67 durante le quali venne messa al rogo e devastata.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste">di Francesca Rosati</div>
<div id="_mcePaste">È grigia Detroit. Grigia di cemento e di grattacieli e di palazzi abbandonati, grigia di smog. La sua storia invece è sempre stata o bianca o nera, senza mezze misure. Da città simbolo del sogno americano in quanto capitale dell’industria automobilistica statunitense, si trasformò alla fine degli anni Sessanta in città fantasma per via della crisi industriale, delle tensioni razziali e delle rivolte del ’67 durante le quali venne messa al rogo e devastata. Fu un’esplosione, e la città non si riprese più. Metà della popolazione, rimasta senza lavoro, fece i bagagli e se ne andò, lasciando alle sue spalle lotti vacanti e strutture abbandonate, covi perfetti per lo sviluppo di violenza e criminalità. Da allora i governi non hanno fatto nulla di concreto, limitandosi a fare quello che gli riesce meglio: promettere. Promettere nuovi impieghi, nuove costruzioni, programmi riabilitativi che non sono mai arrivati. Oggi come allora c’è da aver paura a Detroit. La città più di qualsiasi altra rappresenta i ghetti americani, la crisi economica, il traffico di droga, la violenza, gli omicidi. Le sue strade sono crudeli, cattive. Chi viene da fuori per tifare i Lions va alla partita e poi si sbriga a riprendere la macchina e a tornare sull’autostrada, per andare via, lontano, e subito.</div>
<div id="_mcePaste">Ma in questo grigiore una macchia colorata c’è. Nella east side, a Heidelberg Street, si staglia un paradiso bizzarro che non può lasciare indifferenti: entrarvi significa intraprendere un viaggio in cui l’inconscio ha la meglio sul conscio. Le case son dipinte e decorate con oggetti scartati o gettati nell’immondizia che riprendono vita e soprattutto rianimano il quartiere. E questi stessi oggetti si tramutano in istallazioni da Paese delle Meraviglie. Vestiti usati e vecchi peluche vengono spolverati e colorati e poi appesi a porte, finestre, tetti. Macchine in rottami diventano vasi di fiori variopinti. Porte e lamiere di edifici abbandonati si trasformano in sculture astratte o realistiche, a forma di piante, di animali, di persone. E le persone, quelle vere, restano a bocca aperta di fronte a questo capolavoro vivente che coglie di sorpresa: cammini per le strade di una città grigia e semideserta e tutto a un tratto ti ritrovi in un mondo surreale dove la spazzatura diventa magia.</div>
<div id="_mcePaste">Tyree Guyton, il papà del Heidelberg Project, è oggi un pittore e un artista riconosciuto a livello mondiale, ma venticinque anni fa era un ragazzo come tanti che tornava a casa dopo il servizio militare. Un ragazzo che da bambino aveva visto la sua città bruciare e i suoi tre fratelli morire inghiottiti dalla strada. Un ragazzo cresciuto troppo presto che ritrovando il suo quartiere in uno stato di degrado, povertà, apatia e criminalità diffusa scelse di reagire e impugnò deciso la sua di arma, un pennello. Insieme al nonno dipinse una casa a pois e poi, con l’aiuto dei bambini del quartiere, pulì gli edifici abbandonati, raccogliendo il materiale per poi trasformare le strade, i marciapiedi, le abitazioni, gli alberi in opere d’arte. Come in una sinfonia.</div>
<div id="_mcePaste">Ma come tutte le rivoluzioni che portano un cambiamento e che svegliano le coscienze, il progetto non ha avuto sempre vita facile. Nonostante la fama e l’appoggio di tante persone, fu parzialmente demolito nel ’91 dal sindaco di allora, Coleman Young, e poi di nuovo nel ’99, sebbene Guyton avesse ottenuto numerosi riconoscimenti e premi istituzionali e il quartiere fosse visitato da centinaia di migliaia di persone ogni anno. Chi è al potere, si sa, preferisce sudditi dalle menti sopite e facilmente manovrabili piuttosto che persone vive, pronte al cambiamento e inclini all’ispirazione.</div>
<div id="_mcePaste">Il Heidelberg Project è questo che fa: apre le menti, dà da pensare, propone un’alternativa valida alla violenza e al degrado, offrendo delle soluzioni. È quindi arte nella forma più pura perché è catalizzatrice, non mera estetica. Ogni installazione racconta una storia sulla società: c’è la casa “party animal” che celebra gli orsetti lavatori, le volpi e i fagiani, tutti quegli animali che vivono fianco a fianco con gli abitanti di Detroit. C’è il lotto “OJ – obstruction of justice” (impedimento della giustizia) e il lotto dedicato all’industria automobilistica, dove tutto ha le ruote. C’è la casa a pois, che rappresenta le divergenze della comunità di Detroit, e ci sono i box informazioni creati dai bambini. Perché è a loro che si rivolge soprattutto il progetto, alle nuove menti, al nostro futuro. A loro, che quando camminano per andare a scuola sono circondati da case bruciate, crimine e degrado, Tyree Guyton ha offerto una nuova prospettiva non solo da vedere. Bambini e ragazzi ci vivono, ci giocano, ci crescono e imparano ad apprezzare e a sognare qualcosa di diverso. E magari un domani pretenderanno qualcosa di più dalle istituzioni.</div>
<div id="_mcePaste">In questo senso il Heidelberg Project costituisce un esempio di come la comunità possa prendersi cura dei suoi membri laddove le istituzioni rimangono immobili a guardare il degrado su cui troppo spesso speculano. È un’organizzazione nata spontaneamente che ha come obbiettivo quello di migliorare la vita delle persone e salvare un quartiere dimenticato attraverso l’arte. Perché tutti hanno il diritto di vivere nella propria comunità, di sognare un cambiamento all’interno invece di cercare sempre l’altrove, la via di fuga. E la missione è quella di arricchire un domani anche la comunità più allargata, tramite le persone che già oggi stanno cambiando le loro vite grazie a questo progetto.</div>
<div id="_mcePaste">Staremo a vedere. Intanto oggi parlano i dati: in questi ultimi venticinque anni, Heidelberg Street non è stata più teatro di crimini seri. I suoi abitanti, persone che prima non erano mai entrate in un museo, sono vicini all’arte, partecipano al progetto, ai suoi programmi, festival e workshop. Vi è la possibilità di lavorare e soprattutto di passare il tempo, riflettere e creare in uno spazio all’aria aperta, interagendo con persone che vengono da tutto il globo per ammirare questo angolo di cielo nell’inferno.</div>
<div id="_mcePaste">Il Heidelberg Project è una colla. Unisce e coinvolge le persone, i loro pensieri, i loro sentimenti. È una calamita, che ti costringere a tornarci per vedere a che punto è arrivato. Perché una volta che entri, non lo puoi più dimenticare.</div>
<div id="_mcePaste">heidelberg.org</div>
<p>magic trashdi Francesca Rosati<br />
È grigia Detroit. Grigia di cemento e di grattacieli e di palazzi abbandonati, grigia di smog. La sua storia invece è sempre stata o bianca o nera, senza mezze misure. Da città simbolo del sogno americano in quanto capitale dell’industria automobilistica statunitense, si trasformò alla fine degli anni Sessanta in città fantasma per via della crisi industriale, delle tensioni razziali e delle rivolte del ’67 durante le quali venne messa al rogo e devastata. Fu un’esplosione, e la città non si riprese più. Metà della popolazione, rimasta senza lavoro, fece i bagagli e se ne andò, lasciando alle sue spalle lotti vacanti e strutture abbandonate, covi perfetti per lo sviluppo di violenza e criminalità. Da allora i governi non hanno fatto nulla di concreto, limitandosi a fare quello che gli riesce meglio: promettere. Promettere nuovi impieghi, nuove costruzioni, programmi riabilitativi che non sono mai arrivati. Oggi come allora c’è da aver paura a Detroit. La città più di qualsiasi altra rappresenta i ghetti americani, la crisi economica, il traffico di droga, la violenza, gli omicidi. Le sue strade sono crudeli, cattive. Chi viene da fuori per tifare i Lions va alla partita e poi si sbriga a riprendere la macchina e a tornare sull’autostrada, per andare via, lontano, e subito.Ma in questo grigiore una macchia colorata c’è. Nella east side, a Heidelberg Street, si staglia un paradiso bizzarro che non può lasciare indifferenti: entrarvi significa intraprendere un viaggio in cui l’inconscio ha la meglio sul conscio. Le case son dipinte e decorate con oggetti scartati o gettati nell’immondizia che riprendono vita e soprattutto rianimano il quartiere. E questi stessi oggetti si tramutano in istallazioni da Paese delle Meraviglie. Vestiti usati e vecchi peluche vengono spolverati e colorati e poi appesi a porte, finestre, tetti. Macchine in rottami diventano vasi di fiori variopinti. Porte e lamiere di edifici abbandonati si trasformano in sculture astratte o realistiche, a forma di piante, di animali, di persone. E le persone, quelle vere, restano a bocca aperta di fronte a questo capolavoro vivente che coglie di sorpresa: cammini per le strade di una città grigia e semideserta e tutto a un tratto ti ritrovi in un mondo surreale dove la spazzatura diventa magia.Tyree Guyton, il papà del Heidelberg Project, è oggi un pittore e un artista riconosciuto a livello mondiale, ma venticinque anni fa era un ragazzo come tanti che tornava a casa dopo il servizio militare. Un ragazzo che da bambino aveva visto la sua città bruciare e i suoi tre fratelli morire inghiottiti dalla strada. Un ragazzo cresciuto troppo presto che ritrovando il suo quartiere in uno stato di degrado, povertà, apatia e criminalità diffusa scelse di reagire e impugnò deciso la sua di arma, un pennello. Insieme al nonno dipinse una casa a pois e poi, con l’aiuto dei bambini del quartiere, pulì gli edifici abbandonati, raccogliendo il materiale per poi trasformare le strade, i marciapiedi, le abitazioni, gli alberi in opere d’arte. Come in una sinfonia.Ma come tutte le rivoluzioni che portano un cambiamento e che svegliano le coscienze, il progetto non ha avuto sempre vita facile. Nonostante la fama e l’appoggio di tante persone, fu parzialmente demolito nel ’91 dal sindaco di allora, Coleman Young, e poi di nuovo nel ’99, sebbene Guyton avesse ottenuto numerosi riconoscimenti e premi istituzionali e il quartiere fosse visitato da centinaia di migliaia di persone ogni anno. Chi è al potere, si sa, preferisce sudditi dalle menti sopite e facilmente manovrabili piuttosto che persone vive, pronte al cambiamento e inclini all’ispirazione.Il Heidelberg Project è questo che fa: apre le menti, dà da pensare, propone un’alternativa valida alla violenza e al degrado, offrendo delle soluzioni. È quindi arte nella forma più pura perché è catalizzatrice, non mera estetica. Ogni installazione racconta una storia sulla società: c’è la casa “party animal” che celebra gli orsetti lavatori, le volpi e i fagiani, tutti quegli animali che vivono fianco a fianco con gli abitanti di Detroit. C’è il lotto “OJ – obstruction of justice” (impedimento della giustizia) e il lotto dedicato all’industria automobilistica, dove tutto ha le ruote. C’è la casa a pois, che rappresenta le divergenze della comunità di Detroit, e ci sono i box informazioni creati dai bambini. Perché è a loro che si rivolge soprattutto il progetto, alle nuove menti, al nostro futuro. A loro, che quando camminano per andare a scuola sono circondati da case bruciate, crimine e degrado, Tyree Guyton ha offerto una nuova prospettiva non solo da vedere. Bambini e ragazzi ci vivono, ci giocano, ci crescono e imparano ad apprezzare e a sognare qualcosa di diverso. E magari un domani pretenderanno qualcosa di più dalle istituzioni.In questo senso il Heidelberg Project costituisce un esempio di come la comunità possa prendersi cura dei suoi membri laddove le istituzioni rimangono immobili a guardare il degrado su cui troppo spesso speculano. È un’organizzazione nata spontaneamente che ha come obbiettivo quello di migliorare la vita delle persone e salvare un quartiere dimenticato attraverso l’arte. Perché tutti hanno il diritto di vivere nella propria comunità, di sognare un cambiamento all’interno invece di cercare sempre l’altrove, la via di fuga. E la missione è quella di arricchire un domani anche la comunità più allargata, tramite le persone che già oggi stanno cambiando le loro vite grazie a questo progetto. Staremo a vedere. Intanto oggi parlano i dati: in questi ultimi venticinque anni, Heidelberg Street non è stata più teatro di crimini seri. I suoi abitanti, persone che prima non erano mai entrate in un museo, sono vicini all’arte, partecipano al progetto, ai suoi programmi, festival e workshop. Vi è la possibilità di lavorare e soprattutto di passare il tempo, riflettere e creare in uno spazio all’aria aperta, interagendo con persone che vengono da tutto il globo per ammirare questo angolo di cielo nell’inferno. Il Heidelberg Project è una colla. Unisce e coinvolge le persone, i loro pensieri, i loro sentimenti. È una calamita, che ti costringere a tornarci per vedere a che punto è arrivato. Perché una volta che entri, non lo puoi più dimenticare.</p>
<p><a href="http://heidelberg.org/" target="_blank">heidelberg.org</a></p>
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		<title>Marocco</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2011/11/11/marocco/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 14:10:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Web Exclusive]]></category>
		<category><![CDATA[racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[fez]]></category>
		<category><![CDATA[francesco ricci]]></category>
		<category><![CDATA[Marocco]]></category>
		<category><![CDATA[marrakesh]]></category>
		<category><![CDATA[video]]></category>

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		<description><![CDATA[A trip with my brother Neri accross two cities of Marocco, Fez and Marrakech.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di Francesco Ricci Lotteringi vedi anche:</p>
<p><a href="http://www.thetripmag.com/blog/2011/03/09/sleepers/" target="_blank">Sleepers</a><br />
Portfolio &#8220;<a href="http://www.thetripmag.com/blog/2010/01/28/pagina-del-fotografo/" target="_blank">Zingara al campo rom della Magliana. Roma 2009</a>&#8221;</p>
<p><a href="http://www.francescoricci.com/" target="_blank">francescoricci.com</a></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="600" height="330" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowfullscreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=31953442&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=0&amp;show_byline=0&amp;show_portrait=0&amp;color=ffffff&amp;fullscreen=1&amp;autoplay=0&amp;loop=0" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="600" height="330" src="http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=31953442&amp;server=vimeo.com&amp;show_title=0&amp;show_byline=0&amp;show_portrait=0&amp;color=ffffff&amp;fullscreen=1&amp;autoplay=0&amp;loop=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><a href="http://vimeo.com/31953442">Marocco</a> from <a href="http://vimeo.com/skino">Skino Ricci</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>il tuo inizio la mia fine</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2011/11/03/il-tuo-inizio-la-mia-fine/</link>
		<comments>http://www.thetripmag.com/blog/2011/11/03/il-tuo-inizio-la-mia-fine/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 14:05:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Demian Sideheart]]></category>
		<category><![CDATA[San Zhi]]></category>
		<category><![CDATA[taiwan]]></category>
		<category><![CDATA[UFO ghost town]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla fine degli anni ’70, il visionario architetto Yu Zi progettò un villaggio vacanze “retrofuturista” a Taiwan. Mai completato (a causa di misteriosi incidenti) né abitato, divenne famoso come la “UFO ghost town” di San Zhi. Francesco Zingoni racconta queste rovine (definitivamente demolite nel 2010) con uno spin-off del suo romanzo, "Demian Sideheart", che vede il protagonista vagare nell'isola di Taiwan, alla ricerca di una donna scomparsa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Francesco Zingoni</p>
<p>Alla fine degli anni ’70, il visionario architetto Yu Zi progettò un villaggio vacanze “retrofuturista” a Taiwan. Mai completato (a causa di misteriosi incidenti) né abitato, divenne famoso come la “UFO ghost town” di San Zhi. Francesco Zingoni racconta queste rovine (definitivamente demolite nel 2010) con uno spin-off del suo romanzo, &#8220;Demian Sideheart&#8221;, che vede il protagonista vagare nell&#8217;isola di Taiwan, alla ricerca di una donna scomparsa.</p>
<p>Corro lungo la Fu-Hai, distretto di San Zhi. Il tramonto mi abbaglia.</p>
<p><em>Mettiamo in chiaro una cosa, ragazzo: sono un vagabondo. E vivo in una casa abbandonata. Non vorrei che arrivassi fin qui e ti spaventassi.</em></p>
<p>Così gracchia la voce, una chiamata a mio carico. La moto scollina sul vuoto.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Il posto è in riva all’oceano, sulla punta nord di Taiwan.</em></p>
<p>Ed eccolo, l’oceano, oltre le creste della foresta.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Li riconoscerai subito</em></p>
<p>Si, ora li vedo</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>sono grossi baccelli metallici</em></p>
<p>appesi a grappoli, scintillanti nella penombra</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>a grappoli, come disegni di molecole</em></p>
<p>o forse televisori di design anni ’60</p>
<p><em>noi occupanti le chiamiamo case-UFO.</em></p>
<p>Freno davanti alla recinzione in ferro battuto, slittando sulla ghiaia. Il cancello è aperto. Il giardino appare curatissimo ed elegante. “San Zhi Luxury Residences” recita un cartello tra le bouganville.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>A me piace pensarlee</em><em> come scialuppe di salvataggio, appese agli alberi di un veliero interstellare…</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>…naufragato sottoterra. Sì, molto romantico.</p>
<p>Dietro il cancello, una Lamborghini Gallardo è la prima di una fila di supercar, parcheggiate sul vialetto di ghiaia bianca.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Ripeto: non t’impressionare quando arrivi.</em></p>
<p>Un villaggio di lusso per Raeliani in vacanza? Un po’ inquietante lo è davvero.</p>
<p>Lascio la moto e costeggio la piscina, spettralmente illuminata da una fila di faretti subacquei.</p>
<p>Vive in una casa abbandonata, ha detto. Forse una baracca sulla spiaggia, dietro queste lussuose case-ufo? Non ho idea del perché mi abbia cercato. Al telefono non mi ha voluto anticipare nulla, a parte il fatto di aver trovato uno dei volantini segnaletici con la tua foto.</p>
<p><em>Davvero farai questo, per lei?</em></p>
<p>Sul vialetto non c&#8217;é un&#8217;anima. È ora di cena e sono tutti chiusi nelle loro eccentriche casette: dietro gli schermi retroilluminati li vedo muoversi, mangiare, ridere, versarsi da bere, immersi nel brusio rilassato della vacanza.</p>
<p>Unica nota stonata, un signore anziano, solo, seduto con le braccia molli. La testa rugosa fuoriesce dalla camicia come una pesante appendice del collo, l’osso occipitale piatto come la nuca. Ha lo sguardo fisso sul tavolo vuoto. Si volta verso di me, mi vede, agita la mano. Ha qualcosa di inspiegabilmente familiare quest’uomo… sembra la versione maschile e invecchiata di mia madre.</p>
<p>Mi mostra il foglio che sta fissando. Lo gira lentamente verso di me.</p>
<p>È la tua foto. Ma non quella del volantino segnaletico: è una foto che posso avere solo io.</p>
<p>Avverto nei timpani un lieve sfasamento di pressione.</p>
<p>Ora devo chiudere gli occhi.</p>
<p>Quando li riapro &#8211; forse dopo ore &#8211; vedo le rovine.</p>
<p><em>È un peccato che tutto sia finito così. Ma sai, gli operai morti… e i guai finanziari… e quella “cosa”, che appariva sulla spiaggia! Ciò che vedi ora ne è l’ovvia conseguenza: lo scheletro di una civiltà futura, morta prima di aver visto la luce.</em></p>
<p>I dischi sono tutti sventrati e corrosi &#8211; resti di un immane cataclisma avvenuto ieri o tra un milione di anni.</p>
<p>La porticina azzurra si spalanca davanti ai miei piedi.</p>
<p>È da qui che si parte? chiedo.</p>
<p>Sì, risponde l&#8217;uomo-tartaruga.</p>
<p>Varco la soglia.</p>
<p>Dietro c’è un tunnel. Si curva in avanti, sempre più ripido.</p>
<p>Sul fondo intuisco le acque scure dell’Oceano. Ne sento lo sciabordio ovattato e l’odore. Pesci d’ombra guizzano in aria, lasciandosi dietro scintille immaginarie. Il buio ha la stessa consistenza di due palpebre chiuse.</p>
<p>Ora l’acqua gelida mi arriva ai fianchi.</p>
<p>***</p>
<p>Non è solo un sogno.</p>
<p>Nuoto fino a cancellarmi le impronte digitali.</p>
<p>Mentre trattengo il respiro l’apnea è accecante &#8211; nelle spiagge stellari, nei mari lattei attraversiamo muri d’acqua nera &#8211; si lava via il nostro nome come sabbia</p>
<p>Ti sto inseguendo oltre la direzione del tempo, amore mio</p>
<p>ma ho paura che esistere e raggiungerti non possa più accadere insieme</p>
<p>Il mio inizio, la tua fine</p>
<p>Il tuo inizio, la mia fine</p>

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		<title>i camini delle fate</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 12:55:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>

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		<description><![CDATA[In molte cartine questo luogo non viene neanche menzionato. Non si tratta di una delimitazione politica in quanto tale, ma piuttosto di una regione storica che comprende porzioni di varie province: la Cappadocia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Maria Celeste Meschini</p>
<p>foto di Patrizia Lungonelli</p>
<p>Sono dentro ad un cestino di vimini. L&#8217;aria calda mi avvicina al sole ancora dormiente. Sopra la mia testa arcobaleni che vibrano nel cielo. Palloni. Palloni colorati che vanno su e giù nell&#8217;etere dipinto di rosa. Mi affaccio dal mio cestino. Il mondo sotto ai miei piedi non è reale.</p>
<p>Accanto a me compare Jacques Ètienne Montgolfier che mi racconta del suo primo volo. Parigi, 19 ottobre 1783. Ancorato a terra, insieme al fratello Joseph Michel, meraviglia i parigini con la loro invenzione. Quella che ancora oggi porta il loro nome.</p>
<p>Ma io non sto sorvolando Parigi. E al mio fianco non ho lo scienziato che riuscì a sfruttare per primo la combustione del propano.</p>
<p>Sono incastrata in questo sogno che si fa sempre più reale. Abbagliata da strane architetture naturali che raccontano millenni di storia.</p>
<p>In molte cartine questo luogo non viene neanche menzionato. Non si tratta di una delimitazione politica in quanto tale, ma piuttosto di una regione storica che comprende porzioni di varie province: la Cappadocia.</p>
<p>Nella stessa epoca in cui si formava in Europa la catena alpina, circa 60 milioni di anni fa, nasceva la catena montuosa del Tauro nell&#8217;Anatolia meridionale (al centro dell&#8217;attuale Turchia). La formazione della cordigliera del Tauro ha creato molti burroni e depressioni in Anatolia centrale. Dieci milioni di anni fa queste depressioni sono state riempite da magma e altri materiali provenienti dai numerosi vulcani in eruzione, in particolare i vulcani Erciyes, Keciboyduran, Develi, Göllü Dagi e Melendiz.</p>
<p>Gradualmente, le depressioni andarono scomparendo, trasformando la regione in un altopiano. Tuttavia il minerale che colmava la depressione, non essendo molto resistente all&#8217;azione erosiva del vento, della pioggia, dei fiumi e alle escursioni termiche, ha contribuito alla creazione delle numerose valli della Cappadocia.</p>
<p>È Alim che mi racconta tutto questo. Con sguardo fiero punta il dito verso il basso. Il vento ci culla sopra gli innumerevoli funghi di roccia, un tempo rifugio di popolazioni <strong>eremite</strong> che scavarono le loro abitazioni nel <strong>tufo. Fin dal IV secolo a.C. queste terre incantate sono state abitate prima dagli anacoreti poi dai romani. In epoca bizantina – continua entusiasta Alim – l&#8217;intera regione si trasforma in uno straordinario universo rupestre con quasi quattrocento edifici tra chiese, case e monasteri. </strong></p>
<p>Torri, <strong>canyon</strong>, crepacci, <strong>pinnacoli,</strong> villaggi dai colori che vanno dal rosso all&#8217;oro, dal verde al grigio. È la valle di Göreme, oggi parco nazionale e dal 1985 patrimonio dell&#8217;umanità protetto dall&#8217;<a href="http://whc.unesco.org/en/list/357" target="_blank">UNESCO</a>.</p>
<p>Ed è qui che si scorgono verso il nostro continuo dondolare i Camini delle Fate. Un luogo incantato dove non c&#8217;è più bisogno della fantasia. Perchè il reale sovrasta qualsiasi immaginazione. E la migliore fiaba diventa il mio viaggio.</p>
<p><strong>DETTAGLI DI VIAGGIO</strong></p>
<p>-        Göreme: cittadina di circa 2.000 abitanti si trova nella provincia di Nevşehir nell&#8217;Anatolia centrale, 12 km dall&#8217;omonima capitale</p>
<p>-        Una parte della serie Guerre Stellari è stata girata nel paesaggio lunare di Göreme in Cappadocia.</p>
<p>-        Il villaggio di Uchisar offre un panorama unico dalla sua piazza principale su tutta la valle intorno fino ad Avanos</p>
<p>-        Derinkuyu: la città sotterranea a 9 livelli nella valle di Zelve</p>
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		<title>La storia dell’astronave</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2011/07/28/la-storia-dell%e2%80%99astronave/</link>
		<comments>http://www.thetripmag.com/blog/2011/07/28/la-storia-dell%e2%80%99astronave/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 15:06:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[arte, musica e cultura]]></category>
		<category><![CDATA[curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>

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		<description><![CDATA[Quella stessa notte faccio un sogno che sembra vero. E in questo sogno – che sembra vero come vera è la realtà o anche di più – io sono un’astronave che cavalca veloce lo spazio e addosso mi vengono luci di tutti i colori, anche colori che non esistono, ma che da quel momento per me esistono eccome.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Emanuele Kraushaar</p>
<p>foto a cura di Veronica Gabbuti</p>
<p>NASA/courtesy of nasaimages.org.</p>

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<hr /><em><strong>Franco</strong></em></p>
<p>Ci sono cose che non è facile dire in pubblico. Comunque ho preso coraggio e ho tirato fuori la storia dell’astronave.</p>
<p>“Sì insomma era triangolare, si è fermata sulla mia testa e poi è volata verso l’alto scomparendo nello spazio”.</p>
<p>Io stesso non avrei creduto ad una delle mie parole, se le avesse dette un altro.</p>
<p>Ma quella notte a fare il bagno dalle parti del castello c’eravamo io e Matilde. Solo che dato che lei non voleva far sapere di aver passato la notte con me, ecco che sono l’unico testimone.</p>
<p>Al bar sembrano ancora più disattenti che dai carabinieri. Ho raccontato la mia storia, perché sentivo di doverlo fare e poi ho aperto <em>“La</em> <em>Gazzetta dello Sport”</em>. Ma senza leggerla: era come se aspettassi la reazione di qualcuno.</p>
<p>Il problema è che al bar a nessuno importava niente di queste cose. E poi forse di storie come la mia se ne sono sentite così tante che ormai sono sputtanate. O magari la gente ci crede pure, ma in fondo di questi tempi anche un’astronave aliena non cambierebbe la vita a nessuno.</p>
<p>“E che ci facevi a Santa Severa da solo?” mi ha chiesto mio cugino, sorridendomi.</p>
<p>Mi si è avvicinato con un tono confidenziale.</p>
<p>“Senti, a me dell’astronave triangolare non me ne frega molto, ma mi piacerebbe sapere chi ti sei fatto questa volta…”.</p>
<p>Pochi sanno infastidirmi come mio cugino. Non ha ancora quattordici anni, ma sembra voler bruciare le tappe. Fuma, forse si droga, è già stato bocciato due volte e si impiccia sempre delle cose degli altri.</p>
<p>E meno male che sono riuscito a farlo stare zitto, senza fare il nome di Matilde. Proprio il giorno seguente infatti ho saputo che era sparita di casa. I genitori erano disperati e dopo un paio di giorni la notizia è finita sui giornali e in televisione.</p>
<p>A quel punto ho deciso di non parlare più a nessuno della storia dell’astronave. Ogni tanto qualche bambino ancora mi chiede, ma io faccio finta di niente.</p>
<p>Solo che è quasi una settimana che non riesco a chiudere occhio. Penso continuamente a Matilde e da ieri ho incominciato a credere che la sua sparizione abbia a che fare con la storia dell’astronave.</p>
<p><em><strong>Matilde</strong></em></p>
<p>Ieri notte, o forse qualche settimana fa o magari domani o proprio adesso, vado al mare con Franco. C’è un buio di pece intorno ad ogni cosa.</p>
<p>“Facciamo il bagno” dice Franco.</p>
<p>Così mi spoglio ed incomincio a correre verso il mare.</p>
<p>Mi butto in acqua, mentre lui fa capriole sulla sabbia.</p>
<p>In quel momento vedo una luce fortissima che mi avvolge completamente.</p>
<p>Franco lo perdo di vista e dopo un po’, quando è tornato tutto nero, esco dall’acqua.</p>
<p>Non c’è più, rimangono solo le sue impronte.</p>
<p>Corro verso la strada e faccio l’autostop.</p>
<p>Il tipo che si ferma ha una brutta faccia, così al primo bar gli chiedo di farmi scendere.</p>
<p>Telefono a mio padre, che è venuto a prendermi dopo una mezzora. Ho ancora i capelli bagnati e mio padre dice: “Con chi eri?”.</p>
<p>Voglio dire Franco, ma quando penso alla parola <em>Franco</em> non mi viene in mente niente.</p>
<p>Quella stessa notte faccio un sogno che sembra vero. E in questo sogno – che sembra vero come vera è la realtà o anche di più – io sono un’astronave che cavalca veloce lo spazio e addosso mi vengono luci di tutti i colori, anche colori che non esistono, ma che da quel momento per me esistono eccome.</p>
<p>In questo universo, in cui sono come un lampo, ci sono statue enormi che solo a distanza sembrano meteoriti o altri piccoli pianeti, ma che invece si rivelano come statue o meglio grosse teste, che poi sono le teste di quello che io pensavo&#8230; Ecco, questo non mi va di dirlo, anche perché tutto quello che è venuto fuori da questo sogno è quello che comunque ho scritto la mattina seguente:</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>ho corso fino in fondo</em></p>
<p><em>lo spazio profondo</em></p>
<p><em>e ho camminato come su una polvere</em></p>
<p><em>spaziale per arrivare fino da te</em></p>
<p><em>ma tu non c&#8217;eri</em></p>
<p><em>c&#8217;era solo il ricordo </em></p>
<p><em>che è una statua immobile</em></p>
<p><em>al centro dell&#8217;universo</em></p>
<p><em>Franco</em><em>.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>La prima parte è pubblicata in Tic, Atì Editore 2005</em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Folgorati sulla via di Damasco</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2011/07/28/folgorati-sulla-via-di-damasco/</link>
		<comments>http://www.thetripmag.com/blog/2011/07/28/folgorati-sulla-via-di-damasco/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 12:48:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti di viaggio]]></category>

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		<description><![CDATA[La prima tappa del mio viaggio in Siria è stata la richiesta del visto. Strana sensazione chiedere il permesso per entrare in un paese che non è il tuo. Per chi ama viaggiare, un ostacolo psicologico da superare, il primo segnale che il paese non ti sta dando il benvenuto nel modo più convenzionale del termine. La sensazione di ospite indesiderato dura fino all’arrivo in aeroporto, dove oltre ai documenti devi presentare un modulo accuratamente compilato con le motivazioni del viaggio, il luogo e la durata della permanenza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>testo e foto di Alexandra Rosati</p>
<p>La prima tappa del mio viaggio in Siria è stata la richiesta del visto. Strana sensazione chiedere il permesso per entrare in un paese che non è il tuo. Per chi ama viaggiare, un ostacolo psicologico da superare, il primo segnale che il paese non ti sta dando il benvenuto nel modo più convenzionale del termine. La sensazione di ospite indesiderato dura fino all’arrivo in aeroporto, dove oltre ai documenti devi presentare un modulo accuratamente compilato con le motivazioni del viaggio, il luogo e la durata della permanenza. Parlano un idioma completamente differente dal tuo, scritto con altri caratteri e dal suono ruvido. Alla dogana, i poliziotti confabulano, il loro sguardo è sfuggente, si concentra sulle informazioni da inserire nel database: sputano per terra con la disinvoltura di un calciatore in campo, e congedano rapidi con la semplice restituzione dei passaporti. Dopo il ritiro dei bagagli senti finalmente di essere arrivato e il passo accelera spontaneamente verso l’uscita. Mi guardo intorno, mi sento osservata, più dalle donne che dagli uomini, ma appena il nostro amico siriano si materializza davanti a noi ho l’assurda sensazione di essere a casa. Arriviamo in albergo per l’ora di cena, stanchi e affamati. Salutiamo l’amico che deve rientrare a casa con la fidanzata italiana e prenotiamo un ristorante da lui consigliatoci. Il centro di Damasco è abbastanza piccolo da permetterci una passeggiata e, una volta usciti dai vicoli bui, ci ritroviamo nella movida damascena. Non è facile orientarsi, ci rendiamo conto che le informazioni del concierge sono inesatte, e cominciamo a chiedere. Chi non sa rispondere non si rassegna, sbracciandosi e urlando chiede ad un passante all’altro lato della strada, ferma le macchine, o entra in uno dei negozietti ancora aperti sulla via del Suq. Dopo aver fatto avanti e indietro sulla stessa strada per mezzora senza trovare la fatidica traversa, arriviamo in una piazzetta con dei poliziotti accanto alle moto. Pensando di aver risolto il problema, chiediamo a loro. La scena si ripete: urla rivolte a destra e a manca finché non arriva un giovane universitario, che con gentilezza disarmante ci dice, in inglese, che conosce il ristorante, e si offre di accompagnarci. Così, dopo un’ora e con una fame da lupi, la nostra scorta, chiacchierando amabilmente, ci lascia davanti all’ingresso del locale. Peccato fosse quello sbagliato.</p>
<p>Il Suq di Damasco è labirintico e disorientante, come tutta la città vecchia e i suoi quartieri millenari. Ti risucchia in un vortice di colori, odori, sapori, con un caos di persone che fanno acquisti mentre taxi e camioncini vanno avanti a colpi di clacson. Ma il mercato non è fatto solo di spezie, profumi, oro, tessuti e squisite cibarie, e seppur storditi dal trionfo dei sensi, anche l’occhio trova la sua parte. In ogni angolo ci sono affascinanti testimonianze storiche e architettoniche, come l’antico ostello per viaggiatori, dove la fontana attorno alla quale venivano lasciati i cavalli, con il suo altissimo getto, è il centro di un armonico gioco di linee e archi. Dopo una breve sosta nel bar più antico della città, tra bicchieri di the caldo e aromi di narghilé, raggiungiamo la Moschea degli Omayyadi. Per entrare, le donne devono indossare un lungo soprabito con cappuccio, ognuno deve levarsi le scarpe. All’interno, da una parte pregano gli uomini, dall’altra le donne: a delimitare gli spazi lunghe catene. Ai turisti è permesso aggirarsi liberamente. All’inizio mi sentivo un’intrusa che profanava un luogo di preghiera, dopo poco mi sono accorta che le persone del luogo parlavano al cellulare, mandavano sms o conversavano a voce alta. Così ho tirato fuori la macchina fotografica e ho cominciato a immortalare tutto ciò che attirava la mia attenzione, in particolar modo un folto gruppo di donne che, ammucchiate contro le vetrate di un piccolo edificio circondato da colonne, facevano atto di contrizione. Usciti dalla Moschea, la religione ti segue ad ogni passo: nei burqa, nelle preghiere che all’alba, a mezzogiorno e al tramonto rimbombano nella città, nei minareti che incontri, negli sguardi che gli uomini ti rivolgono se sorseggi bevande alcoliche. Le donne vivono un’evidente condizione di diversità, anche se non tutte costrette in abiti tradizionali. Se osservi l’architettura delle case puoi notare strane ‘sporgenze’ sostenute da travi di legno, con piccole finestre dalle quali un tempo, alle donne chiuse in casa, era permesso guardare fuori senza essere viste.</p>

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<p>Ad Aleppo si respira ancora l’aria dell’antico, prospero, crocevia lungo la Via della Seta, che nonostante le moderne contaminazioni urbanistiche fa parte dei siti ‘Patrimonio dell’Umanità’ dell’UNESCO. Come Damasco, è una delle città abitate da più tempo in modo continuativo, le sue antichità convivono con le nuove arterie stradali dandole l’aspetto di una metropoli. La mescolanza del profumo dei suoi famosi saponi all’olio d’oliva a quello dei succulenti shawarma grigliati (Aleppo è la città siriana dove si mangia meglio in assoluto) le garantiscono la magica atmosfera di una città araba, ma i dintorni hanno un fascino imbattibile. La notte prima di ripartire, ascoltando in tv il Presidente egiziano Mubarak annunciare le dimissioni e le urla delle persone che affollavano piazza Tahrir al Cairo, nonostante la calma apparente dei nostri ospiti, sentivamo che la terra avrebbe cominciato a tremare anche lì.</p>
<p>Alla tentazione di avere una guida per proseguire il viaggio non abbiamo resistito e con un taxi ci siamo avventurati a nord-ovest, verso la Turchia. Prima tappa: San Simeone. Preziosa meta archeologica, prende il nome dell’anacoreta che nel IV secolo d.C. decise di ritirarvicisi al riparo di una grotta. Ben presto però la notizia si diffuse, e l’uomo desideroso di solitudine si ritrovò assediato da pellegrini in cerca di benedizione. Cominciò così a costruirsi una colonna sempre più alta sulla quale decise di vivere, per predicare di tanto in tanto dall’alto. Oggi resta solo una grande pietra al centro di una Basilica, circondata da un incantevole panorama. La leggenda di Simeone lo Stilita ha ispirato il capolavoro di Bunuel “Simon del deserto”: ritrovarsi lì dopo aver visto il film è una sensazione indescrivibile. Dopo il giro delle Città Morte, respirando l’aria inquietante di città abbandonate e quasi intatte, ci siamo diretti verso Palmira.<br />
Il nostro albergo era nel mezzo delle rovine greco-romane: il suo nome, Zenobia Hotel, è in onore della ‘Regina ribelle’, la prima donna della storia che a capo del proprio esercito affrontò e sconfisse in battaglia i legionari imperiali, dichiarando l’indipendenza da Roma. In un’atmosfera da sogno, dopo aver visto sorgere il sole dalla collina dove si erge il castello,  con la nostra guida ci siamo addentrati nel deserto. Persino qui, un cartellone con l’immagine del Presidente. L’avevo vista nelle piazze delle città, nei locali pubblici, sulle tendine parasole delle macchine e sui magneti da attaccare ai frigoriferi, ma tra queste pietre mi domando se, alla luce della Primavera Araba, la sua dinastia sarà altrettanto immortale. In lontananza si fatica a distinguere i veri villaggi beduini dai set fotografici o cinematografici, perfettamente riprodotti. Grazie al nostro accompagnatore ne abbiamo visitato uno ‘originale’: qui una famiglia, i cui componenti rispondevano tutti al nome di Mohammed, ci ha ospitato due ore nella sua tenda, offrendoci the e mostrandoci cuccioli di capra, dal pelo morbidissimo e inaspettatamente gradevole all’olfatto. Me la sentivo ancora addosso la sensazione di quel cucciolo, sulla via del ritorno, superando giovani pastorelli con le loro greggi, piccole oasi, cani girovaghi, un’isolata e pittoresca locanda dal nome ‘Baghdad Caffé’. E mentre i ricordi cominciavano a gonfiarmi il cuore, sapevo che un giorno mi sarebbe mancata anche la loro monomelodica musica.</p>
<p><strong>DETTAGLI DI VIAGGIO</strong></p>
<p>ENTRARE IN SIRIA ANCHE IN QUESTO PERIODO NON SEMBRA ESSERE UN PROBLEMA. I VISTI TURISTICI VENGONO RILASCIATI DALL’AMBASCIATA SIRIANA CON IL SOLITO ITER BUROCRATICO. UNICO OSTACOLO: AVERE SUL PROPRIO PASSAPORTO TIMBRI DI ENTRATA O USCITA DI ISRAELE O DI LOCALITÀ DI FRONTIERA DI PAESI AD ESSO LIMITROFI. SI VERREBBE IMMEDIATAMENTE FERMATI O RISPEDITI A CASA</p>
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