testo e foto di Tina di Benedetto | viaggioinprogress.wordpress.com

Viaggiare è un’avventura completamente personale. Per me il viaggio è un’esperienza dove si diventa orfani del superfluo e figli del necessario.
Dopo aver viaggiato in paesi culturalmente molto diversi dal nostro, spesso in Medio Oriente e in Maghreb, ad aprile 2012 ho deciso di avvicinarmi a una terra per me del tutto nuova: la Thailandia, il vecchio Siam.
I giorni a disposizione erano pochi, solo nove, ma sufficienti per sfiorare per la prima volta un nuovo Paese. Quello che poi mi incuriosiva era che il periodo del mio viaggio coincideva con i giorni del Songkran, il Capodanno buddhista. Un’antica tradizione, che nonostante le ricerche effettuate su internet, non avrei mai potuto capire e immaginare se non trovandomici in pieno. Ma andiamo per gradi.

Il primo contatto con questo paese è avvenuto a Bangkok, una città che è riuscita a stupirmi per il caos incessante di alcuni suoi quartieri, per la modernità dei grattacieli contrapposta all’eleganza di templi e palazzi, per i labirinti dei suoi mercati tradizionali e per gli enormi centri commerciali, per la navigabilità della sua vena principale, il fiume Chao Praya, per la vita modesta che anima i suoi argini. Bangkok o la ami o la odi. O ne rimani incantato o non vedi l’ora di lasciarla e non vederla mai più. Sommersa dal suo traffico informe, incessante e caotico, sovrappopolata e surriscaldata, oppressa da un perenne velo di smog. Bangkok è questo ma troppo altro ancora per non poter essere visitata almeno una volta nella vita.

Ho capito quanto sia importante un giro tra i canali del fiume Chao Phraya. Il colore delle sue acque potrebbe spaventare, ma il vivere letteralmente l’arteria d’acqua di questa capitale e i suoi cosiddetti khlong (canali) è un’esperienza unica. E il modo migliore per goderseli è sfruttarli. Partendo dai diversi imbarcaderi presenti lungo il fiume è possibile fare un giro sul battello, il Chao Phraya Express, con fermate all’altezza delle principali attrazioni come il Wat Arun e il Wat Pho, oppure fare un giro sulle tipiche barche thailandesi, le long tail boat. In acqua si svela una Bangkok diversa. Si percepisce il rapporto che gli abitanti hanno con il loro fiume più importante. Si possono scrutare, con discrezione, alcune abitudini e assaporare le condizioni della quotidianità tipica, a volte atipica per noi occidentali, di una metropoli come questa. È un’angolazione inaspettata, fresca e autentica.

Così come inaspettato è l’impatto con il quartiere Chinatown, punto di passaggio di qualsiasi itinerario thailandese. Quante Chinatown esisteranno al di fuori della Cina? Quale sarà la più antica e quale la più recente? Quella di Bangkok, nel quartiere di Samphanthawong, raggiungibile tranquillamente con autobus o a piedi dopo essere sbarcati dal fiume Chao Praya, è una delle più antiche. Un groviglio di viuzze caotiche, di odori pungenti, di negozi stipati e rumori assordanti. La Chinatown di Bangkok è un’esperienza sensoriale. Il quartiere è l’acme del caos. Rendersi conto di essere in un angolo cinese nel cuore della capitale della Thailandia è un po’ singolare per chi come me non aveva mai visitato il Sud Est asiatico. Quello che invece è meno singolare è lo stupore che mi ha suscitato: mi sono sentita magnificamente spaesata. Perdersi nelle sue vie e nei suoi innumerevoli angoli di mercato è quanto di più divertente e confusionario possa capitare.

E se dopo chilometri di camminata i piedi non dovessero più rispondere agli stimoli nulla è più impagabile di un foot massage in uno dei piccoli centri estetici a conduzione familiare del quartiere. In trenta minuti, per circa quattro euro e una digito-pressione non propriamente rilassante, i piedi tornano come nuovi. Paghi, sorridi, esci e i clacson costanti e lo smog ti rientreranno di nuovo fin sotto la pelle. Se si visita questa città durante il Songkran la prospettiva cambia radicalmente.  Finché non ci si trova non si può avere la minima idea di cosa sia questa antica tradizione buddhista. Il Songkran prevede un’azione purificatrice attraverso l’acqua: i fedeli devono lavare la casa e le statue del Buddha in segno di allontanamento dalle azioni cattive commesse. Una sorta di abluzione purificatrice. Ma dalla tradizione si è arrivati anche a un appuntamento più ludico e divertente durante il quale, per augurare buona fortuna, si finisce con il buttare acqua su tutti i passanti, senza alcuna pietà, in ogni angolo: all’uscita dei centri commerciali, dai ponti sopra i tuk-tuk, dai balconi di casa, dalle macchine cariche di intere famiglie in tenuta da combattente. Trovarsi in una Bangkok umidissima e calda (aprile è uno dei mesi più umidi dell’anno) ed essere completamente travolti da questi festeggiamenti è un’esperienza che non si dimentica nella vita. La Thailandia per tre interi giorni si trasforma in un vero e proprio campo di battaglia e, a farla da protagonista, è l’acqua.Una dichiarata, squilibrata e folle guerra di gavettoni, mitra e secchiate d’acqua ovunque, da ogni balcone, negozio, casa e strade dove bambini, adulti e anziani diventano guerrieri divertiti e pronti a colpirti con le loro armi (acqua o farina). Stare al gioco è il modo migliore per vivere intensamente questa festa. E sotto la pelle si è annidato anche un luogo da sempre sognato, e caratterizzato anch’esso dall’acqua, quello dei mercati galleggianti, i famosi floating market.

In Thailandia, come in altre aree del Sud Est asiatico, i mercati galleggianti sono l’espressione di una tradizione mai persa, un simbolo, una quotidiana abitudine che si spinge oltre il semplice acquisto di cibo. Questi mercati fluviali, a volte turistici, come il Damnoen Saduak, situato a circa cento chilometri da Bangkok e visitabile in mezza giornata, a volte meno, come il Taling Chan o il Khlong Lat Mayom, sfruttano le acque calme dei canali per popolarsi di voci, di odori, di cibo. Spesso quando si parla di mercati si finisce con immaginare le ordinarie e comuni bancarelle, ma qui parliamo di altro. Durante questo viaggio ho visitato diversi mercati galleggianti, più o meno grandi, più o meno improvvisati. Inseguivo questo desiderio da tanto, continuerò a inseguirlo finché non riuscirò un giorno a visitare quelli del fiume Mekong. L’eleganza, la dignità e la maestria con cui le donne si muovono sulle loro piccole barche lasciano senza fiato. È quella che amo definire l’eleganza della semplicità. Tutto viene meticolosamente preparato e cucinato da thailandesi seduti a bordo di barchini, senza perdere mai l’equilibrio. Piccole imbarcazioni condotte da signore, a volte non giovanissime, ma abili ed esperte. Passare con lentezza tra i canali. Una tranquillità che mi ha quasi disorientata. Ammirare la vegetazione, le storie che prendono vita agli argini dei canali, i commercianti che si apprestano a posizionarsi per la vendita. Formiche colorate che d’un tratto si ammassano sulle acque ai bordi dei fiumi, con le loro barche, per iniziare a cucinare o per vendere i loro semplici prodotti. Un perfetto e inimitabile caos organizzato. I floating market.

Basta poi prendere un volo da Bangkok per arrivare in un’ora a Krabi, sulla costa delle Andamane. Una cittadina piuttosto anonima ma strategica come punto di partenza per raggiungere Ko Phi Phi e le oltre cento isole della costa. Una volta arrivati al molo, aver affondato le gambe in acqua ed esserci caricati le valigie sulle spalle, abbiamo preso una long tail boat per arrivare a Railay West, un istmo che sembra essere un luogo quasi inaccessibile e indipendente dal mondo. Raggiungibile via mare, senza macchine, senza scooter. La natura pare aver deciso le sue forme da sola. Morbide, pigmentate, avvolgenti. Alzarsi la mattina per andare in spiaggia è un’esperienza completa: attraversare la fitta vegetazione e il sentiero di mangrovie, imbattersi in piccole scimmie, sfiorare i massicci famosi in tutto il mondo per le arrampicate su roccia, alzare lo sguardo e vederli puntellati di climber, per poi arrivare nella bianca spiaggia di Phra Nang. E lì, sperare di rimanere tutta la vita. Il battito cardiaco si placa, rimango abbracciata al ricordo di quella serenità.