Cape Town ha una doppia faccia e si mostra in una diversa veste a seconda che il sole sia sopra o sotto la linea dell’orizzonte.

Tra gli eccessi di stampo occidentale, l’architettura e l’alta integrazione culturale si nascondono piccole realtà di povertà estrema, le cosiddette townships.

Lungo la strada che dall’aeroporto arriva in centro, sette maialini maculati brucano il sottile lenzuolo d’erba che costeggia il guardrail. Al di là della strada, rinchiuse da un recinto, una serie di baracche, tra vestiti stesi e bambini con gli occhi cisposi che giocano a fare la guerra. Subito dopo, in Nelson Mandela Boulevard, le baracche lasciano posto a una distesa di villette a schiera e a una fitta fila di palme. Table Mountain, la montagna dalla cima piatta e bagnata dall’Oceano, è alta più di mille metri e buca il cielo come fosse fumo. Al semaforo una donna vende la rivista The Woman of Africa. Ha un gilet blu dove si legge a big issue e un foulard dai toni caldi a coprirle la testa.

Volano bassi i gabbiani, il traffico è denso. «Nascondi il cellulare e il portafoglio» mi avvertono, «non tenere in mano la mappa della città altrimenti capiscono che sei turista». Eppure la gente mi accoglie con il sorriso, c’è chi passando mi dice good morning, chi mi guarda intensamente. «Non uscire da sola dopo il tramonto, qui rapinano, violentano, uccidono», ma il sole tramonta alle cinque ora che è inverno e il cielo è terso.

Vorrei andare in Green Market Square a vedere il mercatino di artigianato, prendere la funicolare, o andare verso Sud, raggiungere le cime di Cape Point e poi riscendere verso il Capo di Buona Speranza. Se sono fortunata vedrò saltare una balena o incontrerò una zebra di montagna. Sicuramente a Simon’s Town potrei vedere la colonia di pinguini che vive nella bianchissima spiaggia di Boulders.

Tremo dalla stanchezza, provata dalle quindici ore di viaggio, ma prima di riposarmi compro un sacchettino di carne di antilope essiccata, il Biltong, un alimento tipico della cultura afrikaner che sa di pepe nero e coriandolo.

È domenica, il centro città è deserto e il portiere dell’ostello mi suggerisce di andare a Waterfront. Camminerò lungo il molo e mangerò in un ristorante all’aperto guardando le barche ormeggiate sbattere tra loro e, di tanto in tanto, osservando la coda di una foca sbucare tra le onde.

Chapman’s Peak Drive

Chapman’s Peak Drive è una strada lunga nove chilometri scavata sul fianco della montagna che segue la costa e offre scenari di grande bellezza. Da un lato Costantia Berg Mountain fino a Noordhoek, dove si staglia il Chapman’s Peak, alto 593 metri, dall’altro lo strapiombo sul mare. Lungo la strada l’oceano si estende ampio, ogni tanto si vede una balena saltare, sbattere la coda sull’acqua, arrivare a pochi metri dalla riva e roteare sul dorso. Qui si trova Noordhoek Beach, la spiaggia famosa per la sua sabbia bianca, dove è possibile partire per una passeggiata a cavallo guidata.

Hout Bay, la città costiera che gli Olandesi chiamarono "baia di legno"

Hout Bay, la città costiera che gli Olandesi chiamarono “baia di legno”

Haut bay

A pochi chilometri a Sud Ovest di Cape Town c’è un piccolo corno di terra, dai contorni frastagliati e dalle molte baie. Percorrendo Victoria Road, attraverso Camps Bay e Bakoven Bay, si arriva a Hout Bay, una città costiera a cui gli Olandesi hanno dato il nome di baia di legno. È un’insenatura molto bella e si trova nella valle tra Table Mountain e Costantia, che nel XVII secolo era ancora ricoperta da foreste. Si dice che il primo insediamento fondato dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali, dove oggi sorge Cape Town, sia stato costruito con il legno di questa florida valle.

la colonia di foche di Duiker Island (Hout Bay)

la colonia di foche di Duiker Island (Hout Bay)

La striscia di terra, concava come un’unghia e foderata di verde, attraversa l’oceano con i suoi picchi appuntiti e una spiaggia di sabbia bianca e fine. Il porto è vivo e colorato da barche da pesca e dal mercatino di artigianato locale. Sul molo c’è un uomo con la pelle scura e i capelli bianchi che tiene un pesce tra i denti e si piega sul filo dell’acqua. I turisti che passano gli mettono nel cappello alcuni rands, poco dopo si avvicina una foca e salta per sfilargli il cibo di bocca. È da qui che parte il traghetto per Duiker Island, dove una colonia di foche da pelliccia prende il sole sulla roccia. Tutto intorno, le onde sono alte e il mare è aperto.