Viaggiare è un gesto creativo. Come scrivere, come scattare una fotografia. Hai una serie di idee che ti ronzano nel cuore e ci sei tu che ti fermi, e cerchi di acchiapparle e ci corri dietro e poi una volta che le hai afferrate cerchi di assemblarle, di creare un’armonia, di dar forma a un’idea. E poi magari viene fuori qualcosa che non ti aspettavi e ne rimani stupito. A volte ti infastidisce quello che vien fuori. È come scrivere una poesia.
Cerchi metafore, parole che possano colpire, arrivare in fondo, commuovere, scuotere quello che hai dentro. Un gesto egoistico. Componi una poesia ma lo fai fondamentalmente per te.

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mongolfiere sulla Cappadocia

È l’urgenza creativa che ti spinge a dar vita ad una fotografia, a immortalare un momento che quando sarai sdentato su una sedia a rotelle, se la memoria te lo permetterà ti fermerai e sarai felice per un attimo, un attimo lungo come il centoventicinquesimo di secondo che dura il tempo per realizzarlo quello scatto. E sarà per sempre il tuo attimo, anche se decine di persone si innamoreranno, ognuno a suo proprio, della fotografia che hai scattato. Ma è egoismo!

Viaggiare è anche un atto rivoluzionario. Si viaggia per cambiare il proprio punto di vista, per arricchire gli occhi, o meglio, la capacità degli occhi di guardare intorno. O anche la capacità delle orecchie, o del cuore.

Chi viaggia è un rivoluzionario perchè in un modo o nell’altro sta cambiando la propria vita e la vita di chi gli sta intorno, sta regalando a sé e a tutti quelli che incontrerà qualcosa che inevitabilmente sarà un’innovazione interiore, qualcosa che non assomiglierà a null’altro se non a quell’incontro. Questo è viaggiare.

Scegliere direzioni come metafore, indugiare davanti a un bivio, fermarsi per un attimo e regalare a sé stessi una traccia che non andrà più via, farlo per il gusto puro ed egoistico di regalare qualcosa a sé stessi, cambiare la propria vita o la vita degli altri. Creare strade che nessun altro ripercorrerà nello stesso, identico modo in cui l’hai fatto tu. Ecco perchè si viaggia.

Anche se ti si bucano le scarpe, anche se resti senza soldi in tasca e il prossimo mese non sai come pagare l’affitto, anche se viaggi su un mezzo come il Vostok e ogni chilometro in più è una preghiera o un’imprecazione; ma si deve andare, devi andare, andare, dare sfogo all’inquietudine, come comporre poesie, come glorificare la libertà, come fare la rivoluzione perchè gli affitti, i soldi, i lavori di routine, le immagini di tutti i giorni, le parole degli amici che ti dicono di restare, quelle passano, ma la libertà, quella che hai dentro, non l’ammazza nessuno.

Chi non ha mai sentito il cuore esplodere per la troppa libertà non potrà mai capire cosa voglia dire tutto questo, continuerà a darti dell’incosciente e a confondere la puzza di piedi camminanti con quella dei propri piedi, nascosti alla strada, nelle pantofole.

Il nostro approccio alla Cappadocia è iniziato con un gesto rivoluzionario, la mattina del 20 settembre.
Ahian, il meccanico, ha cambiato, a suo modo, la nostra vita. Abbiamo rifatto la frizione, per sfizio, per sicurezza, per comodità. Abbiamo rigenerato la frizione, smontato e lavato il cambio, passato mezza giornata con una serie di personaggi da film di Kusturica che ci hanno offerto riparo, ci hanno offerto litri di tè alla mela, una bellissima conversazione sulla religione e sui motori e dato l’energia definitiva che ci voleva per prendere il volo definitivo per la nostra destinazione.

È l’energia del mondo, quella che gira intorno alle vite della gente, l’energia di un ragazzo di trent’anni che passerà il resto della sua vita chiuso nella sua officina ma che per parecchio tempo racconterà di aver rifatto la frizione a un vecchio camper tedesco guidato da italiani. Anche questa è rivoluzione.

Poi gli ultimi settanta chilometri. Evitando statali e superstrade, entrando in Cappadocia per vie secondarie, accarezzando i dorsi dei colli, pettinando boschi di melograni, attraversando paesini medievali, dove ogni incrocio di sguardi è un saluto, un sorriso. L’egoismo di tenere per sempre per sé quei sorrisi.

turisti a passeggio sul lago salato di Tuz Golu

turisti a passeggio sul lago salato di Tuz Golu

Siamo arrivati in Cappadocia l’ultimo giorno dell’estate e poi siamo andati via, come le rondini che vanno a svernare sotto i tetti delle case africane, dopo un volo di migliaia di chilometri. Giungere a destinazione è come chiudere una crepa e riaprirne un’altra. Chiudi i conti con la strada che hai percorso, li riapri con la via del ritorno. Rammendi gli strappi del passato, apri squarci su quello che sarai da quel momento. E in mezzo a quelle due crepe ci cade un po’ di tutto, ma non lo perdi, come le tasche bucate ai cappotti: quello che ci cade non lo perdi definitivamente. Credi che non lo troverai più ma prima o poi lo ritrovi nella fodera o nel risvolto.

Andare in Cappadocia era qualcosa di simbolico, era la ricerca di una meta esotica, quasi di un luogo immaginario, fantastico.
Lo scorso anno siamo stati a Capo Nord: aria e acqua. Quest’anno volevamo la terra e il fuoco. A Goreme abbiamo attraversato a piedi alcune valli dove ci passano solo i contadini per raccogliere mele, noci e uva, da piante inerpicate tra sassi e città scavate nella roccia anche quattromila anni fa. Era come una notte insonne la nostra via per la Cappadocia, la volontà di arrivarci, come la ricerca delle radici.
Un viaggio a ritroso nel grembo della terra, verso le città sotterranee, verso gli affreschi bizantini, verso il mistero delle comunità bizantine e prima ancora cristiane e prima ancora ittite.

Un ritorno primordiale. A cui è seguita una fuga quasi immediata, perché chi vaga ha da vagare, che l’insoddisfazione della ricerca muove i cuori dei viaggiatori. Viaggiare è anche questo.

Come andare a trovare un parente che non hai mai conosciuto ma di cui ti hanno sempre parlato, che ti sembra quasi di conoscerlo, ma poi dal vivo c’è sempre quel particolare che cambia le tue opinioni. In bene o in male. E quello che poi vuoi, è andar via a causa della noia. Come andare sulla tomba di un poeta di cui conosci tutti i versi. Non lo conoscerai mai dal vivo, o fino in fondo, eppure la sua essenza ti appartiene. E non vedi l’ora di tornare a poetare.

C’è una parte di un film a cui sono particolarmente legato. E lo sono per vari motivi. C’è una Vespa che vaga sul litorale romano. Sulla Vespa c’è Nanni Moretti. Intorno baracche, lidi, ombrelloni, campi coltivati, degrado. In sottofondo c’è Keith Jarrett che suona. Si tratta del Koln Concert. Secondo me uno dei concerti più belli tenuti dal pianista. E si tratta del film Caro Diario. È la parte in cui Nanni Moretti va a cercare il posto in cui è morto Pasolini. Secondo me una delle scene più belle dei film di Moretti.

E c’è qualcosa che simbolicamente somiglia al nostro viaggio. Attraversare posti apparentemente banali ma guardarli con occhi diversi. E arrivare in un posto di cui tutti sanno ma dove la maggior parte della gente che conosci non c’è mai stata. Come il nostro viaggio. Un pellegrinaggio alla ricerca di qualcosa che ti sta dentro e poi la fuga immediata, perchè l’immobilità è terra che frana e fa tremare le ginocchia.

Se la nostra avventura fosse un film in questo momento, vedremmo un camper che si muove sulle strade della Turchia. Tutt’intorno scende la notte e la Cappadocia si allontana lentamente dietro quel camper. Come sottofondo Alone togheter di Chet Baker. Poche note da suonare, ancora duemila chilometri da percorrere. La strada per il ritorno è ancora lunga da solcare. È tutta un’altra crepa.

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