di Ester Viola Adriano

Settembre 2015, avvio dell’ultimo trimestre di un redditizio contratto in un famoso studio d’urbanistica ed architettura a Parigi. Decido di non chiedere rinnovi o estensioni, voglio fare un viaggio, lungo e lontano, vedere qualcosa di diverso, ripensare il mio modo di lavorare e di vivere, separarmi dal mio quotidiano Parigino.

M‘iscrivo ad un corso di giapponese, comincio a pensare di fare un viaggio in bicicletta, a piedi e in treno da Tokyo a Kyoto, sulle orme d’Hiroshige e fotografare le 53 stazioni del Tokaido, o quello che ne resta. Leggo, scrivo e sogno.

13 Novembre 2015, un venerdì sera a Parigi, fuori sparano.

16 Novembre 2015, lunedì. “On a tous la gueule de bois”. Parigi non sarà mai più la stessa. Fatico ad andare al lavoro. Fatico ad andare a dormire. Fatico a respirare e a sognare.

17 Novembre 2015, martedì, il mio compagno parte per l’Australia, durata del viaggio non definita. Sei mesi? Due anni?

Parigi è vuota, la mia casa è vuota, traccio linee al computer che costruiranno case, non vedo più il nesso e perdo il filo. Non riesco più ad andare a lezione di giapponese, non riesco più ad andare in bicicletta, non riesco più a fare l’architetto.

Mi scrive regolarmente Laura, una mia amica fotografa che da qualche mese si é stabilita in Arizona, ad Arcosanti, una città «esperimento», la cui costruzione é stata avviata dall’architetto Paolo Soleri e numerosi volontari negli anni ‘70. Conosco bene e amo molto il lavoro di Paolo Soleri. Ho sentito parlare di Arcosanti, mi affascina l’idea di poter concepire e creare architettura con le mani, senza computer, colando cemento e scavando buchi. Sperimentare attraverso un “modello” scala uno a uno, vivere nel deserto, ripensare il modo di abitare, insieme, attraverso l’architettura e l’urbanistica, concretamente.

Laura

Laura

Laura mi racconta il quotidiano lì, mi manda foto, mi tira su il morale, mi dice che il deserto, il wild wild West, é il posto giusto per azzerare il contatore, e magari ricominciare a respirare. Mi dice che in Giappone ci posso andare un’altra volta.

Mi convince, mi convinco, passo dall’estremo oriente all’estremo occidente, ottengo di abbreviare di un mese il mio contratto, arrivo a fatica fino a Natale. M’iscrivo al famoso workshop di Arcosanti, programma educativo di cinque settimane in cui si impara a conoscere Arcosanti e le teorie di Paolo Soleri. Il corso è aperto a tutti e prevede la partecipazione attiva alla costruzione di un’Arcologia.

who-cares

who cares

28 Gennaio 2016, Parigi – Phoenix. Arrivo alle 10pm. Prendo lo shuttle per Cordless Junction, 50 minuti dopo scendo ad una stazione di benzina in mezzo al nulla. Laura è lì che mi aspetta, polverosa, bella, capelli scoloriti dal sole con sfumature verdi, tre scialli, abbronzatura da cowboy. Percorriamo due miglia di strada sterrata, sempre in mezzo al nulla, i fari illuminano un’insegna di acciaio arrugginito – ARCOSANTI. Fa freddo, 4 gradi appena.

Tento di stare dietro a Laura che saltella e cammina veloce in mezzo a costruzioni, sotto volte, su e giù per scale di cemento. Qualche luce ancora accesa, un villaggio in cima ad una rupe illuminata dalla mezza luna, é un presepe ideale dall’architettura contemporanea, senza Gesù.

Fin dalla prima notte sogno Arcosanti, perché ad Arcosanti si sogna solo Arcosanti.

Domenica 31 gennaio. Comincia il workshop. Siamo in 16. Ci presentiamo uno ad uno, ogni volta che arriva qualcuno di nuovo ci si ripresenta tutti, e a tutti. Per l’ultimo incontro, ormai stanchi, esprimiamo solo il succo del nostro essere in società, nome, provenienza, età. Ultimo esercizio, ci chiedono “If you were a fortune cookie, what would be your inside message?” – rispondo – “I was suppose to travel in Japan… So my fortune cookie would be “Don’t suppose””.

luna

Luna

Comincia così un’avventura di nove mesi nel South-West e lungo la West-Coast degli Stati Uniti, attraverso 5 stati, 2 deserti, lungo un oceano, in fondo a canyons ed in cima a montagne, nel mezzo di villaggi fantasma e grandi città. Come base, come casa, Arcosanti e Cosanti (la prima costruzione di Soleri in Arizona, dove risiedeva e progettava), dove lavoro come volontaria in costruzione, restauro e pianificazione. Nove mesi alla ricerca di un’unica cosa, il contatto umano. La cosa essenziale che mi è più venuta a mancare. L’umanità. Cercare di entrare in contatto con l’umanità in uno dei posti più vuoti, più alienati e alienanti, più solitari, Il wild wild West.

La macchina fotografica è il mio faro acceso e il mio radar. Il mio mezzo di locomozione sono i piedi, non guido. Il mio compagno di viaggio è la solitudine.

borderline

Borderline

Il primo abbaglio è la lingua. Parliamo tutti un po’ di inglese. Io lo parlavo abbastanza bene da adolescente, grazie ai frequenti viaggi in Inghilterra. A quindici anni ho dovuto imparare il Francese, di punto in bianco, avevo due anni per passare la maturità in Francia, in una lingua mai studiata nè praticata. L’inglese si è andato a nascondere da qualche parte. Nel wild wild West si viene da tutte le parti del mondo, ma la maggior parte sono Americani di terza e quarta generazione. E gli Americani vengono da tutti gli stati d’America, e prima ancora venivano da tutti gli stati d’Europa. E poi ci sono tutti gli altri stranieri del mondo intero, futuri Americani? Ne deriva una molteplicità di accenti, gli uni più originali degli altri. Tutti sono benvenuti. Quando cominci a capire e a farti capire da una persona, è il vicino che non ti capisce più. Siamo tutti molto tolleranti e facciamo finta di parlare la stessa lingua, quest’inglese immigrato, senza capo né coda. Facciamo finta di capirci. I misunderstandings sono infiniti, divertenti, tristi, a volte tragici. Quel tenue legame che si era creato capitola rapidamente, dicevo nero, hai capito bianco, un attimo vicini, adesso di nuovo distanti.

Poi viene la cultura contemporanea in generale. Arte, musica, cinema, moda, in Europa siamo impregnati fino al midollo di cultura Americana. L’ottanta per cento della musica che ascolto viene dall’America, i miei fotografi contemporanei preferiti sono quasi tutti Americani, e così per i pittori, gli scultori e gli architetti. Forse solo nel cinema amo più i film Europei che quelli Americani, ma non ne sono sicura. Le basi per discutere e scambiare opinioni sono quindi piuttosto consistenti. Pensiamo di parlare delle stesse cose, avere gli stessi gusti. Ci vestiamo nello stesso modo, la moda Europea copia quella Americana che copia quella Europea, ecc… Pensiamo di essere simili, molto simili. Sbagliato. Siamo diversi, molto diversi. Forse la storia conta più del risultato. Al momento in cui ce ne rendiamo conto è troppo tardi, la delusione è sostanziale. La luce vacilla e poi si spegne di nuovo. Seconda rottura delle trasmissioni.

contact

Contact

Infine viene l’ambiente. Questo acquario gigante nel quale ci agitiamo, che definisce le frontiere. Europei e Americani viviamo in case simili se non uguali, possediamo ed aspiriamo alle stesse cose materiali, elettrodomestici, computer, televisori, abbigliamento, ci spostiamo nello stesso modo, treni aerei, autobus, comunichiamo, ahimè, con gli stessi potenti mezzi, cellulari e internet. I paesaggi che amiamo e nei quali evolviamo hanno gli stessi denominatori comuni, città, architettura e urbanità, natura, mare, campagna, deserto e montagna. Dovremmo quindi avere gli stessi punti di riferimento, gli stessi parametri, le stesse coordinate. Ma c’è qualcosa che non combacia, qualcosa di essenzialmente differente. Come una disfunzione spazio temporale. Lo spazio e il tempo. Fino a che punto paesaggi del West influenzano e cambiano coloro che sbarcano qui, fino a renderli essenzialmente differenti dai loro “cugini”, in apparenza così simili e con una storia ancestrale comune? L’abbaglio si trasforma in miraggio.

Queste riflessioni non esistevano in partenza, sono scaturite in qualche modo dalle centinaia di fotografie che ho scattato. Non avevo un obiettivo preciso cominciando questo viaggio. Avevo però un chiodo fisso: riempire un vuoto. Riempire lo spazio e il tempo che ultimamente mi separavano dagli esseri umani. Via via, srotolando rullini, vedevo l’alternarsi di paesaggi maestosi, immensi e vuoti, di città caotiche, saturate e desolate, di villaggi abbandonati impregnati di magia, e ritratti, sguardi interrogativi, visi curiosi, espressioni di paura ed attrazione. Più li cercavo, più loro mi sfuggivano, sfumavano nel paesaggio. Spontaneamente ho cominciato ad associare alle fotografie una serie di concetti semplici : border-line, desire, contact, contact failure, mirage, love, love mirage, rarefaction, water, water desire, end, end of lands, sex, no sex, short cut, distance, saturation, vision, blurry vision, per provare a definire, contenere, ricordare e soprattutto comunicare. Inventare un linguaggio mio che mi permettesse di entrare in contatto.