di Giulia La Starza

Ho pensato molto bene prima di decidere di partire. Era una questione di valutazione. Come sempre il viaggio assume la funzione di determinante nella ricerca e nella strutturazione di se stessi. Avevo pensato di voler andare, erano mesi che lo avevo pensato.
Forse era la solita fascinazione che si appropria di me quando si parla di guerre finite, di rovine, di rinascita, di diversità.
Beirut é come Tel Aviv, ma diversa. Diversa per 20 anni di guerra civile, che sono davvero tanti, una guerra interna, un paese spezzato. Però sempre giovane, viva, nell’immaginario collettivo, come forse nella realtà. Ma soprattutto ricca, ricchissima, nelle banche tutta la ricchezza del petrolio dei paesi del golfo che si riversa per poter essere spostata e diversamente investita. Beirut, così mediterranea, così europea, così cristiana e non ebraica. All’inizio era la solita fascinazione per l’ibrido, per qualcosa di troppo complesso per essere definito con facilità, e il successivo rispecchiarmi in un concetto che mi era così familiare. E poi, dopo l’attrazione e l’immaginazione, arriva il tempo dell’azione. Quante cose nella mia vita avrei voluto fare e non ho fatto?

Per paura, paura di uscire dall’isolamento protetto di una vita vissuta a metà, sempre in sicurezza, sempre spaventata, dal mondo, da ciò che di bello o di brutto poteva succedere. La vita per me non è mai stata un’opportunità, ma una minaccia. Come sul corpo ho scritto tante cose, ho scritto “Beware”, cioè presta attenzione, sempre, la guardia mai bassa, perché ovunque ti giri, il male impera. La visione falsata delle cose, se aveste vissuto la mia vita, non vi apparirebbe poi così falsata. E così, vissuto sempre sulla linea tra il dentro e il fuori, l’isolamento e l’apertura, partire, ma soprattutto andare lì, si configurava come la scelta più giusta.
Cioè significava l’apertura alla complessità per abbracciarla, potenzialmente comprenderla, quantomeno vederla concretamente, dopo aver letto storie sui libri, articoli di giornale. E significava l’apertura al rischio, ma sempre controllata. Il rischio è quello di un paese che non è formalmente in guerra, ma da essa è accerchiato. La Siria a nord, che rivoluziona gli equilibri geopolitici mondiali. E Israele a Sud, il nemico giurato, su cui Hezbollah, lo sciita, se non fosse impegnato in Siria, continuerebbe ad accanirsi, o quantomeno a cercare lo scontro, a volte indiretto, a volte meno, che provoca il can che dorme.

È un piccolo paese sospeso, con quattro milioni di abitanti e un milione e mezzo o più di profughi siriani e palestinesi.  È sospeso perché il rischio non di una guerra aperta, ma della ben conosciuta guerriglia in tutte le sue forme, in fondo è presente, c’è, ed è innegabile. Attentati, esplosioni, uccisioni di primi ministri, i libanesi, questo lo conoscono bene. È un piccolo paese mediterraneo e non arabo, per cultura ed etnia. Ha un’identità complessa, e qui sta la mia attrazione. Ad un mare cristallino, si oppongono le tranquille montagne di cedri. Nelle valli a nord est si produce vino da boutique. Gli hotel internazionali ad Hamra provano a fare eco ad un passato splendente da epoca coloniale francese, in cui lo Champagne scorreva a fiumi.

Una Parigi dorata, una Svizzera sul mare.
E ora?

 

TAPPA 1 – ARRIVO A BEIRUT

Non volavo con Alitalia da qualche anno, certo da prima che Etihad la rilevasse. Un volo liscio come l’olio, tranquillo, sembrava di inseguire il sole, solo che andavamo verso est. Sono scesa in aeroporto con molta tranquillità, visto turistico immediato, esco. I miei contatti libanesi si erano raccomandati: non cedere. Non più di 20,000£. Sii di marmo. “Act tough!” A friend said. Ebbene ho provato, ma non è stato possibile. Nel senso che se non arrivavo a 30,000£, anche in share con un antipatico signore tra parentesi, rimanevo li. Seduta per terra. Ho ceduto, ho fatto gli standard ma non immaginati 45 minuti di traffico congestionato necessari, senza che nessuno mi rivolgesse una parola, tranne un: “Hamra?” Cercando una specificazione alla mia richiesta. Neanche alla mia domanda: “cosa fanno lí tutte quelle persone completamente vestite di nero che urlano AMERICA?” ottengo risposta. Questo è strano, certamente.

Avevo comunque prontamente segnato l’indirizzo su un foglio di carta: inutile.
Cellulare: fuori gioco.
Vengo lasciata su Hamra street.
Perfetto, l’istinto di sopravvivenza mi guida verso un imprescindibile Costa Coffee in cui utilizzare il Wi-Fi per reperire questo hotel/ostello fantasma.
15 notifiche di whatsapp.
Ragazzi sto bene. Sono solo molto incazzata perché qui non parlano altro che l’arabo, ma tendenzialmente mi ignorano.
Non era previsto. “La città più cosmopolita del medioriente”
Ah, ecco.
Ma sono tenace.
E trovo gli infamous Hamra Gardens.
Oltre ad avere delle particolari abitudini, questi fenici, hanno dei particolari orari.
La stanza la rifanno alle 18.
Perché mi domando?
Non fa nulla, tutto odora di quel fastidio di candeggina disinfettante, forse anche le lenzuola, e ciò è bene.
Sono spaesata, è certo, troppo rumore, troppe macchine, troppe persone, il tempo è dilatato, ma devo uscire, c’è poca luce, e mi serve. Per trovare punti di riferimento e orientarmi, cosa a cui non posso rinunciare in nessuna città. A piedi si può fare con rapida semplicità, con gli autobus lo stesso, i percorsi restano quelli. Ma qui a piedi non si può girare, le distanze sono troppo ampie, per quanto la città sia più o meno piccola. I punti di interesse sono dislocati. Il maledetto tassista farà sempre una strada diversa. È la regola.

Mi faccio portare a Gemmayze, la neighborhood che non ho remore a definire un po’ New York/ un po’ Londra/ un po’ Berlino.
È ormai buio. Fa buio alle 18,30. Sappiatelo prima. Il tassista mi incastra con quelle che saranno le solite millemila lire libanesi in più che io in quanto turista, e anche femmina, pagherò sempre, nonostante una leggera ribellione evidente. Scendo, ancora mezza incazzata, ma mi passerà. Cammino, da sola, come molte altre donne, senza velo, in una città che non sarà araba, ma è musulmana. Nessuno mi dice una parola, e le strade non sono illuminate. Stranieri che corrono ovunque, l’orario di ufficio é ormai finito.

stazionecola

Non so dove sono, vago senza una meta, finché non trovò un localino molto hipster che sono sicura saprà sfamarmi con un’insalata con feta e avocado. Ma soprattutto mi regalerà la gioia di un Wi-Fi che faccia il suo dovere, è semplicemente funzioni.
Sono stanca, ho camminato non poco, ma soprattutto sono sovrastata dal caos della città, dalla valuta che mi è ostile, dalla lingua che non ha un minimo di somiglianza con nessuna di quelle che ho sentito parlare più frequentemente, dal numero di informazioni che sto tentando di assimilare per vedere tutto ciò che vorrei. Mangio la mia insalata, che nel locale fighetto con un vago retrogusto postindustriale non può che costarmi meno di 20$.

Sì perché qui non ameranno gli USA, ma i dollari sono moneta corrente. Gli euro? Cosa sono? Torno con un service, che praticamente é un taxi, solo che sei disposto a raccattare altri disgraziati per strada che vanno in una qualsiasi direzione. E andate insieme. La prima giornata è finita, ma io sono nervosa. La situazione naturalmente mi è completamente sconosciuta, lo sapevo, ma da sola, lo sconosciuto appare ancora meno facile da dirimere. E poi per domani ho deciso di andare verso Nord, sulla costa, arrivo predisposto a Tripoli, la prima città sunnita libanese.
In autobus, o almeno così credevo..