di Giulia La Starza

Dopo aver lasciato l’Italia , aver esplorato Byblos e Batroun, dopo aver raccontato la manifestazione di Ashura,  il diario di viaggio attraverso il Libano approda a Beirut

 

TAPPA 5 – BEIRUT

“Questo posto è strano. Caotico. Disordinato. Con un traffico impossibile. Ci sono super developments costosissimi a 27 piani in costruzione, locali simil-newyorkesi/londinesi con bricks alle pareti, un po’ bio food/macrobiotici. E a fianco lo schifo. Donne che camminano tranquillamente da sole al buio in strade non illuminate. Gente che corre. Stranieri ovunque. Nonostante il mio fantastico senso dell’orientamento non ci sto capendo una mazza. Ho il vago presentimento che i tassisti mi freghino con questa strana valuta come se non ci fosse un domani.”

 

LA MATTINA E LA CORNICHE – Chiedo appena sveglia con serenità il mio double espresso; qui nessuno mi guarda male per questo, dato l’alto quantitativo di caffè che bevono quotidianamente. “Sei, sette, anche otto al giorno, chi tiene il conto?” Mi aveva detto John il giorno prima.

Per capire Beirut, o almeno tentare, pensavo, sarei dovuta partire dalla “Green line”.

Si intende la linea di demarcazione usata durante i vent’anni di guerra civile, che divideva la parte in mano ai mussulmani a ovest, da quella ad est, in mano ai cristiani.

La linea era disabitata, il verde del nome, era dato dalla vegetazione che ormai cresceva spontanea, i palazzi completamente distrutti, ma pieni di cecchini pronti a colpire la parte avversa.downtown2

Come ho detto, la mia base è ad Hamra, nella parte ovest, quartiere moderno e modaiolo, quello più commerciale e meno “libanese”, sede dell’università americana, cosa non difficile da dedurre, appena incontri i vari Starbucks, Dunkin’Donuts, Mc Donald’s ad ogni angolo di strada, ed è pieno di grandi catene di abbigliamento internazionali. Forse, data la splendida giornata, era una buona idea fare una passeggiata sul mare. Ma a Beirut, forse di mare non si può parlare.

Non se ne sente la presenza poi molto, non se ne sente l’aria, l’odore, forse a causa delle alte costruzioni che lo limitano.Ci si può dirigere verso la Corniche, la “passeggiata”, che in altre città del golfo come Abu Dhabi, ho trovato, per vedere le Raouche rocks, delle rocce appunto in mezzo al mare, di fronte a cui passa un largo marciapiede, una strada ad alto scorrimento, e sorgono moderni palazzi.

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Sulla discesa al mare, fatta per lo più di rocce, sono nati vari club privati, con ristoranti e piscina, per i ricchi che vogliono passare la giornata al sole. Decido di andare a piedi. Non molto saggio, 20 minuti a piedi per vedere sostanzialmente nulla di interessante. Arrivo, il mare c’è, nonostante non sia come quello italiano di certo, la trasparenza dell’acqua anche, come l’odore e la brezza. Senza volerlo penso a quanto sono vicina alle isole greche in cui approdano i rifugiati siriani che cercano la vita dorata d’Europa. E penso al Mediterraneo, che accomuna tutti i paesi che si affacciano su di esso in mille piccole cose; dal clima, al cibo.

Decido di scendere, nonostante non ci sia una vera spiaggia, o un comodo accesso, solo una scaletta un po’ diroccata, piena di sporcizia di vario genere, che porta a degli scogli dove siede un gruppetto di pescatori. Arrivata in riva, l’enorme quantità di rifiuti non è certo un invito a fare un bagno rinfrescante, ma è anche certo che non ne avevo avuto neanche la più lontana intenzione.

Risalita osservo il panorama, guardo le coppie che si fanno fotografare per pochi istanti, mi dirigo al primo ristorante che trovo, e mangio del pesce, insipido, nella speranza che non sia quello pescato dal gruppo di ragazzini che avevo intravisto più giù.

 

GEMMAYZE – Dopo l’ennesimo caffè, rientro da Manara verso il centro, stavolta con un service, 4,000£, verso Hamra. Controllo gli scatti dei giorni passati sul computer, appunto qualcosa, perdendo un po’ di tempo. Esco di nuovo, altro service, via, per farmi lasciare nella parte oltre la vecchia linea, storica, nel quartiere di Ashrafieh, quello che era durante la guerra civile il centro nevralgico della gestione cristiana dell’area est. Cammino guardando verso l’alto, per godermi quello che resta dell’architettura coloniale francese.gemmayze

Mi ritrovo senza volerlo a Gemmayze, in cui già mi ero trovata, ma con il buio, la prima sera, ed è qui, grazie alla luce, che comincia lo stupore. Intorno a Rue de Gouraud, mi ritrovo immersa in un’atmosfera vagamente bohemien, piena sia di piccole botteghe artigianali, sia di nuovi ritrovi di arte contemporanea. E’ un vecchio quartiere, pieno di minuscole stradine e splendidi palazzi storici, sempre di età e influenza francese. Si alternano sulla strada negozi dal tono hipster, barbershops che vendono un po’ di tutto, dai vinili agli oggetti più disparati, pub, ristoranti e cocktail bar dal curatissimo e modernissimo interior design, in cui si suonano dj set di musica elettronica. La street art è ovunque; graffiti, collage paste, stencil, yarn bombing, slogan in arabo, inglese, francese.

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Mi sembra di cogliere una spinta che tende verso il futuro, e la voglia di movimento in avanti non solo di una parte dei giovani libanesi, per dimenticare un passato di guerre e un presente di divisioni, ma degli stranieri che chiamano Beirut casa.

Sento una sorta di commistione culturale che unisce il mondo arabo a quello europeo, ma certo in così poco tempo, non posso essere in grado di comprendere le ragioni di questa sensazione, né tantomeno quanto sia corrispondente alla realtà.

 

DOWNTOWN SOLIDERE – Sulla via della destinazione, passo con il taxi in Place des Martyrs, osservo l’iconica statua in commemorazione dei martiri della guerra contro l’Impero Ottomano, che poi diventerà invece il simbolo dei martiri della guerra civile, e la grande moschea Mohammed Al-Amin, con le sue cupole azzurre, i minareti, e i suoi mattoncini beige, senza fermarmi.

Con la distruzione totale della zona intorno alla green line, negli anni successivi alla guerra, ovviamente c’è stato un nuovo sviluppo urbano. La società che sì è fatta carico del nuovo urban planning e della ricostruzione è Solidere, acronimo per “Société libanaise pour le développement et la reconstruction de Beyrouth”. La controversia intorno all’esistenza e al lavoro di Solidere, e quindi all’appalto ad una società essenzialmente privata per la ricostruzione, è che in quegli anni non esisteva un governo che avesse una stabilità e una capacità funzionale adeguata a ricostruire la città e ad attrarre capitali e compagnie straniere.

Per questo ci si affidò ad un’entità che potesse prendere in mano le redini della situazione, ma era di proprietà di Rafic Hariri, business tycoon e primo stakeholder della società, che all’epoca ricopriva la carica di primo ministro del paese. Girare per Downtown, partendo da Samir Kassir Square, vicino alla grande piazza di Is Beirutis, è un’esperienza in un certo senso desolante.

Piazza Samir Kassis

Piazza Samir Kassis

Non necessariamente nel senso più dispregiativo del termine, ma sicuramente fa emergere emozioni contrastanti. Ci si trova davanti ad una piazza piena di verde, una fontana a sfioro che fa scorrere placidamente l’acqua, linee pulite. Alcune persone sedute leggono, altre chiacchierano con tranquillità, in generale ci sono poche persone che passeggiano. Si ha la sensazione di trovarsi di fronte qualcosa di finto, perché finto in effetti è ciò che è, ricalca un’architettura da ex colonia anche troppo perfetta.

Artefatto è la parola che più si adatta a questa zona. Sono strade di mattoni, quasi deserte, su cui si affacciano moltissimi negozi di lusso, vuoti, pensati per i ricchi libanesi rientrati dopo la guerra, per i turisti che si sarebbero dovuti riversare nella nuova Parigi del Medioriente a spendere senza pensarci due volte come era un tempo. Una città rinata, doveva essere, ma si ritrova ad esserlo solo a metà.

Vago verso un grande shopping mall, un multisala, una moschea ricostruita, che sembra fatta di carta, a fianco a nuovi developments e palazzi decaduti, e scendo una scalinata fino al livello del mare. Mi dirigo verso ovest, verso Zaitunay Bay, marina privata, colma di yacht di lusso, mi affaccio ed estendo lo sguardo curiosa verso lo Yacht Club, dall’altra parte della baia rispetto a dove mi trovo.

Dietro la struttura, si staglia la carcassa derelitta del vecchio St George Hotel, una rimanenza ormai fatiscente di ciò che era negli anni ’40, la base di esplorazione di personaggi famosi, diplomatici, aristocratici, l’epicentro modaiolo della vecchia Beirut. Di questo non è rimasto nulla. Anche qui, sulla passeggiata del molo, non c’è quasi nessuno. Sono circa le sei e mezza, sta calando il crepuscolo.

“Devo aver sbagliato orario”, penso, avendo letto vari articoli di giornali di viaggio internazionali secondo cui la gioventù glamour si riversa proprio qui per fare delle lunghe passeggiate, immersa nella sensazione di ricchezza che queste enormi imbarcazioni dovrebbero infondere. Se non è orario di passeggiata, sarà sicuramente orario da cocktail prima di cena.

All’inizio del viaggio avevo in mente un progetto fotografico che esaltasse le differenze tra la “nuova ricca città” e quella vecchia, ancora distrutta, e povera. Mi ero così informata su quale potesse essere l’hotel internazionale più costoso e rinomato, ed ero stata consigliata per il Phoenicia, o il Four Seasons. Il Phoenicia è più vicino, e sembra dover essere quello con un design meno aggressivo, nel senso che almeno non è un grattacielo. “Mi faranno un Appletini fantasmagorico” e rido tra me e me per aver anche solo pronunciato nella mia testa quella parola, e no, non mi riferisco a “fantasmagorico”. Intanto mi incammino, vestita certamente non in modo adeguato, sudata, ma almeno con i capelli sporchi coperti da un foulard.

 

THE PHOENICIA HOTEL – Dove sono capitata? E cos’è tutto questo? Una cattedrale nel deserto, completamente decontestualizzata, eccessiva, ostentata. Naturalmente semivuota. Un hotel enorme, avrà 500 stanze almeno, che potrei riassumere brevemente cosi: marmi, specchi, moquette, oro, enormi lampadari di cristallo, marmi, moquette, oro, enormi lampadari di cristallo. Ovunque.

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Phoenicia Hotel

Gli occhi non hanno riposo, il cervello neanche, è tutto assolutamente troppo. Qui il minimal non sanno neanche cosa significhi a livello concettuale, anzi mi correggo, sono sicura che lo sanno e lo hanno volutamente evitato. Nessuno mi guarda neanche, vago indisturbata, faccio foto di interni, ma vorrei fotografare le persone. Piccoli nuclei di stranieri che parlano a bassa voce nel lobby bar, con una sorta di riverenza, sembrano spaventati da questa esagerata opulenza.

Donne poche, che siano coperte neanche una, non so perché però di europeo sento poco. Sarà un’impressione.

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Phoenicia Hotel

Mi faccio tutti i piani, cambiano solo i colori nei lunghi corridoi, fino a che non arrivo all’ultimo, e la vista sulla città mi toglie il fiato, ma non come per tutto il resto a causa della sensazione di oppressione del posto. Stavolta per fortuna in senso positivo, davanti a me ho il mare, e posso respirare.

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le altre foto del diario di viaggio da Beirut di Giulia