di Valentina Vella | valentinavella.net

Caro ******,

quindici anni fa ero in un letto d’ospedale, leggevo Philip K. Dick. I tuoi occhi erano preoccupati, ma la tua bocca aveva gli angoli all’insù. «Valentina! (l’accento sulla i, non come qui, in America, dove l’accento è doppio, sulla prima ‘a’ che suona come una ‘e’, e poi sulla ‘i’, certamente, che è praticamente l’ultima vocale ben distinta: non sanno che farsene della ‘a’ finale, che suona come una debole e)». I denti bianchissimi. Io di denti non ne avevo quasi più. All’epoca volevi scrivere, prima che quegli arroganti ventenni romani te ne facessero passare la voglia. Abbiamo entrambi sofferto a causa del triste vizio italiano di fare a pezzettini le aspirazioni altrui. Ma questa è un’altra storia.

 

Prima dell’incidente eri vagamente innamorato di me perché ero una fanciulla eterea, con il profilo elfico. Avevo diciannove anni e tu ne avevi diciassette. Qualche anno dopo mi sarei innamorata di te, tanto per soffrire un po’. Non è mai successo niente fra noi e mai succederà perché nel frattempo, qualsiasi fosse il motivo di queste attrazioni mal sincronizzate, ci siamo calcificati in un rapporto che si basa quasi esclusivamente nell’offrire all’altro una (spesso virtuale) spalla su cui piangere, il che è molto poco sexy. Ma questa volta ti racconto una storia, senza lamenti. In qualche modo eri presente al suo inizio.

Questo mio viaggio è iniziato quindici anni fa quando una macchina mi investì mentre tornavo a casa in motorino. Avevo comprato I Quattrocento Colpi e Nascita di una Nazione per il mio esame di Storia del Cinema 1. Ancora dopo tanti anni quando mi guardo allo specchio mi dico che quella non sono io.

Nel giro di qualche anno la mia faccia avrà ben altri problemi. Sarà solcata da rughe come questa terra gialla del New Mexico.

Se fossi una roccia potrei contare su una discreta permanenza. Ma fortunatamente né tu né io siamo rocce. La pelle si fa più secca e sottile ogni anno. In qualche decennio saremo polvere.

Non proprio polvere, in realtà. Terra fertile. Erba, alberi, piante, animali. Ma non in Italia, probabilmente.

Tu vivi ancora in Europa. Io sono fuggita a Ovest anni fa. E poi ancora più a Ovest. Sette denti e una nuova faccia sono un piccolo prezzo da pagare per anni di introspezione e vagabondaggio.

Grazie a quel poco che rimane dei soldi dell’assicurazione ho potuto prendere un cavallo e cavalcare nel tramonto. Più o meno. Il mio destriero si è trasformato in una Jeep. E così come il mio cavallo, un Mustang grigio nato selvaggio in Nevada e addestrato da un cowboy che proviene da una famiglia di duri («We are not an emotional people: we’re all horsemen or killers: soldiers, mercenaries») ha problemi agli zoccoli, la mia Jeep ha un mucchio di grane e prima o poi mi lascerà a piedi. E quando ciò accadrà sarò a piedi definitivamente.

Il mio cavallo si chiama Ariel Napkins. La mia Jeep non ha nome. Ma ne merita uno. Caliban Towels?

Ho lasciato Chicago il primo giugno. Oggi è il sei agosto. Mi ero messa in testa di attraversare l’America a cavallo. Io, una della Balduina. Senza pistola. In Missouri quella era sempre la prima domanda: «you’re gonna be carrying a gun, right?» E io rispondevo sempre di no. Perché se non ce l’hai sempre in bella vista – open carry – hai bisogno di una licenza. E poi come on, mica siamo nel 1813. Ma Phil la licenza non ce l’ha, solleva la camicia e mi mostra la sua pistola infilata nei jeans. «È una questione di principio, è nostro diritto difenderci. Hai mai sentito parlare del secondo emendamento?»

I cowboy del Missouri mangiano da McDonald e sono tre quarti Cherokee. Il rimanente quarto è sangue irlandese o svedese o chissà cos’altro. Quando cerchi di imparare a sollevare gli zoccoli del tuo cavallo ridono sguaiati perché Ariel, a quel tempo chiamato ‘Little Boy’ non ha nessuna intenzione di cooperare. E tu sei una stupida italiana vegetariana che ha letto troppi libri. Ma che spara discretamente. Non si sa mai, dovesse tornare utile. Quel pomeriggio vicino allo stagno ho centrato la lattina a ogni colpo.

Quando non sono occupati ad addestrare o castrare cavalli senza anestesia i cowboy del Missouri guardano film western sul canale satellitare. L’unica persona che voglia bene alla stupida donna italiana è la vecchia Sue, che si prende cura del marito paralizzato e le prepara il caffè ogni mattina. La sua casa è tenuta pulita dagli infermieri che disinfettano gli interruttori tre volte al giorno ma non c’è nessuna superficie libera da scatole, giornali, vestiti, confezioni di cereali e pannolini. Due famiglie di gatti prendono il sole sotto il portico, le pance tonde grazie all’abbondante presenza di conigli. Gli infermieri lavano il sangue di coniglio dal cemento.

[nggallery id=107]

Quando lascio il Missouri per il Kansas sono finalmente sola con il mio cavallo. La maggior parte del tempo cammino al suo fianco perché so che chiedo troppo, fra il mio peso e le borse.

Diamoci un po’ di tempo per trovare un equilibrio. Capisco presto che non sarò mai veramente sola, almeno qui, in questa parte del Kansas. Siamo troppo visibili e strani. Lego il cavallo davanti a un bar che si chiama Bill’s 32 West e che sembra un saloon. Siamo l’evento dell’anno.

Mi offrono birra e consigli. Un tipo più ubriaco degli altri continua a ripetere: «you are an interesting woman, you are an interesting woman». Mi guardo allo specchio del bagno, la pelle scura e impolverata, i capelli appiccicati al volto sotto il cappello dalle falde larghe. «You sure look like a fierce bitch».

La prima notte la passo nel giardino di una donna che si chiama Marilyn Monroe. Vive in un complesso residenziale pieno di casalinghe disperate, con tanto di lago artificiale, campi da tennis e sale da ballo. Ma lei, Marilyn, che si fa chiamare Dee Dee, non è affatto una casalinga disperata. Taglia i capelli alla madre di Laurie Anderson.

Il giorno seguente verso l’ora di pranzo arriviamo a Bonner Springs, davanti a un’officina per moto. Un gruppo di motociclisti con baffi e tatuaggi ci invitano a fermarci per pranzo. Ci aspettavano. Ariel e io siamo già famosi, preceduti da storie e leggende. Greg è il proprietario.

Ha lunghi baffi bianchi e una bandana intorno alla testa. Più che parlare, urla. Ha una risata potente e tiene gli occhi spalancati. Mi invita a stare da lui. La sua casa è circondata da quattrocento acri di foresta dove va a caccia di cervi e funghi. Mi prepara una cena di otto portate e mi porta a vedere il nido di un avvoltoio in una stalla abbandonata.

Ogni giorno incontriamo ostacoli e aiutanti. Prendersi cura di Ariel è come essere la madre di un bambino gigante che non piange. Il cavallo è un animale delicato. Se piangesse potrei almeno sapere con certezza che sto fallendo miseramente. Sta a me imparare a leggere il linguaggio del suo corpo. Ci vorrà del tempo prima di essere accettata a pieno titolo nella sua mandria.

Continuiamo a camminare ma voglio chiedergli perdono, forse hanno ragione i miei detrattori, what the fuck am I doing in the middle of America on a horse who doesn’t even like me? Tiro fuori delle risorse che non pensavo di avere. Se non faccio ciò che è necessario il mio equino mi crepa. Ma se non altro è abituato a macchine, trattori e motociclette che ci sfrecciano accanto. Io un po’ meno.

Attraversiamo campi di mais geneticamente modificato, campus universitari, periferie. Compro un violoncello da Jillian che si sta per trasferire in Arizona. Passo due notti in una casa basata su un disegno di Frank Lloyd Wright. Fumo erba sul terrazzo di Charla e Ken. Pulisco le stalle di Kristi e Randy e imparo a suonare l’ukulele, aspettando che le ferite di Ariel guariscano. Infine capisco che Ariel non può farcela. I suoi zoccoli non sono in buono stato. La mia amica neozelandese esperta di cavalli guarda le foto che le mando e il suo responso è che ha bisogno di sei mesi di riposo. I suoi zoccoli non erano stati curati a sufficienza dal suo proprietario e se continuassi il mio viaggio potrei danneggiarli ulteriormente. No hoof, no horse.

Passo due giorni a strapparmi i capelli e a guardare film romantici su Netflix. Perché avevo notato il problema fin dall’inizio ma avevo scelto di credere a chi mi diceva che non capivo niente di niente. Ricevo lettere minatorie e dichiarazioni d’amore.

Decido di continuare il mio viaggio in macchina. La macchina che avevo lasciato a Kansas City all’inizio del viaggio. Porto il mio cavallo a casa di Nancy e John che si prendono cura di me per giorni e giorni. Nancy prepara kombucha, kefir, arrostisce avena, uvetta e zenzero per la colazione. Mi racconta la storia della sua vita e canta canzoni dei Beatles mentre pulisce la cucina. Mi mostra che è possibile avere un rapporto con il proprio cavallo basato su reciproca fiducia e gentilezza. Ha un Missouri Fox Trotter, uno Straight-Hair Curly e un’asinella.

Meditiamo insieme sul tappeto. Partire è difficile.

Infine un giorno accendo la macchina e vado. Guido su strade secondarie, verso la vera e propria prateria, the prairie. Ho comprato una cassetta di Dolly Parton in uno dei tanti negozi che in America vendono roba usata per beneficenza. Canto ‘Jolene’ a squarciagola. Per la prima volta sono davvero sola. È un sollievo. A farmi compagnia solo i ragnetti che trovo nel letto del motel.

Finalmente avrò tempo ed energie per pensare e scrivere, mi dico. Invece il giorno seguente mentre faccio colazione in un diner sperduto vedo entrare un uomo brizzolato dallo sguardo intelligente e dotato di una macchina fotografica simile alla mia. Fa tante domande alla proprietaria, lei si siede al suo tavolo e gli rivela i segreti di Chase County. Deve trattarsi del proprietario della macchina con la targa di New York che era parcheggiata accanto alla mia stanza quella mattina. Siamo due alieni provenienti dallo stesso pianeta. Taccuini alla mano e Canon appoggiata al tavolo. Addentiamo le nostre uova insipide e non possiamo fare a meno di socializzare. Mi dice che l’italiano è una lingua meravigliosamente musicale e io gli rispondo che non sono assolutamente d’accordo. Che ero talmente stanca dell’italiano che me ne sono dovuta scappare in un altro continente dove finalmente posso parlare e pensare e scrivere in inglese. Mi inalbero in un monologo semi-soddisfacente che è un’eco delle teorie del mio professore di letteratura inglese a Roma 3, Gilberto Sacerdoti. Il tipo è incuriosito. Mi invita ad esplorare la Tallgrass Prairie Preserve con lui. Passiamo la giornata insieme, nelle Flint Hills, fra bisonti, erba alta e fiori, sotto una pioggia torrenziale. Solo a sera, davanti a un piatto di mac and cheese (pasta al formaggio gratinata, uno dei pilastri della cucina italoamericana e uno dei pochi piatti vegetariani onnipresenti nei menù d’America), scoprirò che si tratta di un famoso giornalista che scrive di viaggi per il New York Times, Seth Kugel.

Ma il viaggio deve continuare. Vado a Ovest, come sempre. Senza una destinazione particolare in mente. Il paesaggio si trasforma in una pianura che non ha più niente a che vedere con la prairie dei tempi pre-coloniali. È una terra violentata dall’agricoltura intensiva e da multinazionali come la Monsanto. Cerco piccole oasi selvagge dove immaginare chi ha vissuto qui per secoli prima dell’arrivo dei pionieri ma presto sento il bisogno di fuggire. All’improvviso mi sento completamente, tragicamente sola. Sorrido. Perché non sono soddisfatta. E va bene così.

Arrivo in Colorado, in una cittadina che si chiama Springfield, quattro case nel deserto. Un supermercato dove l’unico prodotto senza mille ingredienti è l’olio d’oliva. Sono in cerca di qualcosa di selvaggio e il Comanche National Grassland sembra abbastanza sperduto. Mi fermo in un hotel che è arredato come una locanda del far west. La proprietaria mi presenta un cowboy locale, Dean. Lunghi baffi bianchi arricciati, cappello nero, turchesi e argento alle dita.

Decido di accamparmi nel Grassland. Guido per un’ora su strade di terra battuta dove non incontro anima viva. Infine giungo nel canyon consigliatomi qualche ora prima dalla gentile ranger locale. Non c’è nessuno a parte qualche migliaio di cavallette. Mi arrampico su una parete di roccia per osservare meglio i misteriosi graffiti incisi secoli fa.

Al tramonto mi rifugio nella mia tenda. La notte giunge troppo presto. Suono il mio ukulele per farmi coraggio. Mi manca il mio cavallo, il mio pretesto per mantenere la calma. Canto The House of The Rising Sun e Wayfaring Stranger. Infine spengo la torcia e mi addormento. Mi sveglio di soprassalto dopo poche ore: le urla dei coyote, il vento, quello che sembra il tocco delicato di mille zampe (in realtà il salto delle cavallette curiose sulla tenda). Afferro il mio coltello. Infine pioggia e fulmini.

Il giorno dopo mi addentro nella prateria. Penso ai serpenti a sonagli e al fatto che il mio telefono non prende. Nessuno sa dove io sia. Non è stagione di tarantole, e in ogni caso non sono davvero una minaccia, mi aveva rassicurato la ranger. «Rattlers are infinitely worse. Just stay away from those». Mentre cammino fra rocce e cactus cerco di articolare il senso di questa tanto desiderata solitudine e un po’ mi sfugge. Rido. È un pendolo. Devo assaporare l’assenza per poter desiderare la presenza. Nel pomeriggio sento di averla assaporata abbastanza. Guido per ore senza incontrare altre macchine. Sto andando dritta verso una tempesta.

All’improvviso ho bisogno di montagne. Do un’occhiata a una mappa e decido che non ho voglia di andare a Nord. A Sud Ovest ci sono le montagne del New Mexico. Taos. A tre ore e mezzo di distanza.

Finalmente qualcosa su cui posare lo sguardo. La macchina si arrampica su strade ripide per la prima volta da quando la possiedo. Il cambio automatico rivela i suoi limiti. Ma guidare su strade di montagna è un sollievo dopo le pianure, malgrado la pioggia e la notte che avanza. Giunta a Taos non so bene cosa fare. Piove, è notte, sono esausta. Mi perdo prima di giungere in città, vedo una casa accogliente e illuminata e mi fermo. È un Bed & Breakfast. Le case in New Mexico sono fatte di adobe. Sono belle e funzionali. All’entrata c’è un telefono rosso. Use it to call the innkeeper, dice un cartello. Il proprietario è divertito. «You are exceptional! No one ever uses that!». Devo aver interrotto la sua canna serale. Mi porta attraverso stanze, cortili, giardini e poi di nuovo stanze, cortili, giardini. Lo rendo felice, per nessun motivo a parte la concentrazione di THC nel suo sangue.

Decido di rimanere anche se sarebbe saggio trovare una sistemazione più economica. Noto l’assenza di aria condizionata. È così che funziona in quest’angolo d’America. Il clima è meno umido, forse, ma è anche una cultura (e un’architettura) diversa. Uccido a malincuore un paio di zanzare e all’improvviso mi manca l’Italia. Basta poco: un muro solido, una zanzara e una strada in salita.

Mi sdraio sul letto e spulcio profili su couchsurfing.org senza grandi speranze. Da quando Casey Fenton ha venduto couchsurfing siamo tutti orfani. Già che ci sono inserisco la mia nuova posizione geografica nel mio profilo su OkCupid. Perché da quando vivo in America ho conosciuto più amici e collaboratori (e anche amanti, of course, ma è raro che ci si piaccia a tal punto) attraverso OkCupid che in qualunque altro modo. E comincio a sentire la mancanza di altri esseri umani.

Il mio profilo contiene un link al mio blog ed è dunque uno dei modi in cui vado a pesca di nuovi lettori. Nel giro di una mezz’ora vari pesci si fanno vivi. Uno in particolare sembra il tipo di essere umano che potrebbe tollerare la mia mente. Ogel mi scrive: «Hey there wandering artist, I like your spirit. To clear the air, I eat meat, and often feel guilty about it. It’s not cool to kill things, and only slightly less evil to do so with the intent of eating them […]. Hope that we could still be friends with that out there. Otherwise I’m a drummer, hack of an acoustic troubadour, and fellow free spirited radical expressionist. We should make some noise some time if you’re up for it, and still in the Taos area». La mattina seguente ci sentiamo al telefono, mi invita a una jam session a casa sua, a un’ora di macchina da Taos, in mezzo ai monti. Accetto, ben felice di passare qualche ora fra musicisti e artisti. Faccio la conoscenza di Ogel, Jared e Mila.

Provengono tutti da New York, in un modo o nell’altro. Si suona, si parla, si beve, si fuma. La vita, la morte, le capre da mungere. La mancanza di uomini veri, l’Italia. Jared ama Mila ma la faccenda è complicata. Mi racconta i suoi problemi con un vicino: «Sono uno scienziato pazzo, un matematico. Ma quel tipo mi vede vestito così, con questi capelli così e decide che mi odia. Mi manda i cani contro, uno dei suoi cani ha quasi ucciso uno dei miei cani, così, per divertimento. Poi un giorno gli dico senti amico, guarda che io sono come te, vivo qui con i miei cani, qual è il problema? Non farmi incazzare. E da allora mi viene a trovare con le scatole di cibo per cani. E mi chiede perdono ogni volta. Ecco, l’America». Mila è bella. Alta, sottile, mi ricorda Joni Mitchell. Vive non lontano in una casa che ha costruito con il suo ex, in mezzo a capre e gatti.

Quando Mila, Jared e gli altri musicisti vanno via, Oleg ed io guardiamo Cloud Atlas sul suo computer. Oleg installa impianti solari nel sud dello stato. Ha gli occhi chiarissimi e la barba rossa, il corpo agile e snello. Ogni weekend viene qui a nord dove sta lentamente ristrutturando una casa che appartiene alla zia, la casa dove mi trovo in questo momento. Prima o poi costruirà la sua casa su questo stesso terreno. Oleg passa il suo tempo arrampicandosi sui tetti, praticando yoga e suonando la batteria. Sua nonna leggeva i fondi di caffè in Romania ma la maggior parte della sua famiglia è di origine scozzese e danese. In quanto valchiria mi fa sempre piacere incontrare un vichingo sulla mia strada, specialmente un vichingo gentile e artistico. Mi sdraio sul letto nella stanza degli ospiti e cerco di ignorare le farfalle notturne che sbattono contro le finestre cercando di uscire. Alla fine rinuncio. La mia regola è: fra due possibilità, fa’ la cosa più naturale. Il che non vuol dire facile. A volte l’azione più naturale richiede un po’ di coraggio. E la cosa più naturale è andare a trovare Oleg nel suo letto, ovviamente. Il quale è ben lieto della mia decisione. Passiamo due giorni a esplorare boschi, sorgenti d’acqua calda e i nostri reciproci corpi. Oleg è un amante gentile e appassionato.

Infine giunge la domenica pomeriggio e il mio vichingo deve andare a lavorare nel sud del New Mexico come ogni settimana. Io rimango qui a scrivere, isolata sui monti, senza telefono né internet.

Domani si riparte.

“A ride West”

diario di viaggio di Valentina Vella

CORRELATI A QUESTO ARTICOLO:

30 PUNTI – USA

MI RACCONTI L’AMERICA?