Di Caterina Manca di Villahermosa

Come Virgilio non poteva descrivere con parole umane la luce e le sensazioni ultraterrene che provocavano in lui gli scenari del Paradiso, cosi è arduo descrivere lo spettacolo di una natura sconfinata, in cui l’assenza è l’essenza del tutto.

Basta dare un’occhiata alla cartina geografica per rendersi conto di come il Ciad sia il cuore del deserto più grande e inospitale del mondo, il Sahara. E quando si pensa al Sahara, viene subito in mente un’enorme distesa di…niente. Nulla di più falso. Tra le sabbie interminabili è racchiuso, come in uno scrigno segreto, il tutto, la vera essenza della natura e della vita, la storia di cio’ che siamo stati, di cio’ che siamo e probabilmente di cio’ che saremo. La culla e i segreti dell’evoluzione dell’umanità sono custoditi gelosamente tra questa sconfinata e incredibilmente viva desolazione.

Ciad 3

TAPPA 1 – PURGATORIO

E’ con questa consapevolezza, che non potrà che rafforzarsi nel corso della spedizione, che inizia il nostro viaggio in Ciad, sulle orme di Toumai («speranza di vita»), uno degli ominidi più antichi del mondo.

Cominciamo il nostro viaggio dalla capitale N’Djamena, tipica città africana sviluppatasi senza criterio, apparentemente priva di interesse e attrattive, ma che in realtà cela il suo fermento dietro cancelli arruginiti, muri scrostati e cortili diversamente ordinati, o tra i banchi traballanti e le tettoie di lamiera dei mercati rionali che fremono in ogni dove tra baracche, case moderne e qualche edificio, simbolo di progresso imposto dai tempi. Ma soprattutto rappresenterà durante tutto il viaggio, una delle rare e mai cosi tanto apprezzate occasioni, per farsi una doccia.

Dalla capitale prendiamo la direzione di Moussouro prima e di Faya Largeau poi, attraverso un paesaggio tipicamente saheliano, zona di transizione tra il sud del paese dal clima più tropicale e il nord sahariano. Cominciamo a familiarizzare con la  desolazione e lo stile di vita essenziale delle numerosissime etnie che popolano il Ciad, da sempre crocevia di popoli e scambi commerciali carovanieri. In prevalenza sono nomadi o di origine nomade che si sono ormai stanziati dove un pozzo, un’arteria di collegamento, un antico letto di fiume portano vita a uomini e armenti. Qui un tempo scorreva un’enorme arteria fluviale, il Bahr el Ghazal, ormai prosciugata, che riceveva le acque dal lago Ciad e che metteva in collegamento le principali realtà culturali del paese, il sud cristiano/animista e il nord musulmano. Oggi a parte l’immenso letto che ci guida verso nord, rimangono a testimonianza le numerosissime gazzelle che abitano la regione, fino all’Oued Achim, e i frequenti villaggi e accampamenti di clan seminomadi.

E’ strano come anche in mezzo al « nulla » tutto possa avere un nome : da un minuscolo pozzo di cui neanche ci si accorgerebbe se non fosse circondato da una quantità di gente e animali che ne dimostrano l’importanza vitale, a un gruppo di tipiche capanne nomadi ormai permanenti, da un gruppo di case di fango che si mimetizzano con la polvere, a una roccia che sembrerebbe caduta dal cielo per caso. Tutto ha un nome ed è tappa essenziale che scandisce lo spazio infinito di cui siamo circondati, punto di riferimento indispensabile per chi, di questo spazio infinito, ne ha fatto una risorsa e uno stile di vita, mentre per noi è sosta che semplicemente scandisce il tempo, la tabella di marcia, nella nostra peregrinazione, in cui tentiamo di immedesimarci in questa filosofia nomade millenaria.

Ritirando in causa Virgilio, si potrebbe dire stiamo attraversando un metaforico Purgatorio prima di raggiungere il Paradiso. I primi giorni sono un transfert necessario verso il Paradiso, in cui ognuno di noi deve cadere in una sorta di trance meditativa, liberarsi di tutti i metri di paragone, delle abitudini e dei confort nostrani, una transizione necessaria che ci prepara ad accogliere un’esplosione sensoriale unica al mondo, nell’ultimo Eden rimasto sulla terra. Cosi le giornate sfilano in una dimensione spazio-temporale sempre più indefinita, durante le quali gli unici dettagli reali e tangibili che riescono a malapena a ridestarci dal nostro torpore semi-meditativo, sono qualche gomma da gonfiare, il rombo dei motori dei nostri 4×4, qualche sosta attorno a un pozzo tra mille sguardi nascosti dietro a turbanti e qualche sorriso rubato a dei pastorelli Peulh e Kareda, fino ad arrivare a Oum Chalouba (antico nome di Kalait), dove fare rifornimento di carburante apparirà una pratica di « ritorno al futuro ».

Ciad - Il mio Eden

TAPPA 2 – PARADISO

Il quinto giorno abbiamo il nostro primo incontro con le origini dell’umanità. Siamo arrivati tra gli anfratti nascosti nel massiccio del Terkei. Grotte e ripari naturali sono le teche di un museo a cielo aperto che conserva opere d’arte di inestimabile valore, testimonianze di civiltà antiche come la notte dei tempi, quando il Sahara era una gigantesca vallata fertile, ricca di vita. Se le pitture ed incisioni di raffinata bellezza ne sono la testimonianza antropologica, con le loro eleganti figure stilizzate di animali selvatici, giganteschi bovini al pascolo, figure antropomorfe dalla testa sproporzionata (maschere tribali?), giraffe e cavalieri, le testimonianze geologiche e morfologiche di quello che un tempo era un vero e proprio Eden terrestre, rimangono invece in una delle regioni più sconosciute, indescrivibili e miracolose di tutto il pianeta.

Siamo arrivati nell’Ennedi, un paesaggio surreale di giganti d’arenaria, modellati dal tempo e dagli agenti atmosferici. Formazioni tassiliane antichissime, sopravvivono in forme extraterrestri, che sembrano sfidare qualsiasi legge della fisica: torrioni, funghi, cattedrali di pietra scolpite dal vento, archi naturali appesi nel vuoto.

Ci sentiamo delle minuscole e insignificanti comparse nel grande mistero della vita e della natura.

La guelta di Archei ci appare in tutta la sua maestosità il settimo giorno, gioiello naturale nascosto nel cuore del massiccio dell’Ennedi. E’ forse una delle visioni più emozionanti, disorientanti e ipnotizzanti di tutto il viaggio. Un miracolo della natura che si è preservato fino ai nostri giorni, sopravvivendo all’erosione e ai mutamenti climatici durante le ere geologiche. Dobbiamo fare uno sforzo razionale per capire che siamo ancora su questa terra!

Tutto è irreale. Una muraglia mastodontica di pareti di arenaria incastona a strapiombo una fonte d’acqua tra le più preziose, ricercate e anche sconosciute del Sahara. Lo spettacolo ci dà delle vertigini talmente appaganti che dimentichiamo tutto il resto. Improvvisamente non pesa più il fatto di non poter fare una doccia per giorni e giorni, dimentichiamo il vento e la sabbia flagellanti, svanisce la fatica e il senso di scomodità di un viaggio ai confini del mondo. Rimaniamo per un tempo imprecisato con il naso all’insu’ e la bocca aperta di stupore, poi il verso improvviso e frastornante dei dromedari che arrivano all’abbeverata mattutina ci ridesta e comincia la seconda parte dello spettacolo. Sono centinaia, tutti assieme entrano nella guelta e felici si ammassano attorno alla fonte d’acqua e di vita. I loro versi rimbombano sulle pareti di arenaria e rimbalzano in ogni angolo del canyon, ma non sono fastidiosi, anzi è quasi una melodia ipnotica. Noncuranti della presenza di una colonia di antichissimi coccodrilli nilotici, ormai ultimi esemplari sopravvissuti nel Sahara, i dromedari si abbeverano soddisfatti. Evidentemente riconoscono anche loro la sacralità di questi coccodrilli. Alcuni pastori nomadi Gaeda e Bideyat li accompagnano e per nulla infastiditi dalla nostra presenza qualcuno di loro si mette a giocherellare sopra un dromedario per attirare l’attenzione di una fotocamera. Io rinuncio a riprendere qualsiasi immagine. Metto via il mio apparecchio fotografico, non puo’ servirmi davanti a un simile spettacolo naturale. Nessuna immagine riprodotta saprà restituirmi le sensazioni che sto provando.

Ma come Virgilio, anche noi prima o poi dovevamo fare i conti con l’Inferno. Sarà fortunatamente un incontro breve ma intenso e paradossale. Un incontro che ci viene riservato l’ottavo giorno e che ci fa capire come il vero inferno, solo l’uomo sia capace di crearlo.

Ciad - Il mio Eden

TAPPA 3 – INFERNO

Siamo alle porte dell’oasi di Fada, capitale della regione, che viene preannunciata da un cimitero di carcasse di macchine da guerra. Carrarmati, lanciarazzi, missili e bossoli giacciono ormai erosi e mezzi sepolti dalla sabbia, cimeli risalenti agli anni ’80, quando le truppe libiche di Gheddafi tentarono di invadere il paese, dando luogo ad una guerra da cui il Ciad riusci’ ad uscirne vittorioso, non senza dover scendere a compromessi con la Francia di cui è ex colonia. Lo spettacolo è macabro e surreale. Rabbrividiamo ancora di più quando ci viene detto che tutto intorno sono sepolti gli scheletri dei soldati che vennero mandati li a combattere e che a seconda del vento, di tanto in tanto riemergono dalla sabbia. Tutto è fuori luogo, cosi come qualsiasi guerra lo é.

Decidiamo di rimanere lo stretto necessario a risvegliare le coscienze e di tornare in Paradiso. In questa parte di viaggio, il nostro paradiso è fatto di sabbia e di vento, di guglie ed archi che spuntano improvvisi dalle sabbie dorate, di depressioni spazzate dall’harmattan e di saline circondate da palmeti e da dune barkane.

TAPPA 4 – EDEN

Dopo aver ammirato le ultime testimonianze paleoantropologiche nelle pitture rupestri di Bichigara, cominciamo ad inoltrarci nella depressione di Mourdi. Dune barkane a perdita d’occhio vengono ancora percorse dalle numerose carovane del sale che si riforniscono nella regione, tra le saline di Demi, famose per produrre il « sale rosso », quelle di Teguedei, che è anche un rigoglioso palmeto abitato durante la stagione della guetna (raccolta dei datteri), e quelle nei dintorni dei paradisiaci laghi Ounianga, patrimonio Unesco.

Anche in questo caso, descrivere lo scenario è un’impresa ardua, in cui gli aggettivi non bastano e le immagini non potranno mai restituire la complessità di emozioni che pervadono i sensi. La prima cosa che colpisce è la ricchissima gamma cromatica esaltata dall’accecante luce sahariana. Dune arancioni e dorate degradano fino a gettarsi nelle acque cristalline dei laghi, dalle colorazioni insolite che vanno dall’azzurro, al verde, al rosso, per via dei particolari microrganismi in esse contenuti e per la elevata concentrazione salina. In alcuni punti, le sponde dei laghi sono orlate da palmeti verde smeraldo che aggiungono un’altra nota di colore al paesaggio. La regione dei laghi è un altro piccolo Eden nel cuore del Sahara, dove tuttavia le condizioni di vita sono estreme e contrastano con la bellezza degli scenari naturalistici. Qui le popolazioni Bideyat e Ounia si sono adattate nei secoli a uno degli stili di vita più duri ed essenziali del pianeta, facendo del commercio del sale e dei datteri la loro unica fonte di sussistenza.

Dalla regione dei laghi, valicando le dune dell’Erg Bembeche, ci dirigiamo verso l’oasi di Faya, dove finalmente faremo una doccia prima di proseguire verso Kouba. Rifocillati, puliti e con i rifornimenti e le scorte necessarie a proseguire il viaggio, cominciamo il lento e progressivo valico dello spettacolare e colossale Erg Djourab, una catena di enormi dune barkane a forma di mezzaluna. Tutto è emozionante, dall’imponenza di questo colosso di sabbia, alla sua intensa colorazione dorata, ma soprattutto sapere che sotto questa immensa coltre, nella notte dei tempi esisteva di fatto la culla dell’umanità. E’ qui che sono stati trovati nel 2001 i resti di Toumai (in lingua gorane « speranza di vita »), ovvero il Sahelanthropus tchadensis, uno degli ominidi più antichi della storia dell’umanità, che abitava questa regione più di 7 milioni di anni fa. Prova inconfutabile che il Ciad è a pieno titolo la culla dell’umanità intera.