di Lisa di Iorio

TAPPA 2 – LE CASCATE DI ISHTAR

Apro gli occhi e noto i due ragni che vivevano sul soffitto di Ishtar. Mi ricordo di essere in Australia. Mi avevano detto di non scacciarli via assolutamente e anzi, di essere gentile con loro, perché i ragni…sono creature timide. Nessuno mi aveva mai parlato così a proposito di ragni. Esco dalla mia camera e mi siedo su uno dei due vecchi divani adagiati sull’erba. Osservo i tappeti persiani che erano diventati quasi dello stesso colore del terreno. Alzo gli occhi e appesi sull’alta struttura in lamiera che copre Ishtar, noto una serie di monocicli e hoolahoop. Ah già, il circo. Prendo la tazza di latta con l’acqua piovana che mi avevano dato la notte prima, e comincio a lavarmi i denti. Il sole alle sei del mattino era già particolarmente accecante. Indosso degli abiti vecchi appartenenti a woofing workers prima di me, e mi dirigo verso la casa principale. Di lì in avanti, ogni giorno dalle 8 alle 16.00, dopo un’abbondante colazione di frutta, pane tostato e tè, io e Rachel, la woofing worker tedesca che alloggiava anche lei lì, lavoravamo la terra. A furia di stracciare erbacce, sentivo che sradicavo via radici ben più profonde dal mio corpo. Rachel a Dusseldorf studiava per diventare sarta; aveva lasciato per un pò gli studi per girare il mondo. La sua visione delle cose era molto meno pesante della mia. Dopo le quattro del pomeriggio, tutti i giorni andavamo a fare lunghe passeggiate. Lei era lì da circa 3 mesi e conosceva a menadito scorciatoie e luoghi incantati. Uno di essi era la cascata “giù alla strada”. Decidiamo di andarci quel pomeriggio.

woofing worker

Man mano che ci avviciniamo alla cascata, la vegetazione si infittisce: è un segno che ci stiamo inoltrando sempre di più nella foresta pluviale. Il colore predominante, è il verde fluorescente dei muschi, sugli enormi tronchi dell’Australian Beach. Quegli alberi, erano così vicini l’uno all’altro e così alti che non riuscivi a vederne la chioma. Sembrava piuttosto di essere nel libro della giungla, solo che stavolta potevi sentire il fresco odore umidiccio della vegetazione e ammirare da vicino quella natura così prepotente. Camminavamo in fila indiana, in silenzio, ma tutt’intorno sentivi che quella foresta era piena di vita ed energia. Tutti gli abitanti di quel villaggio sapevano dove si trovasse la cascata anche senza cartelli e indicazioni stradali. Dopo un tratto in salita, nel quale ci arrampichiamo come due piccole scimmie, sentiamo il rumore sordo dello scroscio dell’acqua. Eravamo arrivate. Un’enorme piscina naturale accoglieva placida il telo drappeggiato di schiuma bianchissima, che ricadeva sonoro dall’alto. Alcune persone nuotavano, altre semplicemente sedevano sulle rocce ammirando lo spettacolo. Mi sentivo in paradiso, l’adrenalina mi bloccava il respiro e tutto ciò che volevo era buttarmi in quell’acqua gelida.

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Conosciamo dei ragazzi del posto. Ci invitano ad andare al cinema all’aperto che avevano allestito a casa loro. Fu un’esperienza magica. Anche questi ragazzi abitavano in una casa ricavata tra gli alberi. A quanto pare era una cosa abbastanza normale da quelle parti. Paul, il proprietario di casa, era un insegnante di educazione fisica, aveva capelli nerissimi ed occhi verdi. Il suo sorriso conquistò presto Rachel e diventarono una coppia. Sarà stato il buio blu illuminato da quella splendente manciata di stelle sulle nostre teste. O forse, i Griffin proiettati su uno schermo in mezzo agli alberi erano più divertenti del solito. O forse le storie che raccontava Elliot, tra i fumi dell’erba, ci avevano fatto credere di essere veramente in pace con il mondo, e felici semplicemente di essere lì, in mezzo ad una foresta, sotto una manciata di stelle. La vita campestre cominciava a piacermi di brutto. I rumori sinistri che la notte non mi facevano addormentare cominciavano a divenire normali. Poggio la testa sul cuscino e tiro un sospiro che rilassa ogni centimetro del mio corpo. Ascolto il silenzio. A neanche un metro da me, sento uno zompettare veloce e uno strisciare suadente. Uccelli dai versi stranissimi, alcuni sembra si preparino a raschiare con vigore sul fogliame, altri, imitare il mugolio di un neonato che piange. I koala sereni e a loro agio, dall’alto dei rami esili di eucalipto, intonano il loro canto che di melodioso non ha molto… Piuttosto rassomiglia al grugnito di un cinghiale o di un maiale. Il sottofondo di cicale è costante tutto il giorno e la notte, s’infittisce. Ripenso al wallaby che stamattina mi sono ritrovata davanti, a pochi metri di distanza, mentre ero accovacciata a fare la pipì nell’erba alta. Ci siamo scrutati immobili. Nessuno dei due aveva il coraggio di muoversi. Ero nel suo regno e a quanto pare, cominciavo a sentirmi parte di esso ogni giorno di più.