di Paolo Cagnan
foto di Francesca Masarié

Prendete un mappamondo, cercate Mosca e poi tracciate una linea discendente fino a Pechino. Sono quasi ottomila chilometri: Russia, Mongolia, Cina. Nessuno che parli inglese. Quasi centocinquanta ore di treno, più le soste.

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I PREPARATIVI

L’ultima fissazione

«Ma sai che palle?» era la frase più ricorrente. «Tutte quelle ore in treno, e da solo…». Più una selva di domande, alle quali, a dire il vero, non sapevo come rispondere.

«La fai tutta difilato o ti fermi?».

«Come fai a organizzarti? E poi, scusa, tu parli il russo?».

«Farà un freddo cane, perché non te ne vai su una bella isoletta dei Caraibi? Tanto anche lì ti puoi sdraiare e leggere, se è quello che ti interessa».

«Ma cosa cavolo c’è d’interessante da vedere laggiù?».

A quel punto, invariabilmente, mi sentivo bofonchiare qualcosa di poco convincente. Così poco convincente che la conclusione di amici, parenti e sconosciuti occasionali era sempre la stessa: una scrollata di spalle e la frase fatidica: «Mah! Con tutti i posti che ci sono!».

La dotazione base

«Che cosa mi porto dietro?». Scelta sempre difficile.

Contro la noia: libri, carte da gioco, settimane enigmistiche, iPod.

Contro la fame: biscottini, scatolame, frutta secca e intrugli vari.

Contro i ladri: lucchetti, portafogli segreti, marsupi invisibili e armi improprie (anche le posate di plastica possono essere utili, all’occorrenza).

Contro l’isolamento: il telefonino. E il caricabatterie. E l’auricolare. E la scheda Sim di riserva. E la seconda batteria. E le istruzioni sullo streaming. E un secondo cellulare, ché se il primo non prende..

Contro qualsiasi accidente fisico, dal raffreddore alla contaminazione nucleare, niente paura: c’è sempre la “farmacia portatile”.

Ci sarà anche qualcosa che effettivamente non serve. Anzi, diciamolo pure: quasi tutto non servirà a nulla, ma vuoi mettere l’effetto rassicurante? Il paradosso è non riuscire a distinguere tra comodità ed emergenza; non capire, cioè, se la priorità sia avere con sé il dentifricio con il fluoro per lavarsi ogni sera i denti o essere pronti a suturare una ferita con lo spago, a mo’ di Rambo.

Il meteo “percepito”

Che tempo fa in Siberia? Freddo cane tutto l’anno, verrebbe da rispondere. Siberia è sinonimo di gelo e desolazione, di paesaggi infiniti dominati dalla neve. O forse quella è l’Alaska? Be’, in ogni caso la Siberia è ghiacciata, sennò perché ci mandavano tutti per punizione?

E invece no. L’inverno è al limite della sopravvivenza, ma l’estate pare sia molto calda e afosa; la primavera sarà perfetta, ne deduco. Se non fosse per la rasputitsa, un fango talmente speciale che gli hanno persino dato un nome proprio: non può che essere un brutto segno.

La scheda on line della Mongolia è ancora peggio: «Il clima del paese è tra i più continentali del mondo, caratterizzato da inverni freddissimi (spesso, in gennaio, di notte il termometro scende a meno quaranta) e secchi».

Vabbè, ma in primavera…

«Un altro dato costante di questo clima rigido è costituito dalla violenza dei venti che, per tutto l’anno ma ancor più in primavera, provocano terribili tempeste di sabbia. Nulla resiste al karaburan, la tormenta nera del deserto del Gobi che porta l’oscurità in pieno giorno».

Bene: sabbie mobili in Siberia, tempeste di sabbia in Mongolia. Preferisco non cercare informazioni sui treni: viste le premesse, potrei scoprire che i deragliamenti sono all’ordine del giorno.

La cambusa

In questo viaggio mangerò da schifo: è l’unanime pronostico della vigilia. In ogni caso trascorrerò un mucchio di ore sui treni con tre sole opzioni possibili: acquistare cibi precotti dai venditori ambulanti nelle stazioni (rischio igienico), farmi spennare nelle carrozze ristorante (rischio economico) o sopravvivere a colpi di scatolame, insaccati e dolcetti vari acquistati in Italia (rischio colesterolo). A giudicare dalla valanga di materiale ammonticchiato sul tavolo della cucina, devo avere inconsciamente scelto la terza via. Una cosa, adesso, mi appare certa: nel supermercato ho seriamente temuto di morire di fame e di orribili stenti.

Ural express: l’esordio

La donna in divisa non ha tempo per i convenevoli. Fa cenno di sì con la testa restituendomi il carnet di biglietti. Posso salire, il treno è quello giusto.

È fatta. Mai stato tanto puntuale in vita mia. Neppure in aeroporto, in barba alle fatidiche tre ore d’anticipo vivamente consigliate per i voli internazionali. Ma avevo una fottuta paura di perdere il treno. Perdi il primo, mi sono detto, e li perdi tutti: effetto domino. Addio alle coincidenze. Alle prenotazioni. Al viaggio stesso.

Il taxi, o meglio una carcassa di Zigulì travestita da taxi, così come il tassista è travestito da Schumacher (venti chilometri in un quarto d’ora, saltando i pochi semafori in funzione), mi ha depositato qui due ore prima della partenza dell’Ural express, il treno numero 16, diretto inesorabilmente verso il nulla siberiano. C’è tutto il tempo di conoscerla bene, la stazione Kazanskaja. Sorella minore della più nota Yaroslav, situata sull’altro lato della strada, è enorme. Decine di scritte, tutte in cirillico.

Il mio treno va a Ekaterinburg. Ma forse dovrei cercare Sverdlovsk, il vecchio nome della città degli zar. A destra, una galleria commerciale. A sinistra, un atrio con scale mobili. Davanti, sale d’attesa e ristoranti. Mostro il biglietto a un tale in divisa, che per dieci minuti si profonde in spiegazioni, ovviamente in russo. Intuisco che devo andare a sinistra. Dopo le scale mobili, un salone centrale solo appena più piccolo della Piazza Rossa. Centinaia di viaggiatori bivaccano sulle pensiline. Nessun tabellone elettronico.

Calma, calma. Manca un’ora. Ce la puoi fare.

«Ekaterinburg?».

«Da, da».

Ecco, ci siamo! L’Ural express è composto di quattordici carrozze, più due vagoni ristorante. La “controllora” che accoglie i passeggeri (ce n’è una per ogni carrozza) ha l’aria simpatica e sfodera sorrisi ricoperti d’acne ma sinceri. È sui vent’anni e indossa la divisa: calze nere, gonna blu sopra il ginocchio, gilet senza maniche della stessa tinta, camicia bianca con collo a “V”. È una provodnitsa: una via di mezzo tra bigliettaia, cuccettista, hostess, cameriera e donna delle pulizie. Il tutto con molta dignità e gentilezza, ovviamente senza conoscere una sola parola d’inglese. Anzi, no, non esattamente: fino a hello ci arriva.

Nello scompartimento c’è una donna che sta armeggiando attorno a una valigia. «Goodmorning».

«Goodmorning».

Sa l’inglese. Perfetto!

«Hi, I’m Paul».

«Luda».

Nuda? Oddio, ha detto “nuda”?

«Lu-da».

«Ah, yes. Luda, yes…».

Davanti al finestrino c’è un tavolino. Uno. Non ripiegabile. Su una tovaglietta cerata poggiano una teiera di porcellana con acqua bollente, quattro eleganti bicchieri con un sostegno di stagno, un cestino di vimini intrecciato contenente zucchero, tè, Nescafé e biscottini, alcune lattine di acqua naturale e un opuscolo del treno. Le tendine alle finestre sono di un rosa pallido, le tende più spesse sono cremisi. C’è un buon odore. Di pulito. È uno scompartimento a quattro posti, ma siamo solo in due, Luda e io. E i bagagli? Il sedile si può alzare con una maniglia e fissare a un gancio: sotto, come fosse una cassapanca, c’è uno spazio dove mettere la propria valigia, accanto a cuscini e coperte di riserva. Certo, ci vuole un po’ di esperienza: prima che Luda mi mostrasse il gancio che fissa il sedile alla parete mi sono quasi spaccato la schiena per tenerlo alzato, cercando di sistemare la sacca.

C’è un altoparlante per la radiodiffusione, e speriamo che sia rotto. Il sedile è morbido, ma non troppo. Non ci si sprofonda dentro, insomma.

La provodnitsa bussa, entra, distribuisce a ciascun passeggero una rivista delle ferrovie russe, un quotidiano di tre giorni prima e un giornale di parole crociate in cirillico. Ora ha in testa una sorta di basco blu con un’aquila dorata al centro. Prende i biglietti, poi torna con due sacchi contenenti lenzuola, sottolenzuola e federe per i cuscini. Ci fa uscire e prepara i letti. Soddisfatta, ci fa rientrare, sorride e se ne va.

Un lievissimo scossone e l’Ural express si mette in moto.

Ore 15,57. Partiti.

L’opuscolo del treno 16 è ovviamente in cirillico. Gli orari sono scritti in alfabeto latino, le città no. «My name is Ludmilia… Luda», dice la mia compagna di viaggio. È una donna minuta, sui trent’anni. Veste piuttosto dimessa, vive a Ekaterinburg e mastica un po’ d’inglese perché l’ha studiato a scuola. Lavora in un ufficio statale e ha una figlia di sette anni. Mi sembra anonima come il paesaggio che ora, lasciata alle spalle la cintura moscovita, si apre verso la pianura.

«Come? Ah sì, certo. Luda, yes. I’m Paolo. Italian».

Non ho gran voglia di fraternizzare, adesso. Il tempo è l’unica cosa che qui non manca. Guardo attorno, avido di particolari. Tra i due letti, sul pavimento, c’è un grazioso tappetino finto persiano. Qui le scarpe sono bandite: si sta in calzini, c’è la moquette. L’abbigliamento (unisex) più comodo è una tuta da ginnastica. Sdraiato con la testa rivolta verso la finestra, mi accorgo della retina a metà della cuccetta. «Asciugamano, sapone, dentifricio e spazzolino», elenca Luda con disinvoltura. Le cose da tenere a portata di mano, insomma. Io ci metto anche penna e diario, una torcia, la borraccia, un libro.

Sibiriak, taiga a oltranza

Treno 26, carrozza 13, letto 19. Mi sono svegliato presto, saranno state le sette o giù di lì. Angosciato dai mostri deformi, rinfrancato dalla scoperta che li ho solo sognati, riesco a riaddormentarmi per un po’, prima del soprassalto.

È pop melodico russo sparato a tutto volume dalla filodiffusione, o meglio dal gigantesco altoparlante nascosto dalle tendine, appena sopra la finestra. Sono le otto e un quarto e la giornata inizia bestemmiando. Mi aggrappo alla manopola, che è al massimo. Colpa mia: ieri sera devo averla girata dalla parte sbagliata, a impianto spento. Nicolaj era già sveglio e non si lamenta. Se ne sta sdraiato sul fianco destro, ogni tanto apre un occhietto e mi scruta. Sono stato fortunato: è la seconda volta che condivido una carrozza da quattro con una sola persona. Nessuno salirà da qui a Novosibirsk: ne sono quasi certo.

È un personaggio, Nicolaj. Classe 1936, fa il fisarmonicista errante. Con lui la lingua, più che ostacolo, diventa sfida e divertimento. Luda, la mia prima compagna di viaggio, sapeva l’inglese. Lui no, parla solo russo. Per capirsi bisogna ricorrere al linguaggio universale dei segni. Che poi così universale non è. Sfregare pollice e indice indica i soldi, ma mica dovunque. Scrolli la testa in segno di assenso, e in alcuni paesi significa “no”. Al contrario, in India sembra che dicano “no” e invece quello stesso movimento significa “va bene”. E così via.

Molti non comprendono il gesticolare italiano. E allora, se non ci si intende né a parole né a gesti, che si fa? S’improvvisa. Parlando ognuno nella propria lingua, e chissà che non ci scappi qualche possibilità d’intesa, una scintilla d’intuizione. Gesti & suoni: l’alchimia alle volte funziona. Io e Nicolaj ci intendiamo così.

Scopro, dopo ore di interminabili quiz lessicali, che è vedovo e ha studiato al conservatorio. Che suonare la fisarmonica è tutta la sua vita, da sempre. Che ha due figlie e le pezze al culo. Viene da Vyborg, una città sul mar Baltico.

Guardo fuori dal finestrino. Così come le casette basse, di legno, con il tetto di lamiera si sposano ai boschetti di conifere, i palazzoni a schiera brutti e squadrati sono il dna delle città cresciute lungo la linea. Poi prati secchi, rigagnoli asciutti e fabbriche e ciminiere e cave e depositi di legname a interrompere la smisurata taiga. E auto abbandonate – o forse solo catorci ancora utilizzati – e motocarrozzelle che fingono di sfrecciare a lato della massicciata, sulla strada parallela al doppio binario, perché qui si può andare solo verso est o verso ovest. Sfilano mandrie al pascolo, campi di granturco, operai con giubbotti fosforescenti che sistemano i binari, baracche con l’orto e fabbriche in rovina, con i tetti e i muri sfondati e chissà se qualcuno ci vive dentro.

Non so che ore siano, ma è il momento di un tè. Mentre preparo l’occorrente, Nicolaj tira fuori da un involto pane nero, formaggio e una specie di paté, oltre alle zollette di zucchero. Poi, tocco magico, estrae dal suo cilindro una bottiglietta di plastica: vodka di pessima qualità. Vuole mettermela dentro il tè e mi sa tanto che non potrò dirgli di no.

Baikal express, la svolta

Conviene mettersi il cuore in pace. Il treno 10 Baikal express percorrerà la tratta Novosibirsk – Irkutsk in trentadue ore: due notti e un giorno. Più o meno è così: parti la sera tardi, dormi a bordo, hai un’intera giornata davanti a te, poi sopraggiunge la seconda notte e la mattina successiva sei arrivato.

Al km 4079 un cippo lungo i binari pare segnali il punto situato a metà percorso tra Mosca e Pechino. Da semiveterano della Transiberiana sto iniziando a regolare il mio orologio interno. Prendiamo questa mattina: a che ora mi sono svegliato? La risposta è: alle 6,30 di Roma, alle 8,30 di Mosca, alle 11,30 di Novosibirsk e alle 12,30 di Irkutsk. La conclusione, dopo un po’, è una sola: chissenefrega.

Hai fame? Mangi. Hai sete? Bevi. Hai sonno? Dormi. C’è un che di gioiosamente primordiale in questa filosofia… atemporale.

Il paesaggio si fa finalmente più vario. Al risveglio, ecco le prime colline boscose che, dopo giorni e giorni di betulle, sembrano quasi massicci himalayani. Il tempo dà i numeri: sole e cielo plumbeo, nuvole e nevischio, pioggerella e arcobaleni. Ci sono più case, ora, vicino alla ferrovia. Nei cortili, altalene e dondoli arrugginiti. C’è più vita. Ma c’è più vita anche sul treno, ed ecco la vera novità: non sono più solo. Come straniero, intendo.

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