di Sveva Taverna
foto di Fabio Barile e Sveva Taverna | fabiobarile.com

Di anno in anno, con i primi temporali, il cuore si stringe in gola. I fiumi sepolti sotto il cemento sono talmente comuni in Sardegna che ne abbiamo uno davanti alla casa di famiglia… Si parla con timore, tra i sardi, di questa e delle tante altre follie realizzate sul territorio. Il giorno successivo alla tragedia, l’isola si è risvegliata stretta intorno ai suoi morti, il cui sangue si è fuso con le acque indomabili e ribelli che li ha travolti. Gli eventi che hanno fatto luce su questa terra, di cui di solito si parla da giugno a settembre, quando diventa l’immensa spiaggia dei romani, dei milanesi, dei tedeschi, fanno pensare alla considerazione che abbiamo della nostra Italia, smarrita sotto le luci della ribalta dell’ennesimo disastro ambientale.
Orizzonte in movimento, vertigine, voragine, cambia il profilo del paesaggio, dello sguardo. Tra Roma e la Sardegna, un viaggio ripetuto infinite volte, che non è mai stato lo stesso. Nata e cresciuta nella capitale, figlia di una sarda che ha sempre detto di se stessa di provenire dall’età della pietra, nei primi anni di vita questo viaggio era in qualche modo un dovere, si tornava a trovare la famiglia, a riabbracciare i nonni. Nell’età della ragione si è trasformato in una necessità e la radice di questo desiderio di tornare, di questa intensa saudade, sta nelle riflessioni che facevo da bambina. Ricordo che iniziavo a misurare il mondo dalla distanza che separa la città dal paesino di mille anime, immerso tra i monti barbaricini, nel quale è nata mia madre. Riflettevo su cosa doveva essere stato, per lei, aver visto per la prima volta il mare nell’età dell’adolescenza, quando ci si capitava in qualche occasione straordinaria,e che io avevo attraversato per la prima volta a nove mesi. I racconti materni e di famiglia, che evocavano quella visione come una piccola rivoluzione, come un incontro con i propri confini, non solo geografici, a me, che ne avevo avuto esperienza da sempre, sembravano delle leggende.

Mia madre raccontava che la visione del mare era stata un tumulto dell’anima, una sensazione che chiudeva lo stomaco, era l’incontro con la forza della natura, imprevedibile come la potenza del vulcano. Fino ai quindici annil’aveva visto solo al cinema parrocchiale e in bianco e nero, in documentari o in film di guerra. Quando per la prima volta lo attraversò per raggiungere Roma, a vent’anni, fu una sfida con se stessa. Attraversare il mare significava entrare nell’età adulta, prendere pieno possesso di sé.

Il mare sardo da cartolina, deformato in funzione del turismo, non poteva essere più lontano, mi capitava di sentirne parlare con vanto tra i banchi di scuola, da chi era stato in Costa Smeralda, che a me sembrava un altro pianeta.
La Sardegna, quindi, è diventata sempre di più un incontro, la terra Madre cui fare ritorno, nella quale rinvigorire ilpensiero e il respiro. Accolta dai nonni e dagli zii pastori e contadini, nella casa dove tutto ha avuto inizio, tra ritmisconosciuti, scanditi dai suoni della lingua sarda, una lingua da apprendere se non si voleva rimanere isolati, anche le visioni, gli odori e i sapori non potevano essere più diversi. La carne non aveva mai avuto quel gusto e il latte di capra appena munto o la ricotta ancora calda, sul pane carasau, indorata di miele, erano un altro nuovo linguaggio, diverso e potente come tutte le grandi esperienze fatte quando la percezione è più potente della ragione.

Gruttas, una montagna dalla punta sbrecciata, come la lama di una grossa freccia, sovrasta la nostra casa a Urzulei. Salendo lungo le montagne circostanti e oltrepassando la zona di Ghenna e’ Silana, dalla strada si apre la vista di uno dei canyon più profondi d’Europa, Gorroppu, che mi piace immaginare come l’utero del Supramonte. Mio nonno aveva l’ovile nel cammino che porta verso la gola e il fratello più grande di mia madre andava, da solo, a sette anni, a portargli il pane carasau e i panni puliti, durante i lunghi soggiorni estivi, scanditi da ritmi di vita con radici lontane, quando i bisogni della sussistenza dettavano i principi e i modi dello stare al mondo.

Un silenzio sospeso abbraccia questo paesaggio solitario, che è rimasto puramente selvaggio, indomabile e indomato dallo spirito colonialista dell’uomo. Con vanto, in famiglia, si è sempre detto che neanche i Romani sono riusciti a penetrare questo territorio e a piegare la loro cultura millenaria a sé, ed è per questa ragione che la chiamarono Barbagia, per loro non era altro che terra di barbari.

Gorroppu ci separa da un altro scrigno del Supramonte, Orgosolo. Nei suoi murales c’è molto dello sguardo della Sardegna oltre i suoi confini. Durante la festa di Nostra Sennora de Mesaustu (Nostra Signora di Ferragosto) Orgosolo si apre allo sguardo curioso de sos istrangios. Animata da donne illuminate dai colori incandescenti del costume locale, ritmato da forme che appaiono come architetture variopinte, come frattali ricamati da mani senza tempo, la festa si svolge al ritmo dello scampanellio di cavalli domati da uomini pieni del fascino di cui la balentìa, emblema dello spirito barbaricino, appare iscritta nel loro sguardo.

Raggiungere questa zona interna della Sardegna non è mai semplice. Arrivando in nave o in aereo, percorrendo la strada a scorrimento veloce da Olbia, oppure da Arbatax o da Cagliari con l’orientale sarda, il viaggio si trasforma sempre in un’avventura. Con gli occhi intrisi di mare, che scorre oltre i finestrini, ci si ritrova presto a osservare tanche, caprette che pascolano libere e poi ginepri, corbezzoli, alberi dalle forme maestose, scolpite da un tempo antichissimo, che appaiono come una eco di ciò che doveva essere questa terra fino agli anni Sessanta del Novecento. Quando vengono nominati dai miei zii, in famiglia, sempre in sardo e per questioni pratiche che riguardano la loro quotidianità, gli alberi e le piante si trasformano in suoni icastici: sa murta (il mirto), su pirastru (pero selvatico), s’ìlighe (quercia), su olidone (corbezzolo), sa tufera (erica), su tippiri (rosmarino), su tinneperu (ginepro), s’erba pùdida (ceppica)… e poi ancora in sapori, come il miele di corbezzolo, di un dolce amaro che lascia stordito il palato o quello molto pregiato di erba pùdida, una pianta selvatica che cresce sui monti. Vita e paesaggio ancora fusi in un ritmo unico.

Immersa tra queste sensazioni, per conoscere un’altra, nuova, Sardegna, mi sono addentrata nelle viscere della sua terra. È stata una delle esperienze più intense, anche perché condivisa con il mio compagno. Attraverso una fessura sovrastata da un albero monumentale abbiamo raggiunto la Grotta Voragine di Tiscali, nella valle di Lanaittu, a Oliena. Quasi inginocchiati abbiamo percorso uno stretto e lungo cunicolo, l’aria diventava sempre più umida e le pareti sembravano morbide come la seta. La curiosità di scoprire cosa sarebbe apparso, illuminato dal fascio della luce sul casco, era irresistibile. Raggiunta l’immensa sala principale della grotta, all’improvviso, dalla voragine che la incide a circa novanta metri di altezza, è penetrato un fascio di raggi solari che sembrava venire da un altro mondo ed era veramente di un altro mondo, quello di luce naturale, che per pochissimo tempo ha illuminato le concrezioni. Strane sculture tortili, perfette come se fossero state pensate e realizzate da un artista puntiglioso.Riemersi dalla grotta, la vista sembrava aver acquisito nuovo vigore. È stato come virare da un pianeta a un altro. Oltre la dimensione fisica del viaggio, nel tempo è nato anche il desiderio di comprendere cosa avesse generato, nel mondo delle idee, questa terra intrisa di bellezza millenaria.

Così si è schiuso un nuovo orizzonte, animato dai personaggi della Deledda, di Salvatore Satta, di Sergio Atzeni e di Salvatore Niffoi, che mi ha aperto le porte della sua casa e mi ha portato a visitare il bellissimo, piccolo, museo dedicato a Costantino Nivola, nell’antico lavatoio del suo paese, a Orani. E poi le visite al MAN di Nuoro, che sotto la direzione di Cristiana Collu è diventato il fulcro di rinnovate energie, nel cuore della Barbagia. Un’altra vera folgorazione è stata la scoperta dei poeti improvvisatori in limba: ritmo, respiro, canto, personaggi, immagini, sogni, avventure, tutto inventato, in rima, e sul momento,davanti a un pubblico estasiato. Ascoltarli mi ha fatto ripensare a una frase della Vedova scalza di Niffoi: «A me la gente piace guardarla in faccia, entrargli dentro come un fulmine a bocca aperta». Perché questa è la sensazione che lasciano sulla pelle, come la Sardegna.