di Mirta Brignone

foto di Rohit Chawla | cosurvivor.in
Stella Morielli | responsablethinking.wordpress.com
Himanshu Khagta | khagta.com

Sono seduta al tavolino di una guest house di Delhi, l’Ajay Guest House. Ci sono già stata altre volte qui, conosco chi ci lavora e mi sento un po’ a casa. È un posto accogliente, si mangia bene, le stanze sono abbastanza pulite, e poi la verità è che in India, una volta che scegli una guest house, inevitabilmente ci torni sempre.

Come spesso mi accade, è da ore che sono qui, seduta a questo tavolino a scrutare la gente che entra e esce, che mangia o chiacchiera, che beve chai o gioca a scacchi.

A Delhi a luglio le temperature sono estreme, di giorno arrivano anche a toccare i 54 gradi e così decido di rifugiarmi di nuovo in montagna, a Manali, nel Himachal Pradesh. Il viaggio in bus dura quasi quindici ore ed è la terza volta in una settimana che faccio questa tratta ma non mi dispiace. I paesaggi commuovono, i sali e scendi tra le montagne su stradine strettissime tutte curve levano il fiato. L’autista fa un’unica tirata che dura tutta la notte, mastica e sputa paan in continuazione. La sua guida è spericolata e incredibile, non ci sono sensi di marcia o precedenze, e mezzi pesanti in discesa incrociano quelli in salita a velocità inverosimile. Ma quando arrivi la mattina dopo sorridi e capisci che ne è valsa la pena. L’aria è fresca e pulita, il verde scuro delle foreste e l’umidità del Beas River ti circondano e, se alzi gli occhi, eccole lì, le vette innevate dell’Himalaya.

Anche qui torno dove sono già stata, a Old Manali, la parte più alta della città, lontana dal caos. Chandra Cottage è la piccola guest house del mio amico rajasthano Ramu, un ragazzo come me, che per guadagnare qualcosa e scappare dal caldo torrido del deserto gestisce questa pensione con i suoi due fratellini. Ci sono solo quattro camere con bagno e un balcone sovrastato dai ghiacciai, ma non serve nient’altro. Qui, a soli duemila metri, di giorno il clima è mite e la sera basta una felpa. Dalla fine degli anni Sessanta Manali è meta per pellegrini e turisti, sportivi e avventurosi amanti del trekking, ma anche amanti del suo charas. Il possesso e il consumo sono proibiti in India, eppure la quantità di piante di marijuana che cresce come erbacce sul ciglio della strada è sorprendente, così come l’uso che ne fanno tutti. Ramu la usa per farci i brownie, la gioia dei suoi clienti.

Esausta dal lungo viaggio, mi riposo per un giorno intero, senza grandi aspettative, senza pensare a cosa mi avrebbe riservato il giorno seguente. Quando ero a Dehli Ramu mi chiamava spesso per parlarmi di una festa a Kasol, un paesino hippie nella Parvati Valley. Parvati come il fiume che prende a sua volta il nome dalla moglie di Shiva, il dio distruttore. Si tratta di una divinità che rappresenta la bellezza, e ammirando questa immensa vallata di natura incontaminata si capisce subito perché sia stata battezzata così. Kasol invece è il tipico paesino hippie dalle usanze occidentali, ristoranti con menù europei, baretti reggae e via dicendo. Non essendoci mai stata, decido di partire con Ramu senza portarmi niente, pensando che sarei tornata presto. Prendiamo quattro bus diversi, ma stavolta non sono quelli turistici, sono i veri bus statali. Non ci sono né biglietti né controllori, ma una miriade di persone schiacciate insieme a bambini, vecchi e animali, uno sul tetto, un altro attaccato dietro. In un attimo perdo Ramu e conosco altri ragazzi, australiani e polacchi, che viaggiano alla ricerca di questa festa.

La musica è trance, indiani e stranieri ballano insieme. Non si tratta di una festa tradizionale indiana con maschere e tamburi, ma di un vero e proprio party trance con persone vestite di colori fosforescenti che ballano sotto le casse. Un po’ spiazzata dalla situazione, inizio comunque a godermi la serata con i ragazzi e con Ramu. L’uso di sostanze allucinogene non è raro in questi paesini, e non sono solo i turisti a farne uso. Non mi preoccupo di Ramu e delle condizioni in cui si trova, ma capisco che non torneremo mai a Manali; e così con gli altri cerchiamo una guest house per la notte.

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La mattina seguente, a colazione, Ramu ci parla di Kheer Ganga. Non so di cosa si tratti precisamente, ma le facce stupite e incredule del ragazzo australiano e della ragazza polacca mi incuriosiscono molto. Sono entrambi emozionatissimi, chiedono a Ramu se possono venire con noi, dicendosi anche disposti a pagarlo. Ho dormito solo due ore e ho una gran voglia di tornare a casa a Manali dalle mie cose. Mi spaventa l’idea di camminare dalle quattro alle sei ore su per una montagna in mezzo al nulla, senza borsa o sacco a pelo, ma non sono cose che accadono tutti i giorni e così decido di partire.

Con un bus arriviamo a Manikaran, famosa per le sue sorgenti termali. La temperatura raggiunge i novanta gradi e le vasche devono essere raffreddate con l’acqua del fiume gelido per permettere alle persone di entrarci. Arroccata sulle montagne e attraversata dal Parvati River, con grandi e lunghi ponti che collegano le due metà, è un altro paesino surreale dell’Himachal Pradesh. Da qui prendiamo un altro bus, che ci porterà ancora più in alto. Una volta giunti alla fine del tratto percorribile in macchina, ci incamminiamo su piccoli sentieri, circondati da alte montagne e fitti boschi. Dietro di noi la gigantesca vallata, immobile e solenne, i raggi di sole che illuminano le montagne come riflettori, l’aria fredda e secca, il silenzio ovattato di una natura così imponente in confronto a noi, quattro esseri minuscoli.

Mi fermo in un negozietto perché è l’ultimo che incontreremo. Un chai, una bottiglia d’acqua e un pacchetto di biscotti. Non bisogna appesantirsi troppo. Io e Ramu abbiamo solo un piccolo zainetto, mentre gli altri due ragazzi, muniti di scarpe da trekking, zaino grosso in spalla con borracce e sacchi a pelo, sembrano molti più pronti ad affrontare il viaggio.

Sono ormai le quattro del pomeriggio quando iniziamo a camminare, col passo veloce in fila indiana. Le salite sempre più ripide accorciano il fiato e ogni mezz’ora o poco più ci fermiamo a prendere aria. I vialetti spesso si diramano, spesso spariscono, ma Ramu sembra conoscere bene la strada e ci ripete di contare i fiumiciattoli che attraversiamo. A volte bisogna attraversarli mettendo i piedi sui sassi che sbucano fuori dall’acqua, mentre più in alto si usano dei grandi tronchi che fanno da ponti. Nessuno ha niente da dire. Stiamo scalando l’Himalaya.

Dopo quasi quattro ore Ramu sembra preoccupato, noi siamo stanchi e andiamo più lenti, e ormai è buio, non si vede più niente. Devo ringraziare il display illuminato del mio vecchio telefonino se non sono rotolata giù. Ramu intanto continua a ripetere che non ci si può più fermare perché è pericoloso rimanere lì dentro di notte.

Non sono sicura di ricordarmi le ultime ore di scarpinata, ma certamente mi ricordo il momento dell’arrivo. Ramu urla in hindi e fischia, mentre accelera il passo senza lasciare la mia mano. La foresta è sempre meno fitta e si intravedono delle luci in alto. Usiamo le nostre ultime forze per quell’ultimo pezzo di strada e finalmente ci troviamo qui, in alto. Fa un freddo gelido ma noi non lo sentiamo. Ci buttiamo a terra stravolti urlando “We are on top of the world!”. E veramente sei a un passo dal cielo, un cielo talmente pieno di stelle che è più bianco che nero. Il tuo fiato crea delle enormi nuvole di fumo. Sei a tremila metri d’altitudine ma non li senti. Hai solo una gran voglia di vivere e il cuore che scoppia di gioia.

Kheer Ganga è raggiungibile solo tre mesi l’anno, per il resto è inagibile per via della neve. Non c’è altro che una fila di capanne in ferro da affittare per la notte a pochissime rupie e un minuscolo bar dove ti servono del buon chai e da mangiare. É tutto scaldato a legna, non c’è elettricità. La mattina quando ti svegli ti ritrovi fuori dal mondo, nella natura più pura. E poi ti immergi nelle vasche bollenti di terme naturali di Gauri Kund, sotto un sole vicinissimo e con una vista senza paragoni. Il giorno prima non avrei mai immaginato di ritrovarmi lì, in quell’angolo di paradiso sulla terra. Dimentico la fatica e gli imprevisti del viaggio, e mi lascio cullare dall’acqua bollente, nuda, sul tetto del mondo.

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