di Giulia La Starza

“È un viaggio come gli altri, nulla di che” mi ripeto guardando fuori dal finestrino. Eppure è evidente che non è così. O forse in un certo senso lo è.

Ogni viaggio dice qualcosa di noi agli altri, e anche a noi stessi.

“Il viaggio assume la determinante nella strutturazione della propria identità”. Avevo detto per il Libano. In quel caso era il luogo, in questo è anche il luogo, ma inutile dirsi che il momento non conti.

Il Natale è ciò che per me è più vicino alla rappresentazione di un girone dell’inferno. Troppe persone, ovunque, che comprano cose, dappertutto, spendendo soldi per oggetti di cui in realtà nessuno ha davvero piacere a ricevere, che agiscono sulla base di obbligazioni sociali e morali, e fanno anche finta che sia bellissimo. Non lo è.

Lo è invece, se fate parte solo di tre categorie specifiche: siete bambini, allora è una grande festa. Avete una famiglia più o meno equilibrata e in grado di creare armonia, allora avete una enorme fortuna. Vivete fuori dall’Italia tutto l’anno, quindi tornare e un’occasione per un pasto decente, vedere gli amici, racimolare qualche soldo dalle vecchie zie, allora vi capisco. Per gli altri, inutile mentire, è tedioso, una lagnante melodia stridula di felicità e allegria presunta che ti logora il cervello.

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Se sei solo, o peggio ti senti tale anche in mezzo alle persone che hai intorno, questo è l’unico momento dell’anno in cui il vuoto che ti circonda diventa completamente evidente.Dunque, in breve, diventa assolutamente intollerabile.

Devi stare con i tuoi, e bada bene, non vorresti farlo. Devi comprare il regalo alla moglie di tuo fratello, non vorresti giustamente fare neanche questo. Devi ascoltare come ogni anno nonna Giuseppina che dice che “Questo è l’ultimo Natale”.

O tuo padre che “Chissà quanti pochi anni ancora mi restano”.

E devi mangiare, tutto quello che viene cucinato. Non esiste non mi piace, non esiste non mi va, non esiste sono vegano, non esiste neanche sono allergico. Zitto, mangia, al limite lamentati del PD, di Grillo, dei terroristi, ma poi basta.

Non produrre pensieri. Nessuno li ascolterà.

Esiste quindi per caso un momento che sia migliore di questo per andarsene? No.

Direi proprio di no. È una scelta dettata dal buon senso, viene naturale. Ma, c’è un ma. Un grande ma. Dovrai opporti, e soprattutto, resistere. Perché tu sei quella che va contro l’ordine prestabilito delle cose, quella che vuole sovvertire i principi morali della società in cui viviamo.

Perché quando uno ha il coraggio di disertare, crea il precedente, poi cominciano a farlo tutti. Se solo il pensiero comune avesse la capacità di comprendere che esistono più pensieri al suo interno, il mio risulterebbe perfettamente lineare.