Le materie scientifiche non sono mai state il mio forte. Al liceo ho avuto la fortuna di avere una compagna di banco che era una specie di genio e finito il suo compito in classe si dedicava al mio. Risultato: un bell’otto in pagella. All’università per racimolare qualche euro extra dovevo nascondere la calcolatrice sotto la scrivania mentre davo ripetizioni al mio cuginetto che si preparava per gli esami di terza media. Lui era fortissimo: mentre mi dava i risultati di equazioni, sottrazioni o divisioni io stavo ancora contando le palle sul pallottoliere… un vero disastro. Eppure la geometria mi ha sempre incuriosita. Sarà stato per la mia passione per i giochi di ruolo, dove non finivo mai di disegnare mappe, città e abitazioni. Ma certo non basta saper calcolare l’area del triangolo per essere un architetto. Così mi sono data alla letteratura. Per imbattermi nel più classico dei classici “contemporanei”: Italo Calvino. L’intellettuale ligure nato a L’Avana, grazie ad Einaudi, presenta al pubblico nel 1972 la raccolta delle relazioni di viaggio che Marco Polo fa a Kublai Khan, imperatore dei Tartari (nella realtà storica, Kublai, discendente di Genghis Khan, era imperatore dei Mongoli, ma Marco Polo nel suo libro lo chiama Gran Khan dei Tartari e tale è rimasto nella tradizione letteraria).

A questo imperatore malinconico, che ha capito che il suo sterminato potere conta ben poco perché tanto il mondo sta andando in rovina, il fortunato mercante veneziano racconta di città impossibili. Ad esempio di una città microscopica che si allarga in continuazione e che poi risulta essere costruita da tante città concentriche in espansione, una città-ragnatela sospesa su un abisso o una città bidimensionale.

Come lo stesso autore spiega in una conferenza tenuta in inglese il 29 marzo 1983 agli studenti della Graduate Writing Division della Columbia University di New York, “Le città invisibili” sono un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come tali.

“Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi della vita urbana – spiega Calvino – e Le città invisibili sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili. Oggi si parla con eguale insistenza della distruzione dell’ambiente naturale quanto della fragilità dei grandi sistemi tecnologici che può riprodurre guasti a catena, paralizzando metropoli intere. La crisi della città troppo grande è l’altra faccia della crisi della natura”.

L’immagine della megalopoli che va ricoprendo l’intero globo terrestre domina il libro. Ma Calvino non vuole scrivere qualcosa che annunci catastrofi o apocalissi di vario genere (bastano i Maya per profetizzare la fine del mondo!). L’intento dell’autore, e in questo caso di Marco Polo, è scoprire le ragioni segrete che hanno  portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che potranno valere al di là di tutte le crisi. “Le città sono un insieme di tante cose – continua Calvino – di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi. Il  libro si apre e si chiude su immagini di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascoste nelle città infelici”.

Il numero di “the trip” che state per sfogliare prende spunto dalla lezione di Calvino e invita ognuno di voi ad immaginare la propria città, la propria personale architettura fatta di parole, ricordi, scambi.

Noi vi proponiamo qualche esempio, dalle case di tufo in Cappadocia ai monumenti commemorativi sparsi per la ex Jugoslavia. Dagli acquedotti romani fino agli UFO di Taiwan.

Io, intanto, ho buttato il pallottoliere.

Valentina Diaconale