Piccole e grandi storie per trovare le parole adatte a completare un disegno nero, che  racconti il male. A volte è talmente scuro che diventa quasi facile catturarlo, come ha fatto la nostra Francesca Cao inseguendo l’oro nero in Kazakistan. A volte invece è talmente impercettibile che diventa faticoso riconoscerlo, nascosto dietro una pietra boliviana che ti fa precipitare lungo un cammino fascinoso. Ma il più delle volte è solo l’interpretazione che tu stesso decidi di dare alla tela, controllando l’aggiunta di ogni pennellata fumosa. Negazione. Estrapolazione. Divisione. Una stessa entità spaccata in due parti non necessariamente esclusive ma complementari. Dicotomie di storia tese a raccontare il medesimo luogo. Perché di certo c’è solo la consapevolezza che nulla è fermo ma tutto si trasforma. Di continuo. E su quella tela scura cominciano a gettarsi schizzi di luce che completano il tuo male. La trama del dipinto che apre il numero 13 di the trip si trova a trentotto gradi Nord e quattordici gradi Est. Uno scoglio di appena dieci chilometri quadrati in mezzo al mar Tirreno. Filicudi, la seconda isola più piccola dell’arcipelago delle Eolie, fino agli anni Settanta era l’unica completamente indipendente. I quasi tremila che la abitavano, sfruttando la ricca terra dei sette crateri spenti, avevano costruito terrazzamenti dalla cima fino al mare per coltivare di tutto. In un’Italia che cavalcava il boom economico, Filicudi rimaneva l’ultimo baluardo di un vivere ormai dimenticato e disprezzato dal resto del paese. Inevitabilmente il processo iniziato nella penisola raggiunse anche queste acque. I ragazzi si stufarono di passare le loro giornate sporcandosi le mani e cominciarono ad abbandonare l’isola. La piccola oasi svuotata della sua forza lavoro si ribattezzò come repubblica del turismo, e così è ancora oggi. Ma in questo passaggio successe qualcosa. Nel 1971 Pietro Scaglione, procuratore di Palermo, venne assassinato dalla mafia. Lo stato reagì con la cattura di quindici boss e decise di spedirli, come si faceva negli anni Venti, proprio a Filicudi, tappa prescelta come confino coatto per criminali di ogni tipo. Dopo tanti sforzi per stare al passo con i tempi, i filicudesi organizzarono barricate con le barche per impedire lo sbarco ma dopo giorni vissuti all’addiaccio scelsero la via della resistenza passiva abbandonando completamente l’isola. Rimasero solo i militari e i quindici boss, isolati dal mondo, senza mezzi di sostentamento, senza cibo né acqua, senza servizi igienici né luce elettrica. Le giornate di Filicudi rappresentano la prima rivolta contro la mafia e contro lo stato, costretto da soli duecentocinquanta isolani a rivedere le sue scelte e trasferire infine i capi mafia all’Asinara.

“Nessun uomo sceglie il male perché è il male; lo scambia solo per la felicità, per il bene che cerca”. Un concetto, quello di Mary Wollstonecraft, che danza in un mare burrascoso e troppo spesso dimenticato.