di Francesca Marino

“L’India non è un paese come la Francia o l’Inghilterra; l’India è un’idea, una metafisica… La mia India me la sono portata appresso ovunque io sia andato”

(Raja Rao – 1960)

… era vero ieri, è tanto più vero oggi. Oggi che l’India è diventata sotto i miei, sotto i nostri occhi, un luogo così lontano da quello custodito nella memoria e nel cuore da sembrare un mondo completamente diverso. E probabilmente lo è. Atterrare a Delhi non è più, come un tempo, atterrare dentro a una magica realtà che ti catapultava in un universo a parte. L’odore dell’India, su cui Pasolini è stato capace di scrivere un libro pur avendo trascorso nella “più grande democrazia del mondo” soltanto quindici tumultuosi giorni, non ti accoglie più come un tempo. Sparito il bene augurante Ganesh che ti salutava all’arrivo, ad accoglierti è un aeroporto ultra moderno e, di fuori, l’odore di smog di ogni città del mondo. Delhi è molto più vicina all’Europa, adesso, di quanto non lo sia a una piccola città indiana. O a Calcutta, ad esempio. Ogni discorso di carattere antropologico, ogni disquisizione sull’occhio dell’Occidente, sul mito del buon selvaggio o sull’industrializzazione lascia il tempo che trova. L’India, da un punto di vista strettamente realistico, non è più una superpotenza emergente ma abbondantemente emersa. Il boom economico, che noi ci ostiniamo a definire miracolo quando invece dura da più di dieci anni, ha cambiato e cambierà ancora profondamente il volto del paese di Gandhi. Meglio o peggio, bene o male, non spetta a nessuno dare giudizi o valutazioni di merito così generali e generalizzati. Certamente esiste un nodo da sciogliere. E il nodo è la giustizia sociale, il benessere aumentato che per il momento riguarda ancora una parte piccola, troppo piccola di quel miliardo abbondante di persone che si aggira nelle strade e sui sentieri dell’India. Riguarda quegli universi, e sono tanti, che si trovano di colpo a doversi confrontare con un mondo che non possono conoscere né tantomeno riconoscere. Il mondo dei tribali dell’Orissa, del Tripura, delle Andamane o del Nord-Est in generale, ad esempio: mondi malinconicamente destinati a un tramonto senza riscatto, già di fatto rinchiusi in un ghetto di turisti portati a osservarli nei mercati e nei villaggi divenuti tristemente simili, troppo simili, alle riserve dei nativi americani. Culture millenarie falciate via dal progresso in pochi anni invece che nello spazio di secoli.

L’India dei villaggi, così cara a Gandhi e a tutta la poesia, desueta finché si vuole, di intellettuali e attivisti locali che lottano per mantenere in vita cultura e tradizioni e fare in modo che lo sviluppo diventi, se non altro, sostenibile. L’India che mi è sempre stata cara, l’India che ho amato e che continuo a portarmi dentro come un rimpianto, come una ferita, come una luce, bisogna ormai andare a cercarla dentro alle pieghe di questa nuova India così simile al resto del mondo. L’India dei gesti e delle parole antiche, l’India delle convenzioni e delle tradizioni, l’India del rispetto, dell’amore, dell’onore. L’India della lentezza, della compassione e della comprensione. I volti degli anziani che inalberano fieri capelli bianchi e rughe ed esperienza, l’India delle preghiere, delle risate, delle canzoni popolari sguaiate. L’India di Benares o Varanasi che dir si voglia, dove continuo a tornare come si torna da un amante teneramente e follemente amato da giovane, sul cui volto non si vedono i segni degli anni. Benares, il grande amore della mia vita che si è portata via e conserverà per sempre la memoria dell’altro mio grande amore, cremato sulle rive del Gange e per sempre parte di quel mondo che avevamo, insieme, così tanto amato.

Spero che ciascuno, dentro a foto e parole, ritrovi un pezzo della sua India. Spero che ciascuno, dentro a foto e parole, sia spinto a fare un viaggio di quelli veri. Un viaggio, non una vacanza. Dentro a uno dei mille volti dell’India, per fare provvista di ricordi da conservare e accarezzare. Da tenere buoni nelle notti d’inverno, quando si ha bisogno di qualcosa per scaldarsi il cuore.