di Fabrizio Bandinelli | foto di Daniele Zedda

In una celebre scena di “Fantozzi contro tutti”, Fantozzi e Filini si cimentano in un’improbabile telefonata al loro capo ufficio per non partecipare ad una temuta gara ciclistica. Con un inverosimile accento svedese, il ragionieri finge di essere un luminare della medicina che vieta loro di gareggiare. Neanche a dirlo, è Fantozzi che impugna la cornetta mettendo in atto il maldestro tentativo. Una patata in bocca, una molletta sul naso, il viso avvolto da un panno bagnato e la testa infilata in un pentolone: non appena rispondono dall’altro capo del telefono, il mitico impiegato se ne esce con un alterato “Buondì”, ma viene immediatamente smascherato.

“Fantozzi, è lei?”, si sente dire dalla cornetta, e i piani dei due amici/colleghi, dopo lunghi e laboriosi preparativi, vanno immediatamente in fumo.

A Stoccolma non abbiamo fatto altro che ripetere quel “Buondì” mattina e sera, notte e giorno, all’aperto e al chiuso. In loop costante, quasi fosse un suono campionato che, anzichè farci ballare, era in grado di farci ridere.

Buondì.

Siamo partiti il primo gennaio. I voli costavano meno e a noi poco importava del capodanno. Ad accoglierci, un’ora di pullmann dall’aeroporto al centro città e un freddo pungente. Il gelo era decisamente più intenso di quanto ci aspettassimo e le nostre tenute super pesanti non erano sufficienti a fare fronte al clima impietoso dell’inverno svedese. Dai finestrini scorreva un paesaggio vuoto, desolato. Era tutto bianco. Ipnotico e affascinante al tempo stesso. Diverso. Poi, a poco a poco, le prime case, le luci della periferia, un ponte e finalmente la città.

Eravamo in otto: quattro coppie ben assortite e dagli impieghi più disparati. Comunicazione, fotografia, design, architettura, ristoranti, giornalismo, perfino Onlus e missioni umanitarie. In quei giorni ci siamo conosciuti tutti un po’ meglio. Bastava dire “Buondì” e una ventata di buonumore ci invadeva, incondizionatamente, ben predisponendoci al prosieguo del viaggio.

L’aria era sempre più fredda, ma non ci importava. Meno 15, meno 18, addirittura meno 20. Per quel che potevamo, imbacuccati come non mai, cercavamo di resistere passeggiando all’aria aperta. Gamla Stan, la città vecchia, è stata l’unica zona che ci ha deluso. C’erano poche cose da vedere. Anzi quasi niente. Solo boutique per turisti, super care e con merce davvero scadente. Buondì.

Tutta un’altra storia, invece, Sodermalm, il quartiere più trendy della città. Camminando per le sue ampie strade, cosparse di negozi alla moda e gradevoli bar, ogni tanto, dalle finestre dei palazzi più decadenti e industriali, ti imbattevi nelle note di rock band emergenti, che provavano con ostinazione propri pezzi e cover di gruppi più famosi. Intanto ci abituavamo al freddo e alla neve.

Anche di venerdì o sabato sera, non c’era molta gente in giro. Nei mesi invernali, nel Nord Europa si esce poco, molto meno di quanto non avvenga d’estate. Addirittura esiste una sorta di depressione stagionale, dovuta al freddo, alle poche ore di luce, e al fatto che dopo le quattro del pomeriggio non c’è quasi più niente da fare in tutta la città. Non che molti ristoranti e bar non fossero pieni, ma nulla a che vedere con quanto avviene in estate.

Per questo, pur stando a Stoccolma, avevamo già voglia di ritornarci per vedere la città illuminarsi sotto la luce del sole primaverile. “Tutto un altro posto”, si leggeva sulle guide, “quando orde di giovani si tuffano nelle acque dell’arcipelago e raggiungono in motoscafo le isole in cui si concentrano le attività notturne estive”. Buondì.

Ma intanto ci godevamo la suggestione della città in letargo, sepolta sotto una coltre di neve e ghiaccio. La giornata raggiungeva il suo apice quando eravamo seduti intorno ad un tavolo per la cena. Una serie di ottimi pasti ha scandito le giornate del nostro soggiorno svedese. Tipici e abbondanti e tutti intorno ai cinquanta euro a cranio. La filosofia che ci animava d’altronde era la seguente: viaggiare significa anche mangiare ciò di cui abitualmente si cibano gli abitanti del luogo visitato. Tanto meglio allora se in Svezia la cucina è ottima. Aringhe, salmone, carne molto grassa e stracondita e l’immancabile pane e burro salato. L’unica cosa da evitare a tavola è il vino. Il più scadente supera i quaranta euro a bottiglia ed è lo stesso che si beve in ogni ristorante romano al costo di quindici euro. Buondì.

Non abbiamo dedicato la stessa attenzione che abbiamo riposto verso i ristoranti alla visita dei club della città. Anzi. Di locali ne abbiamo visti solo alcuni. Vuoi per il freddo, vuoi per le abbondanti scorpacciate, verso l’una di notte eravamo sempre colti da un’irrefrenabile voglia di andare a dormire. E poi il giorno dopo c’era la colazione dell’hotel, ottima e abbondante, fino alle dieci del mattino. Il più strano club che ho visto si chiamava “Bruno”, un locale improvvisato nell’atrio di un centro commerciale di Sodermalm. La musica rock selezionata dal dj non era il massimo, tanto che, chi riempiva la pista, si ciondolava senza ritmo ed energia. Lo stesso dj non era affatto credibile: si trattava di un cinquantenne con i capelli da paggetto e un paio di occhiali da sole stile Lou Reed (quelli con le lenti rotonde). Ma un locale delimitato dalle serrande chiuse dei negozi, da cui si intravedono le scarpe e i vestiti esposti, era comunque una cosa strana. Non l’avevo mai visto. Buondì.

Se c’è un luogo della città che ai miei occhi ne riassume tutti i principali aspetti (per lo meno per quanto riguarda la versione invernale di Stoccolma), si tratta dei Mills Gardens. I giardini dello scultore Mills si trovano un po’ fuori città: il curatissimo parco e la villa dell’artista oggi ne ospitano le numerose opere, esposte sullo sfondo di un panorama mozzafiato di mari ghiacciati. Il posto migliore per scattare la foto più rappresentativa del viaggio. Lì, tutte le caratteristiche di Stoccolma prendono forma e si manifestano: lo spirito artistico, le impalcature industriali, i paesaggi naturali intersecati con le strade e i palazzi decisamente urbani. Mancava solo il design, ma per quello bastava tornare in centro, dove ogni strada era costellata di negozi di arredamento e oggettistica. Del resto c’è da aspettarselo dalla nazione che ha dato i natali ad Ikea.

A proposito. Sono rimasto di sasso nel sapere che l’opera più stampata al mondo è il catalogo annuale di Ikea, almeno stando a quanto c’è scritto sulla Lonely Planet di Stoccolma. Non la Bibbia, nè “I promessi sposi” o “On the road” di Jack Kerouac, ma la rivista di una multinazionale. E visto che ci siamo, Ikea è protagonista anche di un altro dato stupefacente: un europeo su dieci oggi è stato concepito su uno dei suoi letti! Incredibile. Buondì.