testo e foto di Natalia Ceci

Parto per il Portogallo convinta che non sia la Spagna. Banale? No, secondo me sto già avanti alla media. Vanno su e giù tra Barcellona, l’Andalusia, le isole e pensano di essersi fatti un’idea completa della zona. Li prendi alla sprovvista se gli chiedi – ehi cosa c’è lì accanto? Accanto dove? C’è la Spagna… Ma sì la lingua non si discute, lo spagnolo è più sensuale e comprensibile di quello strano portoghese; popolo accogliente e aperto, vera vida; paelle, vuoi che qualcosa di simile non ci sia pure a Porto? Gaudì, il maestro, il resto non conta; e poi il rosso fuoco che sa di calcio e di corride, animiamoci. Il Portogallo sarebbe quell’appendice verticale che funge da costa atlantica della Spagna: l’ombra del caliente. Non scherzo, la gente la vede così la faccenda. Approssimativi, superficiali, generici.
Non sono una fan alternativa del viaggio della regione accanto. Ma se il mio volo è mezzo vuoto per me è buon segno: o sono fuori stagione, e uno schizzo verrebbe più originale e misterioso, o sto visitando una terra che molti non hanno selezionato, distinguiamoci. Francia Sicilia San Francisco Dolomiti: ci si va, facciamo tutti bene. Ma se arriva l’ondata giordana, per me è ora di partire per Israele. Al grido “Cina” tifo Filippine, e se mi propongono un weekend a Madrid (e al Santiago Bernabeu non sono più i tempi dell’irraggiungibile signorilità Real), voto Liguria (da dove comincio?) o parto – finalmente – per il Portogallo.
Un viaggio è un po’ come la vita: niente va dato per scontato. Soprattutto la bellezza: è una cosa tua. Su questa terra decidi tu.

Il Portogallo è: i più grandi esploratori del Medioevo. Dai Fenici ai Romani, un susseguirsi di civiltà. Nel 1290 a Coimbra una delle prime università d’Europa. Una terra povera e poco abitata, da sempre: difficile impegno tener salde le numerose conquiste. Il fado – dal latino “fatum”, destino: musica che gli calza come il tango all’Argentina e la Samba al Brasile. Ma se l’ascolti a casa tua, prima di essere stato lì, non puoi capire. Li devi guardare negli occhi, i lusitani, non conta l’età: bambini o anziani, quella melodia nutrita di saudade – sentimento generato da qualcosa che non c’è più – ce l’hanno dentro da prima di nascere. Vicissitudini storiche, emigrazione, sofferenza, e ogni tratto di vita a cui non puoi più dare un nome: il fado rappresenta quest’anima.
Lisbona ha qualcosa di Palermo: agiata solo a tratti, decadente una casa su tre, ma le calze affaticate stese alle finestre indicano vita dentro. Gli azulejos descrivono mille pareti e sanno di dedizione antica, di resistenza, di famiglia, di mare. Sono maioliche, quadrate, più o meno dipinte. Dietro non c’è il maestro, c’è una tradizione di maestria artigianale.

Lisbona: ferma agli anni ’50 negli interni, nella mentalità, nel cibo, nella moda. Una città che è come un impreciso film in bianco e nero. La signora con tre buste sulla Rua da Bica finirà la sua erta salita. Si è fermata anche oggi a far due frasi sull’uscio dell’amica, per riprendere fiato. Quando riparte tu sarai giunto al centro di una nuova “praça”, ma potrai immaginarla, teneramente sicura e scandita nei suoi movimenti, verso casa. È un’abitudine: è il tempo ad averle consegnato una scena intoccabile.

Come a San Francisco, tram gialli o grigi si arrampicano su queste salite. Se un ragazzino corre, o ci si aggrapperà al volo o sta scappando perché s’è messo nei guai. Una donna sudamericana obesa abita sulla panchina della fermata prima di Praça de Camões. Sta lì seduta e la occupa tutta tutto il giorno, con le sue cose.
Alla Chiesa do Carmo entri o esci dal gotico, hai comunque il cielo sopra di te. Non sei al coperto. Assi e curve tracciano il contorno di pareti e soffitto, ma sono prive di superficie. Una ragnatela in muratura. Non fa venire in mente di pregare: dà la sensazione che sia tutto in bilico, e ti viene di camminare piano, per non turbarlo, in silenzio; di alzare gli occhi su questo residuo di equilibrio e curarti che sia ancora tutto lì. Così fanno tutti: escono, e l’importante è che le parti mancanti siano ancora sorrette da quelle presenti.
Fuori mi siedo sui gradini e guardo Rui Bimbos calciare coordinatissimo e deciso verso un muro. La palla ritorna, più o meno precisa, e per lui fino a sera è sempre come il primo tiro. Poi, nove anni e il pallone, l’istinto lo guiderà a casa. Chi vive a Lisbona? Piena di giovani e anziani, di operai e no global, di neri e di visi dall’identità coloniale. Come la giri? Fiorente nei trasporti, di tutti i tipi. Ma ai tassisti è meglio se la strada gliela indichi tu: loro ci arrivano, in zona. Il resto verrà da se. Spesso gli girano.

A Lisbona si vive di una fatica antica: lo stress non glielo dà la modernità, corse luci attivismi acquisti traffico traffici di tecnologie rumori. La fatica è l’onesto andare avanti, o insegnare ad un ragazzo che non tutte le vie di scippo ti ci portano. Che se tuo padre vende vino verde all’Alfama, è lì che puoi iniziare a capire come funziona il mondo. Una borsa di notte non è un investimento, e magari ci rimedi solo un calcio perché hai scelto la preda sbagliata.
Appartamento al bairro alto, noi partiamo da qui la mattina: raro stile moderno e pulito con vista sul Golden Gate locale – il ponte 25 de Abril – e la discesa delle case al Rio Tejo, un fiume che in certi punti è largo quasi 1 km. Guardando fuori dalla finestra penso due cose semplici e delicate come quei colori pastello: che fortuna, che ricordo.
La ginja – tipico liquore di ciliegia – me la danno da bere pure a colazione. Nelle “tasche” – mini trattorie a gestione famigliare – l’HACCP è al massimo un residuato bellico russo, e quando si torna a casa dall’odore dei vestiti e dei capelli si identifica quasi il menù completo. Da “Avelino” quattro tavolinetti: la moglie cucina a vista, lui prende le ordinazioni, apparecchia e fa i conti. Uno di loro due deve pure fare i piatti, ma la cosa è impercettibile. I ragazzi ci vanno perché è semplice, è come stare a casa, mangi le stesse cose che mangiano loro, bevi vino rigorosamente in caraffa e spendi sotto ai 10 €. Il figlio torna alla base quasi alla chiusura: si siede e mangia in silenzio “dourada” (orata) e si tiene la testa per ultima. Avrà studiato o lavorato prima: non ti viene in mente altro, ha la stessa aria sana dei genitori.

A Belèm, la torre sull’acqua, pensi a chi partiva da qui, secoli fa. Mangi un pasteis de Belèm caldo, acquisti un vino di Madeira che resterà indagato e sospetto all’aeroporto, e solo lì, in quella antica pasticceria, ti accorgi che è orientata – anche – a vendere turismo. Finora nulla ti aveva invitato al pensiero di visitare, acquistare, tornare.
Cascais sull’Oceano più sobria e pacifica, quasi aristocratica per un portoghese. Al faro le onde si schiantano anche a dieci metri d’altezza. Il loro inconfondibile grido, unito a quello di un pavone, vivifica l’aria assopita dell’inverno. All’Estoril il più grande casinò d’Europa ci coinvolge nei numeri della roulette e in uno spregiudicato black jack.
Cinque giorni volano nei chilometri a piedi: ma i castelli di Sintra, i pescatori di Nazarè, la Expo ‘98, lo zoo, Porto… restano mete impossibili e ambite.

Non andate in Portogallo. Andate dove vi aspettano. Così tutti si aspettano anche, già, cosa racconterete al ritorno. Non correte i rischi della diversità. È duro aprire strade maestre.