di Domenico Naso

foto di Vincent Urbani

Cracovia conserva un’anima austro-ungarica

ma il clima è quello di una Vienna più allegra

di una Budapest al passo con i tempi

Dalla finestra della camera d’albergo in pieno centro storico non c’è vista. L’affaccio, asfittico, è su un altro palazzo. Niente tramonti suggestivi, dunque, né viste mozzafiato sulla città. Meglio, un motivo in più per confondersi tra la gente nelle strade di Cracovia. Il centro storico è di una bellezza che stordisce, e non è un caso se fa bella mostra di sé tra i siti tutelati dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità fin dal primo elenco del 1978. Ma visitare Cracovia, la Cracovia del 2011, è ben altro che un semplice tour turistico. L’anima di questa città, per secoli il centro più importante dell’intera Polonia, è intrisa di storia ed eventi epocali, di invasioni e umiliazioni, di sollevazioni e riscatti. È un po’ la summa di tutta la storia polacca.

Ma è anche, e forse soprattutto, il punto di vista privilegiato per comprendere la Polonia del terzo millennio, quella definitivamente (e brillantemente) uscita dal grigiume filosovietico e poi piombata con l’entusiasmo di un teenager tra i ventisette membri dell’Unione europea. Camminando per la città te ne accorgi subito: i giovani, se non fosse che i loro colori sono così evidentemente slavi, potrebbero essere confusi tranquillamente con quelli di qualsiasi altra città d’Europa. E in più, nei loro occhi si vede la scintilla dei newcomers, la voglia irrefrenabile di dire al mondo: “Ehi, siamo europei a tutti gli effetti e finalmente possiamo dimostrarlo!”. La globalizzazione dei costumi, ovviamente, ha fatto tappa anche qui. E, altrettanto ovviamente, il primo luogo dove si percepisce è in discoteca. Ogni tanto, qualche successo che viene dalla Repubblica Ceca fa riaffiorare per un attimo quel gusto tutto slavo per il trash. Retaggi del passato, residui infinitesimali di una Polonia che non c’è più.

I giovani di Cracovia sono visibilmente affamati di contaminazioni occidentali, pur restando saldamente orgogliosi delle loro radici. Ma una serata in discoteca permette di capire le residue differenze tra loro e i giovani di casa nostra. Avete presente una qualsiasi discoteca alla moda di Roma o Milano? Ecco, a Cracovia la “fauna” discotecara è molto diversa: semplicemente, i giovani sembrano divertirsi davvero, senza sovrastrutture da tronisti. E guardare centinaia di persone dimenarsi senza inibizioni è un piacere per gli occhi di chi è abituato a ben altri ambienti più impomatati. La vodka non manca mai, così come la birra, ma il cliché dei giovani dell’Europa orientale perennemente alticci non risponde alla realtà.

Sarà che Cracovia conserva un’anima austro-ungarica, a differenza del resto della Polonia di impronta tedesca o russa, ma il clima è quello di una Vienna più allegra, di una Budapest più al passo con i tempi. Per trovare un po’ di sana e vecchia arretratezza da Patto di Varsavia bisogna visitare le zone rurali attorno alla città, dove qualche maglione totalmente fuori moda e un paio di automobili uscite dalla catena di montaggio negli anni Ottanta sembrano stare lì per ricordarci cos’era quel lembo d’Europa fino a meno di vent’anni fa. A Polana, meno di due ore in macchina da Cracovia, ci aspetta la scena più caratteristica: un barbecue polacco in piena regola, con famiglia ospitale e allegra che riempie i nostri piatti con una velocità degna dei banchetti luculliani del nostro Sud. Ma il posto che più di ogni altro ci è sembrato il trait d’union tra la Polonia di ieri e quella di oggi è la miniera di sale di Wieliczka, a 20 km dalla città. È una sorta di “fabbrica di cioccolato” dedicata al sale, con 3,5 km (sui 350 totali) di profondissimi cunicoli e gallerie aperti al pubblico. I saloni ampi e sfarzosi, ovviamente realizzati scolpendo nel sale, sembrano saleda ballo di una corte ottocentesca e l’attrezzatissimo bar a quota -180 metri sarebbe supercool se fosse vicino ad altri generi di città europee. La guida, un Willy Wonka polacco dalla divisa nera e l’aria austera, ci invita a leccare le pareti, provocando un misto di ilarità e perplessità tra i turisti, e poi, con un ghigno che somiglia spaventosamente a quello di Riff Raff quando accoglie Janet e Brad nel maniero di Frankfurter, avvisa (o minaccia?) che la visita nel sottosuolo salino durerà almeno due ore. Esperienza sconsigliata ai claustrofobici, insomma.

Niente, però, in confronto alla visita al campo di Auschwitz. Non proviamo nemmeno a descrivere le sensazioni tumultuose che assalgono il visitatore: tanto, troppo, è stato detto e scritto, e rischieremmo solo di aggiungere retorica alla retorica. Una scena, però, vale la pena raccontarla: una turista americana di mezza età, così come si fa davanti alla Torre Eiffel o al Colosseo, al Castello della Bella Addormentata di Disneyland o al geco di Gaudì a Barcellona, si fa fotografare allegramente sotto la terribile insegna che accoglie il visitatore nel campo: Arbeit macht frei. Forse la rubiconda yankee pensava di essere a Las Vegas, di fronte a una riproduzione made in China…

Il rientro a Cracovia ci ricorda un’altra caratteristica principale di quella città: Karol Wojtyla è ovunque. Gigantografie, musei, calendari, statue: tutto ricorda l’amatissimo papa, ex arcivescovo della città e qui considerato un leader politico più che un pastore di anime. Il sentimento cattolico è diffusissimo, quasi invadente. Le chiese sono piene, la messa è un appuntamento fisso, ma i giovani le disertano, preferiscono fare altro. Forse aveva ragione Giovanni Paolo II quando, deluso dalla piega che avevano preso le cose nella sua Polonia post-comunista, aveva parlato di un passaggio dall’ateismo marxista a quello liberalcapitalista. Ma il cammino della globalizzazione passa anche attraverso il distacco dalla religione. Sta succedendo ovunque, in Europa, e la Polonia non fa eccezione.

I giovani, dicevamo, pensano ad altro. Hanno decenni di oscurantismo culturale da recuperare, hanno voglia di raggiungere e superare i loro coetanei occidentali. E visti i risultati ci stanno riuscendo alla grande. Dai baffoni di Lech Walesa ai vestiti firmati dei polacchi di oggi non sono passati solo vent’anni. Sembra un’altra era, un altro mondo, un altro pianeta. Eppure lo spirito polacco, che a Cracovia si manifesta nel modo più creativo e stimolante possibile, è rimasto sempre quello. Grazie al cielo.

L’articolo è dedicato a  Maria e alla famiglia Wojtyczka