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		<title>Polonia di ieri e di oggi</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 13:37:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[cracovia]]></category>
		<category><![CDATA[polonia]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalla finestra della camera d’albergo in pieno centro storico non c’è vista. L’affaccio, asfittico, è su un altro palazzo. Niente tramonti suggestivi, dunque, né viste mozzafiato sulla città. Meglio, un motivo in più per confondersi tra la gente nelle strade di Cracovia. Il centro storico è di una bellezza che stordisce, e non è un caso se fa bella mostra di sé tra i siti tutelati dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità fin dal primo elenco del 1978. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Domenico Naso</p>
<p>foto di Vincent Urbani</p>
<p>Cracovia conserva un’anima austro-ungarica</p>
<p>ma il clima è quello di una Vienna più allegra</p>
<p>di una Budapest al passo con i tempi</p>
<p>Dalla finestra della camera d’albergo in pieno centro storico non c’è vista. L’affaccio, asfittico, è su un altro palazzo. Niente tramonti suggestivi, dunque, né viste mozzafiato sulla città. Meglio, un motivo in più per confondersi tra la gente nelle strade di Cracovia. Il centro storico è di una bellezza che stordisce, e non è un caso se fa bella mostra di sé tra i siti tutelati dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità fin dal primo elenco del 1978. Ma visitare Cracovia, la Cracovia del 2011, è ben altro che un semplice tour turistico. L’anima di questa città, per secoli il centro più importante dell’intera Polonia, è intrisa di storia ed eventi epocali, di invasioni e umiliazioni, di sollevazioni e riscatti. È un po’ la summa di tutta la storia polacca.</p>
<p>Ma è anche, e forse soprattutto, il punto di vista privilegiato per comprendere la Polonia del terzo millennio, quella definitivamente (e brillantemente) uscita dal grigiume filosovietico e poi piombata con l’entusiasmo di un teenager tra i ventisette membri dell’Unione europea. Camminando per la città te ne accorgi subito: i giovani, se non fosse che i loro colori sono così evidentemente slavi, potrebbero essere confusi tranquillamente con quelli di qualsiasi altra città d’Europa. E in più, nei loro occhi si vede la scintilla dei <em>newcomers</em>, la voglia irrefrenabile di dire al mondo: “Ehi, siamo europei a tutti gli effetti e finalmente possiamo dimostrarlo!”. La globalizzazione dei costumi, ovviamente, ha fatto tappa anche qui. E, altrettanto ovviamente, il primo luogo dove si percepisce è in discoteca. Ogni tanto, qualche successo che viene dalla Repubblica Ceca fa riaffiorare per un attimo quel gusto tutto slavo per il trash. Retaggi del passato, residui infinitesimali di una Polonia che non c’è più.</p>
<p>I giovani di Cracovia sono visibilmente affamati di contaminazioni occidentali, pur restando saldamente orgogliosi delle loro radici. Ma una serata in discoteca permette di capire le residue differenze tra loro e i giovani di casa nostra. Avete presente una qualsiasi discoteca alla moda di Roma o Milano? Ecco, a Cracovia la “fauna” discotecara è molto diversa: semplicemente, i giovani sembrano divertirsi davvero, senza sovrastrutture da tronisti. E guardare centinaia di persone dimenarsi senza inibizioni è un piacere per gli occhi di chi è abituato a ben altri ambienti più impomatati. La vodka non manca mai, così come la birra, ma il cliché dei giovani dell’Europa orientale perennemente alticci non risponde alla realtà.</p>
<p>Sarà che Cracovia conserva un’anima austro-ungarica, a differenza del resto della Polonia di impronta tedesca o russa, ma il clima è quello di una Vienna più allegra, di una Budapest più al passo con i tempi. Per trovare un po’ di sana e vecchia arretratezza da Patto di Varsavia bisogna visitare le zone rurali attorno alla città, dove qualche maglione totalmente fuori moda e un paio di automobili uscite dalla catena di montaggio negli anni Ottanta sembrano stare lì per ricordarci cos’era quel lembo d’Europa fino a meno di vent’anni fa. A Polana, meno di due ore in macchina da Cracovia, ci aspetta la scena più caratteristica: un barbecue polacco in piena regola, con famiglia ospitale e allegra che riempie i nostri piatti con una velocità degna dei banchetti luculliani del nostro Sud. Ma il posto che più di ogni altro ci è sembrato il trait d’union tra la Polonia di ieri e quella di oggi è la miniera di sale di Wieliczka, a 20 km dalla città. È una sorta di “fabbrica di cioccolato” dedicata al sale, con 3,5 km (sui 350 totali) di profondissimi cunicoli e gallerie aperti al pubblico. I saloni ampi e sfarzosi, ovviamente realizzati scolpendo nel sale, sembrano sale<strong> </strong>da ballo di una corte ottocentesca e l’attrezzatissimo bar a quota -180 metri sarebbe supercool se fosse vicino ad altri generi di città europee. La guida, un Willy Wonka polacco dalla divisa nera e l’aria austera, ci invita a leccare le pareti, provocando un misto di ilarità e perplessità tra i turisti, e poi, con un ghigno che somiglia spaventosamente a quello di Riff Raff quando accoglie Janet e Brad nel maniero di Frankfurter, avvisa (o minaccia?) che la visita nel sottosuolo salino durerà almeno due ore. Esperienza sconsigliata ai claustrofobici, insomma.</p>
<p>Niente, però, in confronto alla visita al campo di Auschwitz. Non proviamo nemmeno a descrivere le sensazioni tumultuose che assalgono il visitatore: tanto, troppo, è stato detto e scritto, e rischieremmo solo di aggiungere retorica alla retorica. Una scena, però, vale la pena raccontarla: una turista americana di mezza età, così come si fa davanti alla Torre Eiffel o al Colosseo, al Castello della Bella Addormentata di Disneyland o al geco di Gaudì a Barcellona, si fa fotografare allegramente sotto la terribile insegna che accoglie il visitatore nel campo: Arbeit macht frei. Forse la rubiconda <em>yankee</em> pensava di essere a Las Vegas, di fronte a una riproduzione made in China…</p>
<p>Il rientro a Cracovia ci ricorda un’altra caratteristica principale di quella città: Karol Wojtyla è ovunque. Gigantografie, musei, calendari, statue: tutto ricorda l’amatissimo papa, ex arcivescovo della città e qui considerato un leader politico più che un pastore di anime. Il sentimento cattolico è diffusissimo, quasi invadente. Le chiese sono piene, la messa è un appuntamento fisso, ma i giovani le disertano, preferiscono fare altro. Forse aveva ragione Giovanni Paolo II quando, deluso dalla piega che avevano preso le cose nella sua Polonia post-comunista, aveva parlato di un passaggio dall’ateismo marxista a quello liberalcapitalista. Ma il cammino della globalizzazione passa anche attraverso il distacco dalla religione. Sta succedendo ovunque, in Europa, e la Polonia non fa eccezione.</p>
<p>I giovani, dicevamo, pensano ad altro. Hanno decenni di oscurantismo culturale da recuperare, hanno voglia di raggiungere e superare i loro coetanei occidentali. E visti i risultati ci stanno riuscendo alla grande. Dai baffoni di Lech Walesa ai vestiti firmati dei polacchi di oggi non sono passati solo vent’anni. Sembra un’altra era, un altro mondo, un altro pianeta. Eppure lo spirito polacco, che a Cracovia si manifesta nel modo più creativo e stimolante possibile, è rimasto sempre quello. Grazie al cielo.</p>
<p><em>L’articolo è dedicato a  Maria e alla famiglia Wojtyczka</em></p>
<p><em>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 13:18:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[editoriale]]></category>

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		<description><![CDATA[“Il colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde” Vasilij Kandinskij La natura l&#8217;ha creato. L&#8217;uomo se ne è innamorato. E come tutti gli amanti è stato manipolato, osannato e bistrattato. Qualcuno lo vuole chiaro, qualcun altro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Il colore è un mezzo di esercitare sull’anima un’influenza diretta. Il colore è un tasto, l’occhio il martelletto che lo colpisce, l’anima lo strumento dalle mille corde”</p>
<p><strong>Vasilij Kandinskij</strong></p>
<p>La natura l&#8217;ha creato. L&#8217;uomo se ne è innamorato. E come tutti gli amanti è stato manipolato, osannato e bistrattato. Qualcuno lo vuole chiaro, qualcun altro scuro. C&#8217;è chi l&#8217;ha sintetizzato, chi l&#8217;ha enfatizzato e chi invece ha deciso di abbandonarlo. Ma che cos&#8217;è il colore?</p>
<p>Gli antichi gli hanno dato un nome per identificarlo con un potenziale, una funzionalità. I greci l&#8217;hanno associato ai quattro elementi della natura: fuoco, acqua, aria e terra. In India è strettamente legato al concetto di energia e tutt&#8217;oggi si pensa che influenzi l&#8217;equilibrio dei chakra.</p>
<p>Immaginate sullo sfondo nero un grande triangolo trafitto da un raggio di luce<strong> </strong>che<strong>,</strong> attraversando il prisma, si scompone nei colori dell’arcobaleno. Avete immaginato bene: il disegno è del grafico inglese Storm Thorgerson, ideatore della copertina dell’album “The Dark Side of The Moon” dei Pink Floyd. Peccato che l’idea sia di Isaac Newton.</p>
<p>Lo scienziato inglese, studiando la dispersione ottica della scomposizione di un raggio di luce che attraversa un prisma di vetro, fu il primo a dimostrare che la luce bianca è composta dalla somma di tutti i colori.</p>
<p>Oggi sappiamo che l’occhio umano ha tre tipi di cellule – i coni – sensibili alla lunghezza d’onda della luce che arriva. La loro capacità di risposta è centrata a tre diverse lunghezze d’onda: il blu, il verde e il rosso. I colori primari.</p>
<p>Quindi il colore altro non è che una radiazione elettromagnetica, avente una lunghezza d’onda all’interno della quale si trova il cosiddetto “spettro del visibile” ossia tutte le radiazioni percepite dall’occhio umano.</p>
<p>Questo vuol dire che vediamo tutti gli stessi colori?</p>
<p>Il primo a protestare contro la teoria newtoniana fu Goethe che nel suo saggio “Della teoria dei colori” affermò che il colore non può essere un fenomeno prettamente fisico ma al contrario qualcosa di vivo, di umano, legato alla sensibilità dell’osservatore. Non possono quindi<strong> </strong>essere spiegati con una teoria solo meccanicistica ma devono trovare spiegazione anche nella poetica, nell’estetica, nella psicologia, nella filosofia e nel simbolismo. La teoria goethiana, per quanto fosse errata nel campo della fisica, rappresenta un tentativo di spiegare il “colorato” mondo che ci circonda e che l’uomo percepisce con i sensi. Goethe non vuole studiare né la luce né l&#8217;occhio; che l&#8217;uomo percepisca i colori attraverso gli occhi<strong> </strong>è senza ombra di dubbio. Ma questi possiedono, esplicano e manifestano anche altre funzioni che non sono connesse soltanto all&#8217;ambito prettamente visivo e sensoriale, ma possono svolgere anche un ruolo “morale”, sensibile ed estetico. Le percezioni cromatiche avvengono quindi non solo all&#8217;interno dell&#8217;occhio, ma anche a livello mentale, immaginativo. Il linguaggio del colore si configura così come un linguaggio simbolico particolare, fatto di suggestioni che non provengono dalla sola osservazione razionale. In epoca più recente, grazie allo studio di due biologi cileni, si è arrivati alla conclusione che chi percepisce il colore è colui che lo sta creando. Addizionando la luce di Red, Green e Blu si formano tutti gli altri colori. Ma esiste un numero infinito di combinazioni di diverse lunghezze d&#8217;onda che dall&#8217;oggetto arrivano all&#8217;occhio e che messe insieme possono dare la stessa sensazione ad esempio di “giallo”. Quindi il colore altro non è che la sensazione che noi abbiamo di quella qualità visiva delle cose.</p>
<p>Noi non vediamo i colori ma viviamo il nostro spazio cromatico. E questo significa che siamo noi a creare il colore, siamo noi a creare il mondo di cui facciamo esperienza.</p>
<p>Good trip.</p>
<p>Valentina Diaconale</p>
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		<title>Il manifesto</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 13:17:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[arte, musica e cultura]]></category>
		<category><![CDATA[racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[andromalis]]></category>
		<category><![CDATA[illustrazione]]></category>
		<category><![CDATA[marx]]></category>

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		<title>eventi dal mondo</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2012/01/23/eventi-dal-mondo-7/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 13:04:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[eventi dal mondo]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>

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		<description><![CDATA[a cura di Francesca Rosati SEGNALACI ANCHE IL TUO Scrivi a info@thetripmag.com INDIA 8 MARZO – 9 MARZO “HOLI” Segna la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, lo sbocciare dei fiori, il ritorno del sole. Celebra anche diversi eventi religiosi della mitologia Hindu e originariamente era di buon auspicio per i raccolti e la fertilità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di Francesca Rosati</p>
<p>SEGNALACI ANCHE IL TUO</p>
<p>Scrivi a info@thetripmag.com</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>INDIA</strong></p>
<p><strong>8 MARZO – 9 MARZO</strong></p>
<p><strong>“HOLI”</strong></p>
<p>Segna la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, lo sbocciare dei fiori, il ritorno del sole. Celebra anche diversi eventi religiosi della mitologia Hindu e originariamente era di buon auspicio per i raccolti e la fertilità della terra. Ma soprattutto mostra un’India gioiosa ed esuberante come non mai, dove le strutture sociali si allentano: Holi accorcia le distanze tra persone di età, sesso e caste differenti, e per un paio di giorni soltanto ricchi e poveri, donne e uomini, vecchi e bambini sono uniti e festeggiano uno accanto all’altro.</p>
<p>Durante la vigilia si accendono dei falò per ricordare la morte della demone Holika<strong>,</strong> bruciata viva, e il giorno dopo le strade si bagnano di colori in una battaglia di gavettoni di polveri e liquidi colorati che non ha rivali. Tradizionalmente le polveri vengono da piante usate nella medicina ayurvedica e i liquidi sono fiori bolliti e lasciati ammollo per una notte intera.</p>
<p>Ogni regione del Paese segue tradizioni e rituali diversi, ma in ogni parte dell’India lo spettacolo è davvero sorprendente.</p>
<p><a href="http://www.holifestival.org/" target="_blank">holifestival.org</a></p>
<p><strong>AUSTRALIA</strong></p>
<p><strong>28 DICEMBRE – 1 GENNAIO</strong></p>
<p><strong>“THE FALLS”</strong></p>
<p>È uno di quei festival che ti catapultano in un altro mondo, belli per la musica e per l’ambiente. In questo caso si può scegliere tra Lorne (Victoria), nel bel mezzo della foresta pluviale di Otway, e la famosa Marion Bay (Tasmania), una delle ultime spiagge selvagge del pianeta. O si può fare un on-the-road australiano per ballare prima nella giungla e poi vicino al mare. Portatevi la tenda e lasciate fuori ogni pensiero … “o voi che entrate”.</p>
<p><a href="http://fallsfestival.com/" target="_blank">fallsfestival.com</a></p>
<p><strong>PLAYA DEL CARMEN (MESSICO)</strong></p>
<p><strong>30 DICEMBRE – 8 GENNAIO</strong></p>
<p><strong>“THE BPM FESTIVAL”</strong></p>
<p>Per il suo quinto compleanno il BPM festeggia a Playa del Carmen<strong>,</strong> con grandi dj e produttori di musica elettronica che suonano giorno e notte per dieci giorni consecutivi sotto il sole cocente del Messico, circondati da spiagge bianche e acque cristalline.</p>
<p>Il 5 gennaio, giorno dell’anniversario, tenetevi pronti perché tra le varie feste in programma sono previste sorprese speciali.</p>
<p><a href="http://www.thebpmfestival.com/" target="_blank">thebpmfestival.com</a></p>
<p><strong>HARBIN (CINA)</strong></p>
<p><strong>5 GENNAIO – 5 FEBBRAIO</strong></p>
<p><strong> </strong><strong>“HARBIN ICE AND SNOW FESTIVAL”</strong></p>
<p>Nasce nel 1963 ma viene interrotto durante la Rivoluzione Culturale di Mao come tutte le manifestazioni artistiche che distoglievano l’attenzione dal partito. Perché questo festival di sculture di neve e di ghiaccio – ripreso nell’85 – permette di distogliere l’attenzione da qualsiasi cosa, ha un che di magico e di surreale. Il ghiaccio viene lavorato con il laser ma anche secondo tecniche più tradizionali, con torce e lanterne. Le sculture sono incredibilmente realistiche e rifinite, e la loro vulnerabilità le rende ancora più speciali.</p>
<p><strong>ESSAKANE (MALI)</strong></p>
<p><strong>12 GENNAIO – 14 GENNAIO</strong></p>
<p><strong> “FESTIVAL AU DÉSERT”</strong></p>
<p>Il Festival au Désert si svolge annualmente nel Nord del Mali, solitamente a Essakane, a due ore da Timbuktu. Si ispira alle grandi festività tradizionali dei Touareg e propone poesie, canzoni e balli beduini, cavalcate sui cammelli e giochi popolari. Oggi ha aperto le porte e dà il benvenuto anche ad artisti provenienti da altri paesi africani, europei e del mondo. Ma si suona e si balla ancora con i piedi nella sabbia, senza cancelli, recinti o biglietti di ingresso.</p>
<p><a href="http://www.festival-au-desert.org/" target="_blank">festival-au-desert.org</a></p>
<p><strong>PARK</strong><strong> CITY (UTAH)</strong></p>
<p><strong>19 GENNAIO – 29 GENNAIO</strong></p>
<p><strong> “SUNDANCE FILM FESTIVAL”</strong></p>
<p>Il migliore del suo genere, vetrina indiscussa del cinema indipendente statunitense e internazionale, sostenuto da sempre da Robert Redford che nel 1985 ne assume il potere organizzativo tramite il suo Sundance Institute, un’organizzazione no-profit che sovvenziona il lavoro di cineasti indipendenti.</p>
<p>Il festival ha lanciato, per citarne uno tra i tanti, il grande Quentin Tarantino. E oggi come ieri un film targato Sundance è una certezza.</p>
<p><a href="http://www.sundance.org/" target="_blank">sundance.org</a></p>
<p><strong>MIAMI</strong><strong> / BAHAMAS (FLORIDA)</strong></p>
<p><strong>10 FEBBRAIO – 13 FEBBRAIO</strong></p>
<p><strong> “BRUISE CRUISE FESTIVAL”</strong></p>
<p>Decisamente unico. Un festival rock di tre giorni a bordo di una nave da crociera nei tropici. Da Miami alle Bahamas andata e ritorno. Concerti in mare, feste sulle isole, spettacoli, letture e workshop, circondati dal lusso e dai servizi offerti dalle navi Carnival Imagination: bar aperti 24 ore su 24, casinò, piscine, vasche idromassaggio, ristoranti, cene a buffet e tanto altro.</p>
<p><a href="http://www.bruisecruisefestival.com/" target="_blank">bruisecruisefestival.com</a></p>
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		<title>Roma</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2012/01/18/roma/</link>
		<comments>http://www.thetripmag.com/blog/2012/01/18/roma/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 17:37:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[arte, musica e cultura]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>
		<category><![CDATA[italia 150]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>

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		<description><![CDATA[“Ho visto dei romani passare intere ore in muta contemplazione, affacciati a una finestra della villa Lante, sul Gianicolo”

Stendhal. Passeggiate romane. 1829]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di Claudia Bena</p>
<p>“Ho visto dei romani passare intere ore in muta contemplazione, affacciati a una finestra della villa Lante, sul Gianicolo”</p>
<p>Stendhal. Passeggiate romane. 1829</p>
<p>C’è un unico filo che unisce noi romani da secoli. È quella gioia compiaciuta che ti invade quando ti fermi ad osservare la tua città. Quando una luce diversa illumina una strada conosciuta, mostrandola in modo nuovo, inaspettato. Quando alzi lo sguardo, all’alba, al tramonto, ma anche di notte, fino a quando lo abbassi sui sanpietrini lucidi di pioggia che incorniciano in una pozzanghera solo un muro, una finestra, un pezzo di cielo. Questa città riesce a farsi perdonare tutto, e provo un certo piacere a concludere qui la mia polemica storica. Roma non era predisposta per essere capitale. E l’Italia non era pronta per essere unita. Le teorie federaliste di Cattaneo, così controverse ai giorni nostri, centocinquanta anni fa risultavano piene di senso. Il sentimento di appartenenza nazionale risorgimentale non aveva basi nella maggioranza della popolazione e per questo è rimasto incompiuto. Come sottolineava Proudhon in uno dei suoi saggi contro l’Unità d’Italia: “Qui, l’unità è cosa fittizia, arbitraria, pura invenzione politica, maneggio monarchico o dittatoriale, che non ha nulla a che vedere con la libertà. Fino a pochi anni or sono, la critica liberale, ostile alla casa di Napoli, faceva osservare che i siciliani non hanno mai potuto tollerare i napoletani: perché si pretende oggi che tollerino i piemontesi?”.</p>
<p>Dalla proclamazione dell’unità d’Italia sotto Vittorio Emanuele II a Roma capitale bisognerà aspettare dieci anni. Altri ottanta per raggiungere l’ideale repubblicano di Mazzini e Garibaldi, entrambi significativamente assenti nel 1870.  Secoli di dominio papale avevano reso questa città un museo, lontana dalle metropoli europee, ancora incatenata ai passati fasti, impedendo lo sviluppo di una classe borghese che la rendesse adatta al ruolo di capitale. Ma toglierla al potere della chiesa era ineluttabile, nonostante il nuovo popolo italiano fosse ancora così soffocato dalla morale cattolica. Oggi la storia ci ha restituito i nomi ed i volti di tutti coloro che hanno combattuto per questo ideale. La statua equestre di Garibaldi, circondata dai busti candidi dei garibaldini, sovrasta il Gianicolo, spalle al Vaticano, rivolta verso quello spettacolo che è Roma. La sua urbanistica è studiata apposta per stupire, facendoti trovare quasi per caso, percorrendo i suoi vicoli, improvvisamente dentro una piazza. Al pellegrino che giungeva da lontano rappresentava la magnificenza di Dio e della Chiesa, a me regala sempre grandi sorrisi.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>il racconto di una vita a colori</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2012/01/17/il-racconto-di-una-vita-a-colore/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 15:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[franco fontana]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>

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		<description><![CDATA[Raccontare Franco Fontana vuol dire, dopo aver studiato la storia della fotografia, metterla da parte e sentire l’immagine. All’inizio degli anni Sessanta, in un’epoca artistica in cui si abbandonava il colore, mentre in fotografia non aveva ancora canoni estetici e tecnici consolidati, Fontana lo enfatizza, eleggendolo a filtro della propria esperienza personale, a celebrazione dell’io. È il suo codice di lettura della realtà, che esisterebbe ugualmente, ma dopo la sua interpretazione diventa altro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Claudia Bena</p>
<p>Raccontare Franco Fontana vuol dire, dopo aver studiato la storia della fotografia, metterla da parte e sentire l’immagine. All’inizio degli anni Sessanta, in un’epoca artistica in cui si abbandonava il colore, mentre in fotografia non aveva ancora canoni estetici e tecnici consolidati, Fontana lo enfatizza, eleggendolo a filtro della propria esperienza personale, a celebrazione dell’io. È il suo codice di lettura della realtà, che esisterebbe ugualmente, ma dopo la sua interpretazione diventa altro. Attraverso la macchina fotografica, appiattendo la prospettiva con il teleobiettivo, ci restituisce la sua visione. Ed in fotografia l’astrazione è la forma più alta della composizione. Significa vedere il reale e riuscire a sorpassarlo. Come Weston con il celebre scatto al peperone, dare un’identità agli oggetti, eleggendoli a veri e propri soggetti.</p>
<p>Dai suoi primi scatti fino all’ultimo lavoro, dove il suo sguardo si è posato sui monumenti funebri del cimitero monumentale di Genova, la gioia della vita prevale su ogni cosa, compresa l’imponente tradizione cattolica che vede nella morte l’ultimo contatto con chi ci lascia, ed introduce i cimiteri come un potente memento mori. Fontana invece gioca con la morte, in un equilibrio tra Eros e Thanatos che ricorda più la meravigliosa tradizione greca antica. Nelle sue foto c’è tutto, dal cielo, all’orizzonte all’asfalto; dalle ombre alle persone in carne ed ossa fino ai nudi.</p>
<p><strong>Quando ha iniziato a vedere il paesaggio così come lo racconta?</strong></p>
<p>Non serve una chiave per fare fotografia, la realtà esiste, l’astrazione è l’interpretazione del fotografo, una reinvenzione, a differenza della pittura ad esempio. Nella tela la realtà ce la metti tu. Nella fotografia è a portata di tutti. Come con il marmo, puoi farci un posacenere o la Pietà di Michelangelo. Il fine, nell’arte, è rendere visibile l’invisibile. Fotografare è un pretesto, non un mestiere. Soprattutto, è una cancellazione in favore di un’elezione. Pulire, sintetizzare. Dare significato alla forma. Significare la forma per significare la vita, anche rinunciando ad ogni riproduzione della realtà. La cultura è come uno specchio. Ognuno davanti alle opere d’arte capisce solo ciò che sa. E la gente identifica i paesaggi attraverso il mio lavoro. Anche questa è cultura.</p>
<p><strong>Il suo percorso artistico?</strong></p>
<p>La mia non è una professione, ma una realtà di vita. Fare quello che vuoi fare, con la gioia di farlo. Quello che importa è rimuovere la memoria. Continuare a rischiare. Il rischio è la vita. Non ho vissuto di paesaggi. Nei miei scatti vedi tutto. Ci sono le ombre, poi c’è la gente. Ho lavorato anche tanto su commissione.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Nelle sue opere, quanto è testimonianza e quanto reinvenzione?</strong></p>
<p>La mia opera non nasce come testimonianza, ma se ne riappropria ugualmente. È un mezzo per fare arte. Sono foto di pensiero, che non documentano, come la musica. Così come non è necessario conoscere l’uomo per apprezzarne l’opera.</p>
<p><strong>Qual è il suo rapporto con le nuove tecnologie?</strong></p>
<p>L’analogico è archeologia, sotto il punto di vista della praticità, dell’economia e della qualità. Il computer è comunque solo un mezzo. Non c’è il tasto “Picasso”, il tasto “Rembrandt”. Se riesci a fare capolavori con il computer sono ugualmente capolavori. L’importante è metterlo in chiaro. Ad esempio nel mio lavoro “il paesaggio che verrà” io ho creato delle immagini irreali unendo particolari reali presi dal mio archivio di diapositive; diversi luoghi, in diversi momenti della giornata. Basta dichiararlo.</p>
<p><strong>Ci parli del suo ultimo lavoro.</strong></p>
<p>Mi hanno chiesto di fotografare il cimitero monumentale di Genova. Ho accettato la sfida, ma mentre scattavo mi rendevo conto che non stavo concludendo il mio stile. Ad un certo punto vedo dei bassorilievi di un erotismo spaventoso, in cui c’era tutto tranne che la morte. O meglio, a metà tra amore e morte, Eros e Thanatos. Da qui l’idea di “Vita Nova”, una sorta di “Antologia di Spoon River” a Staglieno. Un po’ richiamano i miei nudi, tanto sembrano vivi, e tanto i miei nudi sono classici. L’effetto solarizzato, simile alle rayografie di Man Ray, è dovuto allo strato di polvere che ricopre le statue.</p>
<p><strong>Che importanza dà al suo ruolo di formatore?</strong></p>
<p>Io non sono un insegnante, ma un maestro. Non ho fatto nessuna scuola, quello che trasmetto non sono competenze e conoscenze, ma le mie emozioni e la mia esperienza. Sono acqua di sorgente. Tra i miei alunni c’è chi è predisposto ad accogliere ciò che trasmetto e chi no. Tra tutti, due quelli che più mi sento di sponsorizzare: Alex Mezzenga e Carlotta Bertelli.</p>
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		<title>Manuela Galli</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2012/01/17/manuela-galli/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 13:15:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[portfolio]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>

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		<description><![CDATA[Manuela Galli nasce a Firenze nel 1983. Consegue la laurea in Comunicazione Linguistica e Multimediale per poi specializzarsi in Comunicazione Visuale presso l’Istituto Europeo di Design. La sua passione per la fotografia nasce pochi anni fa, ispirata da un improvviso richiamo dei dettagli del mondo circostante. Di (pigra) formazione autodidatta, predilige il fotoreportage di viaggio e la fotografia “non-sense”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://lemalalingua.pullfolio.com/" target="_blank">lemalalingua.pullfolio.com</a></strong></p>
<p><strong>&#8220;Still in Shibuya&#8221;</strong></p>
<p>Manuela Galli nasce a Firenze nel 1983. Consegue la laurea in Comunicazione Linguistica e Multimediale per poi specializzarsi in Comunicazione Visuale presso l’Istituto Europeo di Design. La sua passione per la fotografia nasce pochi anni fa, ispirata da un improvviso richiamo dei dettagli del mondo circostante. Di (pigra) formazione autodidatta, predilige il fotoreportage di viaggio e la fotografia “non-sense”.</p>
<p>La foto, scattata a Tokyo in prossimità del trafficato incrocio pedonale del quartiere Shibuya, ritrae, in contrasto, l’attesa immobile di una ragazza giapponese.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-3640" title="Manuela Galli ASIA 03" src="http://www.thetripmag.com/wp-content/uploads/2012/01/Manuela-Galli-ASIA-03.jpg" alt="" width="640" height="393" /></p>
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		<title>la Tomatina</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 19:45:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[moda, tendenza & Co.]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>

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		<description><![CDATA[È risaputo che gli innamorati durante qualche lite a volte si tirino dietro i piatti, i bicchieri o anche le valigie quando l’altro non vuole saperne di andare via. Che ci fosse qualcuno che partisse in macchina, in treno o in aereo per andare a tirare i pomodori addosso a qualche sconosciuto, io proprio non ne avevo idea. Ma non si finisce mai di imparare.
Anche se, come per tutte le leggende, ci sono varie versioni dei fatti, tutti sembrano concordare che questa storia abbia origini abbastanza remote…]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Anna Mastrolitto<br />
foto di Dmitry Dudin</p>
<p>È risaputo che gli innamorati durante qualche lite a volte si tirino dietro i piatti, i bicchieri o anche le valigie quando l’altro non vuole saperne di andare via. Che ci fosse qualcuno che partisse in macchina, in treno o in aereo per andare a tirare i pomodori addosso a qualche sconosciuto, io proprio non ne avevo idea. Ma non si finisce mai di imparare.<br />
Anche se, come per tutte le leggende, ci sono varie versioni dei fatti, tutti sembrano concordare che questa storia abbia origini abbastanza remote…<br />
C’era una volta, nella lontana estate del 1944 in una località della Spagna vicino Valencia chiamata Buñol, un gruppo di ragazzi che, offeso dal non essere stato selezionato per la sfilata della festa del paese, decise di organizzare un agguato a base di salsa di pomodoro e altri ortaggi contro i partecipanti dei carri. Senza volerlo quei ragazzi spagnoli hanno lanciato una moda che oggi è diventata un appuntamento fisso per tutti coloro che per almeno un giorno all’anno hanno voglia di tornare bambini. Dal 1959, infatti, la Tomatina è diventata parte delle feste ufficiali del paese e ha fatto di Buñol una delle località più famose della Spagna, dove durante l’ultimo mercoledì di agosto si danno appuntamento migliaia di Peter Pan in arrivo da tutto il mondo. I cinesi, che non vogliono mai farsi mancare nulla, hanno anche replicato l’iniziativa in varie città della Cina scatenando l’ira di un gruppo di sociologi, economisti e giornalisti che pensano che l’evento possa generare un impatto negativo per i valori sociali del paese, dove buttare il cibo è un tabù.<br />
A Buñol, invece, la festa della Tomatina, oltre ad avere un impatto economico positivo sul turismo e a scatenare il buon umore, porta anche benefici salutari ai partecipanti e al paese. Le strade, dopo essere state ripulite dai pompieri, grazie all’acido naturale contenuto nei pomodori appaiono più brillanti che mai. E come se non bastasse, il succo di pomodori con le sue vitamine risulta essere un vero toccasana per la pelle.<br />
Una volta terminata la battaglia dei pomodori, si può partecipare ad altre attività con la possibilità di vincere gustosi premi come il jamon serrano, messo in palio per chi riesce a salire fino in cima all’albero della cuccagna unto con il grasso del prosciutto!</p>
<p><strong>QUALCHE CONSIGLIO:</strong><br />
Da organizzare: un weekend a sorpresa per il vostro partner. Anche se in quei giorni andrete molto d’accordo, nel momento del primo lancio di pomodori vi ricorderete tutti i motivi che durante l’anno vi hanno fanno perdere i lumi della ragione.<br />
Da indossare: scarpe chiuse, vestiti vecchi e maschera da sub.<br />
Da non dimenticare: una macchina fotografica resistente all’acqua.<br />
Da non mettere in valigia: i pomodori, il Comune ne distribuisce circa 120 tonnellate.<br />
Prima di tornare a casa: fermatevi a Valencia per mangiare l’autentica paella.</p>
<p>Buon divertimento!</p>
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		<title>Total Black Magic</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2012/01/16/total-black-magic/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 19:40:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[moda, tendenza & Co.]]></category>
		<category><![CDATA[sidebar]]></category>

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		<description><![CDATA[Uno dei sostenitori di questa scelta è l’inglese Gareth Pugh, le cui collezioni sono inevitabilmente e continuativamente dominate dal nero, sporadicamente interrotto dall’altro non colore per eccellenza, il bianco. La decisione del designer di eliminare l’elemento colore è collegata alla teatralità e drammaticità delle sue creazioni, all’eccessività delle forme che vengono quasi bilanciate e giustificate dal nero, il quale d’altra parte dà loro forza e carattere. E proprio forza e carattere sono confermati dall’altro elemento prediletto di Pugh, ossia il triangolo, antico simbolo di potere. La figura geometrica si discosta e contrasta la forma naturale del corpo della donna, donando tensione e rigidità alla silhouette femminile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Marianna Kuvvet<br />
foto di Greta Pompei</p>
<p>Tempo fa mi è capitato di leggere l’affermazione di un illustre personaggio del mondo della moda italiana che definiva la scelta del nero come la più facile e scontata. Tale affermazione mi è rimasta impressa e, pur non volendo peccare d’arroganza, mi permetto di dissentire.<br />
Se da una parte per chi lo indossa il nero può superficialmente sembrare la scelta più ovvia e banale (e sottolineo “può” sembrare), dall’altra il designer che decide di abbracciare il total black decide di privarsi di un elemento fondamentale, per l’appunto il colore, puntando su forme, tagli, sovrapposizioni, asimmetrie e materiali. Un tessuto non sarà mai dello stesso nero di un altro così come due designer degni di essere chiamati tali non creeranno mai due abiti neri uguali.<br />
Non solo. La scelta del non colore, intesa anche ma non esclusivamente come predisposizione per il dark look, è espressione di un modo di pensare, di una concezione estetica ben precisa.<br />
Uno dei sostenitori di questa scelta è l’inglese Gareth Pugh, le cui collezioni sono inevitabilmente e continuativamente dominate dal nero, sporadicamente interrotto dall’altro non colore per eccellenza, il bianco. La decisione del designer di eliminare l’elemento colore è collegata alla teatralità e drammaticità delle sue creazioni, all’eccessività delle forme che vengono quasi bilanciate e giustificate dal nero, il quale d’altra parte dà loro forza e carattere. E proprio forza e carattere sono confermati dall’altro elemento prediletto di Pugh, ossia il triangolo, antico simbolo di potere. La figura geometrica si discosta e contrasta la forma naturale del corpo della donna, donando tensione e rigidità alla silhouette femminile.<br />
Altro fautore dell’acromatismo è lo svedese Richard Soedeberg, mente creativa che si cela dietro il brand Obscur, il cui nome già la dice lunga sulla filosofia dominante le creazioni del designer. Obscur racchiude in sé tutta l’essenza dei paesaggi austeri e affascinanti del Nord Europa, la loro cultura crepuscolare e misticheggiante. Soedeberg esprime la volontà di donare un’anima agli abiti e si distingue per la meticolosa ricerca e complessità della costruzione tecnica dei suoi pezzi, caratterizzati da destrutturazione, particolari removibili e modificabili. I materiali usati sono rigorosamente naturali, dal lino al cashmere, dalla pelle alla lana, e le forme e i tagli ricordano le creazioni di Rick Owens e Ann Demeulemeester.<br />
Proprio quest’ultima può e deve essere considerata un’altra illustre “maestra del nero”. Da oltre venti anni lo considera un punto di partenza, la base di ogni sua creazione, lo scheletro di quella che sarà l’architettura finale di un abito. Abile a dare al non colore tutte le sfumature e la profondità che questo può assumere tramite l’utilizzo di diversi materiali quali pelle, piume e tessuti, la designer belga ha definito il nero come “pura poesia, il più bello e misterioso dei colori”. In fin dei conti, ha detto tutto lei.</p>
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		<title>good morning</title>
		<link>http://www.thetripmag.com/blog/2012/01/16/good-morning/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 19:31:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Veronica</dc:creator>
				<category><![CDATA[moda, tendenza & Co.]]></category>
		<category><![CDATA[gastronomia]]></category>
		<category><![CDATA[rice pudding]]></category>
		<category><![CDATA[ricette]]></category>

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		<description><![CDATA[Quel che vedo è rosso. Il rosso intorno a me. Ovunque è permeato di rosso. È il mio colore preferito. Non potevo sperare di meglio. Sarà che siam fatti di sangue. Ed il sangue è rosso. Sarà che da sempre è sinonimo di sensualità, passione, calore e come nella pubblicità così in cucina è l’arma vincente. Che maleducato, non mi sono neanche presentato. Il mio nome è Rubio, Chef Rubio. Mi chiamo Gabriele e, sì, sono un cuoco.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><strong>&#8230;il mattino ha l’oro in bocca</strong></div>
<p><br/></p>
<div id="_mcePaste">testo e foto di Gabriele Rubini</div>
<div id="_mcePaste">Quel che vedo è rosso. Il rosso intorno a me. Ovunque è permeato di rosso. È il mio colore preferito. Non potevo sperare di meglio. Sarà che siam fatti di sangue. Ed il sangue è rosso. Sarà che da sempre è sinonimo di sensualità, passione, calore e come nella pubblicità così in cucina è l’arma vincente. Che maleducato, non mi sono neanche presentato. Il mio nome è Rubio, Chef Rubio. Mi chiamo Gabriele e, sì, sono un cuoco. Sarà forse per tutto questo che vedo rosso. Sarà perché la natura in maniera neanche troppo implicita con il rosso ci comunica da sempre attenzione, son bello, mangiami, bevimi, strizzami, strappami… insomma fa qualcosa ma mettimi dentro di te che ti faccio bene. O sarà semplicemente per il fatto che ho passato troppo tempo con gli occhi chiusi rivolti al sole. Cretino che sono. Ogni mattina la stessa storia. Ma non è colpa mia se prima di alzarmi fisso l’interno delle palpebre illuminate dal sole fantasticando sui viaggi fatti e su quelli che farò. Spalanco di colpo gli occhi e nient’altro che il bianco. Flash. Bianco. Flash. Ancora un bellissimo bianco. Assurdo come il bianco possa nascondere dietro il suo candore una vasta gamma di colori. C’è chi lo definisce un non colore. Pazzo. Il bianco è IL colore. Il bianco è purezza. È candore. È poesia mai uguale. Il bianco è una delicata vernice che protegge i colori più caldi nascosti nei frutti dell’avvenire. La neve non è forse questo? Una delicatissima ma durevole protezione per qualcosa che sboccerà? Trasformandosi in acqua diventa un fiume di musica per il risveglio della natura e dei suoi colori. E nel bianco dell’inverno su ogni tavola con conserve, frutti, salse dai colori accesi, si ricerca il colore. Il colore del calore. Quello che riscalda il cuore e appaga i sensi. Che riporta alla memoria il caldo e la vivacità di un’estate ormai passata. Che col pensiero ci proietta alla primavera che presto tornerà. Il bianco è l’essenza del tutto. Il mio bianco, il mio tutto, sta cominciando a sciogliersi. Gli occhi si stanno abituando. Dalla coltre di bianco luce comincio a vedere del blu. L’Oceano pacifico. Ho sete, dove cazzo ho messo l’acqua? Eccola. Ora una macchia enorme gialla. L’Australia. Mmmm. Scrambled eggs. Perché mi son scordato di comprarle? Ok basta ripassare a memoria la piantina del planisfero. Tanto sta lì da anni, è ormai un tutt’uno col soffitto, non si sposta. Alza ‘sto culone che si parte. Per dove? Boh. India? Messico? Laos? Naaaa&#8230; Mi infilo una ciabatta. Liscio l’altra e continuo verso la cucina sorridendo. La mia professoressa di greco un giorno venne con due scarpe sinistre in classe. Io posso andare quindi in giro “spaiato”. Com’era il Kazakistan? Ah, arancione. Ho voglia di una spremuta d’arancia. Metto due fette a tostare nel frattempo. Marmellata di fichi pronta. Clack! L’argento del coltello splende sotto i miei occhi. Fa che sia rossa. Fa che sia rossa. Taglio. È rossa. &#8216;Sto rosso mi perseguita. Tlin. Il pane è pronto. Spalmo. Addento. E mentre mastico guardo fuori. La luce tagliata del sole invernale mi piace. Anche se non è calda è fantastica. Ecco che sensazione mi dà. Di uno scatto fatto con una 35 mm compatta. Spremo verso bevo. Richiudo il barattolo dal contenuto giallo verdastro. Torno nel regno del planisfero. Mi fermo. Non c’avevo mai fatto caso. Non c’è il nero. Il nero è come il bianco. È la sua nemesi. Senza l’uno non esisterebbe l’altro. Il pazzo dice che è assenza di colore. Il pazzo non sa che il nero li contiene ed ingloba tutti quanti. E credo che debba smettere di produrre planisferi incompleti. Mi vesto con la calma di un sicario. Prendo il mio rotolo dei coltelli nero. I pantaloni neri. Le scarpe anch’esse nere. Giacca da lavoro… bianca. Ao’, faccio lo chef, mica ‘r becchino.</div>
<div id="_mcePaste"><a href="http://www.rubiochef.com/" target="_blank">rubiochef.com</a> &#8211; <a href="http://www.fishechip.com/" target="_blank">fishechip.com</a></div>
<div id="_mcePaste"><strong>RICE PUDDING</strong></div>
<div id="_mcePaste">ingredienti: 160 gr riso, 60 cl latte, 5 gr gelatina in fogli, 5 cl acqua, 40 gr di zucchero, 1 Bacca di vaniglia,1 pizzico sale, 25 cl panna da montare, 500 gr frutti di bosco freschi (o frutti di bosco congelati)</div>
<div id="_mcePaste">procedimento:</div>
<div id="_mcePaste">Intiepidire il latte in un pentolino e scaldarlo per 10 min con la bacca di vaniglia in infusione senza mai portarlo al bollore, quindi togliere la bacca, alzare la fiamma e cuocere per circa 20 min  a fuoco medio il riso. Mentre si sta cuocendo, ammollare i fogli di gelatina in acqua fredda. Al riso cotto aggiungere ora i 30 gr di zucchero, il sale ed unirvi anche la gelatina ben strizzata cominciando a mescolare con spatola fino a raffreddare il tutto. Montare la panna con i restanti 10 gr di zucchero ed incorporarla al riso. Adagiare in uno stampo, dove avrete messo sul fondo i frutti di bosco. Prima di servire far raffreddare in frigorifero per circa 4 ore (l&#8217;ideale sarebbe farlo la sera prima)</div>
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