immagini concesse da Agostino Iacurci | agostinoiacurci.com

La prima volta che ci siamo visti aveva appena inaugurato due splendidi muri per SanBa (sanba2014.it), progetto di riqualificazione urbana in uno dei quartieri più difficili della capitale. Mi ha colpito perché teneva in mano alcuni fogli A4 regalatigli da un bambino che aveva ridisegnato le sue opere e per ognuna aveva scritto una poesia ripromettendosi di partecipare come artista nelle prossime edizioni. Con un sorriso soddisfatto mi disse: «È il più bel catalogo che abbia mai ricevuto».

Lui è Agostino Iacurci, pugliese giramondo che si sta affermando sempre di più come street artist di fama internazionale. In un caldo pomeriggio di giugno lo raggiungo nel suo studio romano per una informale chiacchierata.

Ciao Agostino, il tuo nome ormai è gettonatissimo, come ti senti nei panni dell’artista intervistato?
Diciamo che mi sto allenando. A volte quello che dicono gli altri non mi rispecchia pienamente perciò alla fine preferisco comunicare in prima persona. Non riesci mai a calarti totalmente nella parte, non ti abitui mai, ma sto migliorando. Se fossi venuto qui un anno fa mi avresti trovato molto più stressato.

Sei nato in Puglia, che ricordi hai della tua terra?
Sono nato a Foggia nel 1986, dove ho vissuto fino ai diciannove anni, poi mi sono trasferito per studiare. Il fatto di nascere in una città di provincia ha sicuramente segnato il mio percorso. Innanzi tutto perché sono cresciuto in strada, per noi il punto di ritrovo era la piazza e questo stare per strada me lo sono sempre portato dietro. È il mio luogo naturale la piazza, e il mio linguaggio lo rispecchia. Già a tredici anni giravo la Puglia con i miei amici. Ricordo tanti campeggi, prima il Gargano, poi il Salento che d’estate si trasforma completamente, diventando uno dei centri italiani per la musica e la cultura, un importante centro di aggregazione giovanile.

In che modo ti sei avvicinato all’arte? Credi che la tua terra abbia influito in questa ricerca?
Foggia, perlomeno quella che frequentavo io, ai tempi era una città analfabeta dal punto di vista dell’arte contemporanea, questo mi ha portato a cercare molto all’esterno. Sono sempre stato interessato al disegno e all’arte, prima attraverso i graffiti, che sono stati il mio primo amore, poi attraverso i fumetti underground e l’illustrazione che mi hanno spinto ad esplorare nuovi mondi ed orizzonti, al di fuori di quello felicemente autoriferito dei graffiti. Vivere a Foggia e in generale in provincia nell’era pre-internet, significava un accesso limitato alla cultura (anche semplicemente reperire libri e cd) e questo ci ha reso molto dinamici e curiosi, perché bisognava cercare sempre nuovi input dall’esterno. Inoltre bastava veramente poco per far scoccare la scintilla, e così guardando le prime fanzine che ci capitavano tra le mani abbiamo iniziato a fare i graffiti, io avevo circa dodici anni. La scena in provincia era molto meno turbolenta rispetto alle grandi città, per noi fare graffiti voleva dire stare insieme, condividere, confrontarsi, fare comunità. Sono come uno sport estremo, per capirlo devi giocarci. Poi mi sono reso conto che non ero tanto interessato, amavo disegnare ma non avevo l’esigenza di mettere il mio nome dappertutto, così a diciannove anni mi sono trasferito a Roma per studiare arte.

Come ti sei avvicinato al mondo della street art, quali sono state le tue fonti d’ispirazione?
A Roma ho studiato prima illustrazione, poi un anno di architettura e infine mi sono diplomato all’Accademia di Belle Arti. All’inizio di questo percorso per me l’arte era solamente un concetto astratto, era una cosa oscura e totalmente separata dalla realtà. Diciamo che mi sono educato piano piano, ci sono arrivato per passaggi. Quando poi ho scoperto che persone come Blu o Run stavano realizzando opere che univano il discorso dei murales su grandi superfici al fumetto e alla grafica, trasformandoli in qualcosa di nuovo, che avveniva nei luoghi che amavo, nelle strade e nelle piazze, nella mia testa è scattato qualcosa. Da lì ho iniziato a realizzare i primi lavori, da allora è iniziato il mio percorso. Sono stati una grande fonte di ispirazione per me e per tanti altri artisti della mia generazione.

Solitamente noi fruitori vediamo l’opera compiuta, ma come nasce un tuo lavoro, dall’idea del soggetto alla realizzazione finale?
C’è sempre un lavoro generale che faccio prima, su un tema piuttosto che su una suggestione che ho, una ricerca che sto portando avanti in quel periodo. Quello che mi interessa è il gioco tra il linguaggio e l’immagine. Lavoro sulle contraddizioni, la grande e la piccola scala, l’invadenza della scala monumentale e la ricerca di un approccio non invasivo, il visibile e l’invisibile e più in generale sulla condizione paradossale dell’uomo. L’uomo ritorna quasi sempre.

Poi c’è un linguaggio pittorico che cerco sempre di affinare, una sintesi delle forme, colori piatti ma che non diano un effetto piatto, l’uso delle ombre. Ricorre sempre sia una ricerca estetica che di linguaggio. Questo è il discorso generale, di sottofondo, poi ogni volta che realizzo un’opera ovviamente raccolgo le informazioni che mi arrivano dall’esterno, soprattutto dal sito nel quale sto operando.

Il processo creativo non è mai un processo lineare, anche quando arrivi a definire un metodo, c’è sempre uno o più elementi fuori controllo, un aspetto caotico, che spesso finisce per generare l’ispirazione. A quel punto cerco di mettere in relazione la mia idea con le informazioni che mi vengono dall’esterno a livello contenutistico, estetico e cromatico. L’opera finale poi è il frutto di una serie di questo lavoro di preparazione unito alle circostanze, dal clima, alla logistica agli incontri che si fanno mentre l’opera è in progress, fino agli incidenti di percorso. C’è una forte componente performativa. È una sorta di dialogo in tempo reale con il prossimo, lo scambio è fondamentale.

Quali sono le tue opere preferite, quelle che ti inorgogliscono di più?
Solitamente sono molto critico verso il mio lavoro, mi piace guardare avanti. Per me l’opera non è solo il murales ma tutto il processo, da quando vengo chiamato a quando me ne vado. È tutta l’esperienza in sé. Il murales è un catalizzatore di qualcosa che sta succedendo, è la testimonianza di quello che è stato fatto, ma è l’esperienza a cui guardo con piacere. I progetti a cui sono più legato sono quello di un ospedale di ricerca oncologica a Belo Horizonte e quello al carcere di Rebibbia. Paradossalmente le esperienze in luoghi di sofferenza sono quelle che mi hanno lasciato più ricordi positivi. Io sono per natura tendenzialmente cinico e disilluso, anche rispetto al mio lavoro, non sono di quelli che credono che con l’arte e il colore si cambi il mondo. Però in quei casi, la possibilità di intervenire nella realtà di altre persone, di realizzare qualcosa che interrompa una routine di sofferenza, l’entusiasmo e l’energia con cui sono state accolte, mi ha davvero coinvolto al punto da dovermi ricredere.

Se ti dessero totale carta bianca, se potessi realizzare l’opera dei tuoi sogni senza vincoli economici o di spazio, cosa faresti?
Se avessi l’opportunità di realizzare una cosa del genere probabilmente non farei un murales, cercherei di sorprendermi. Credo che realizzerei qualcosa di performativo o un’installazione, qualcosa che agisca nello spazio in maniera forte.

Parliamo un po’ di viaggi: quando hai iniziato a viaggiare? Ora che lo fai per lavoro, è cambiato qualcosa?
Ho iniziato a viaggiare molto giovane, già minorenne giravo per l’Europa. Solitamente compravo un biglietto aereo e poi partivo senza un euro, all’avventura. È stato molto importante per la mia crescita, anche se sei molto limitato nelle possibilità, perché non puoi seguire le rotte del turismo tradizionale, non puoi entrare nei musei o nei luoghi di attrazione, scopri aspetti della città più autentici o sorprendenti. Naturalmente tornando nello stesso posto a distanza di anni e con un approccio nuovo, è bello vedere quanto diversa possa essere la percezione di uno stesso identico spazio, anche di una singola strada.

Viaggiare per fare progetti artistici poi è una cosa ancora diversa, perché ti porta ad immergerti direttamente nella quotidianità e nei problemi del luogo, essendo chiamato da gente del posto, che spesso ti apre le porte della propria casa, mi fa scoprire ogni volta il luogo con una visione più intima. Vivo i luoghi dall’interno, per quanto possibile.

Torniamo a parlare di street art: a che punto credi che sia in questo momento e che direzione sta prendendo?Siamo a un punto in cui la street art, che era nata come processo spontaneo, di contrapposizione e spesso illegale, si sta lentamente facendo sistema, un sistema che comunica abbastanza bene con quello dell’arte. Se prima aveva dei codici propri e autonomi adesso sta avvenendo una contaminazione con altri codici e pratiche artistiche. Anche se come ti dicevo, fatico a ragionare in termini di street art, la mia impressione è che si cominci a guardare alla street art con un occhio sempre più attento e agli artisti della mia generazione si cominciano ad aprire spazi di comunicazione anche con gli attori tradizionali del mondo dell’arte come gallerie e musei.

Questo processo, che da molti è visto come una negazione della natura spontaneista del fare arte in strada, secondo me apre una serie di nuove ed interessantissime sfide e ibridazioni. Anche perché dall’altra parte, avendo riscosso grandi consensi di massa, credo che abbia comunque perso quella forza irruenta e antagonista che ha contraddistinto le prime generazioni, ed un indicatore è il fatto che ci siano stati, anche in Italia, processi in cui street artist sono stati assolti perché è stato riconosciuto il valore artistico delle loro opere. Un altro elemento interessante poi, in un proliferare di manifestazioni ed eventi, è che i territori e i loro abitanti vengano messi al centro di questi processi, andando verso un approccio all’arte urbana che diventi organica al territorio. Qui diventa importante la funzione dei curatori degli spazi pubblici, che ormai devono ragionare in termini di quartieri, di città.

Credi che ci siano paesi in particolare che più di altri stiano promuovendo queste dinamiche o è un discorso abbastanza globale?
È un discorso abbastanza globale, ed è interessante vedere come progetti di questo tipo possano nascere nei modi più svariati. Si va dall’iniziativa del singolo cittadino, piuttosto che di un gruppo di volontari appassionati, fino ai grandi progetti e i grandi musei e si trovano progetti di grande qualità in ciascuno di questi segmenti. Naturalmente ciascun paese, se non ciascun progetto, ha le proprie specificità, ad esempio in Europa paesi come la Francia si stanno distinguendo per come il sistema arte, lì molto forte, stia puntando sulla street art, riconoscendone a pieno il valore artistico.