di Valentina Diaconale

foto di Valentina Piccinni

Barba folta. Mani grandi. Forti. Immancabili scarponcini neri. Una voce calda e rassicurante. Occhi che ti scrutano, occhi che ti parlano mentre si raccontano. Tutto in Davide sembra parlare. Le sue movenze. Il suo tono di voce. Il suo sguardo che non ti molla mai, che ti accompagna nel racconto di sé. Davide Dormino nasce a Udine nel 1973 ed oggi insegna scultura alla R.U.F.A., la Libera Accademia di Belle Arti di Roma. La sua ricerca si esprime attraverso il disegno come progetto per la scultura. È sempre alla ricerca di nuove forme elaborando i sistemi arcaici della lavorazione della materia grezza, soprattutto il ferro. Dialoga con altre espressioni artistiche come la musica e la moda per alimentare continuamente il suo lavoro. Si confronta con la dimensione, operando ad ogni scala che sia in grado di rappresentare l’idea e inserirla nel contenitore adatto. Come è successo per “L’origine della trama” esposta fino al 7 marzo 2012 negli spazi di MuGa Multimedia Gallery di Roma in via Giulia. E dove nulla è stato lasciato al caso.

 

Davide, come definiresti te stesso e il tuo lavoro?

Non amo le etichette appiccicate addosso, preferisco definirmi un artista ibrido, non circoscrivibile a nessun ambito artistico perchè rimango sempre aperto ad ogni forma d’arte. Non ci sono aneddoti particolari da raccontare per spiegare il perchè del mio essere artista. È un’attitudine. Con la quale si nasce. Io sento di avere l’urgenza di intervenire sulla materia, sono un famelico del fare. E “fare” per me significa “pensare”, imparare durante l’atto del creare. Mi piace pensare di poter parlare con le mani.

La tua opera, “L’origine della trama”, ha inaugurato la settimana della Haute Culture capitolina. Ci racconti da dove nasce l’idea di questa scultura?

L’opera è nata per raccontare l’evoluzione di un processo creativo: da artigiano ad artista. Si parte da un disegno preciso, che viene sviluppato e infine distrutto. Dal lavoro celebrale e misurato dell’artigiano si arriva all’esplosione della follia passionale dell’artista. La messa in scena del gesto, dell’invenzione di un metodo ordinato che genera una trama e poi un trauma: la sintesi del momento in cui interviene l’estro e disordina tutto. L’artigiano ricama, l’artista scioglie l’utile. C’è in quest’opera la volontà di fermare un momento impossibile: il punto esatto dove interviene la creatività e trasforma l’artigiano in artista, dove un manufatto “utile” diventa “inutile”, da razionale ad irrazionale.

Arrivando in via Giulia si intravedeva l’opera fuoriuscire sulla strada. Qualcuno ci è anche inciampato sopra, perchè la scelta di esporre in questa splendida ma minuscola galleria?

La storia di questa strada inizia nel 1508. Il suo tracciato era uno dei punti programmatici dei piani di rinnovamento di Roma di Papa Giulio II da cui prese il nome. La strada Julia, lunga circa un chilometro, inizia da ponte Sisto e corre fino alla chiesa di San Giovanni dei Fiorentini. È stata la prima strada rinascimentale ad attraversare in linea retta il fitto intreccio dei vicoli medioevali ed è per questo considerata una delle prime strade moderne mai costruite a Roma. L’idea di poter utilizzare l’estensione di questi sampietrini storici per dare sfogo all’atto impulsivo e folle che si sprigiona dall’opera è stata parte fondamentale dell’allestimento. Come la scelta di uno spazio espositivo volutamente piccolo.

Un ambiente unico dove si entra in gruppi secondo un ritmo preciso scandito dal sottofondo musicale dell’opera. Entrando si viene investiti da un flusso di fili metallici che partono da una lastra di ferro alta quasi tre metri. Una cascata che si sprigiona fino al pavimento e corre all’esterno dello spazio stesso. I fili partono da un disegno impresso da 530 fori sulla lastra, si percepisce che rappresenta qualcosa ma la confusione dei fili impazziti lo rende poco leggibile. Girando alle spalle della lastra l’immagine diventa chiara, come nel retro di un ricamo, è la tessitura di una trama: la forma simmetrica di una gabbia toracica. Una macchina perfetta che serve per vivere, che protegge il cuore e i polmoni e da dove esce il respiro. Ma, come la follia dell’impeto creativo che spazza via ogni ragione, un colpo di tosse stravolge l’ordine iniziale del disegno dell’opera per abbandonarsi al flusso spontaneo di un’energia incontrollabile. Ed ecco che l’artigiano ha compiuto la sua metamorfosi diventando artista.

Cinquecentotrenta fori impressi sulla lastra dai quali si dipana questa matassa di fili metallici intrecciati. La grande lastra di ferro dove ha origine la forma della gabbia toracica che rimanda a chi ha sempre usato la moda come pretesto per esprimere la propria inclinazione artistica, prima Elsa Schiaparelli aiutata da Leonor Fini e Salvador Dalì, poi Rei Kawakubo e Alexander McQueen. La Moda che l’artista sintetizza nel ricamo grazie anche al lavoro fatto con Liliana Tudini che ha affiancato il progetto nell’approfondimento della conoscenza di questa tecnica. Le note composte da Diego Buongiorno che, elaborando la vera musica dell’origine dell’universo registrata dallo scienziato John G.Cramer, professore di Fisica all’Università di Washington di Seattle, completano l’opera.

L’esplosione fisica di Davide utilizzata nella realizzazione della sua trama: plasmare la materia con una fisicità che fa invidia ai colleghi della sua generazione, soliti produrre opere per le quali non è richiesto nessuno sforzo fisico.

Il suo, è il vero corpo d’artista.