di Valentina Diaconale

Demian Sideheart

Neanche a farlo apposta, mi trovavo in mezzo al mare su una barca a vela mentre seguivo con agitazione cosa succedeva nelle ultime pagine del libro. E tra l’odore di salsedine e il rumore del vento sono rimasta a ragionare sull’incredibile storia di “Demian Sideheart”, il romanzo d’esordio di Francesco Zingoni, vincitore del Premio Letterario Internazionale Città di Cattolica 2011 (Premio speciale della giuria). Le oltre 600 pagine scritte dal giovane Zingoni, hanno cominciato ad invadere gli scaffali delle librerie italiane più importanti come la Rizzoli, Mondadori e Feltrinelli, grazie all’intraprendenza dell’autore stesso, che dopo aver passato due anni a scrivere le avventure di Demian ha fondato la sua casa editrice (Outsider edizioni) ed ha cominciato la sua opera di diffusione. (www.demiansideheart.it)

La cosa che mi ha colpito di più leggendo “Demian Sideheart” è stata la capacità dell’autore di raccontare – incuriosendo – situazioni che potrebbero essere definite “universali” con ciò che di incredibile il protagonista vive nella sua Odissea. I flashback di Demian riferiti all’adolescenza rendono il quadro della sua ricerca completo, senza conoscere il Demian di quegli anni non si potrebbero capire o intuire quelli che sono i ricordi più recenti riferiti alla sua amnesia e quindi alla sua ricerca.

Dialoghi, scambio di battute, luoghi e aneddoti che qualsiasi ragazzo o ragazza ha vissuto negli anni concitati della scoperta di sé stessi, quando a quindici anni cominci prima a capire chi sei, di solito ti spaventi e poi decidi chi vuoi essere o diventare. La molla per Demian si chiama Karin, ma credo che ognuno di noi abbia avuto nel proprio percorso la sua molla che ha permesso di fare il difficile salto nell’età adulta. L’amnesia ha permesso al protagonista e a noi lettori di rivivere una sorta di adolescenza all’ennesima potenza.

Quando Demian si sveglia nell’isola di Horu in mezzo all’Oceano Pacifico è come se fosse tornato bambino. Deve imparare a parlare, deve conoscere il suo nome, deve scoprire di che pasta è fatto. Quando arriva sulla spiaggia clessidra e il ricordo di Karin torna a far parte di lui (e si riappropria del suo nome), il suo scopo diventa nitido e la ricerca di sé assume dei connotati specifici. Una giustificazione ad andare avanti. Quando ritorna a Taipei e si ritrova in mezzo ai Soul Travellers la tentazione a lasciarsi andare quasi lo trattiene a fermarsi e cedere al moto di autodistruzione che in questo caso definirei più semplicemente sconforto, abbandono, rinuncia che poi però viene spazzato via dall’ultima fatica. Quando Demian finalmente rincontra la “sua” bodhisattva capisce chi è, e la ricerca si conclude. È diventato un adulto, ha raggiunto il suo scopo ed è pronto a sacrificare se stesso per la persona che ama senza avere più rimpianti, senza paura. (“si aprono le porte del mio cielo, profumo della sconosciuta morte. Ora ho davvero paura”). Una paura legittima perchè riferita alla propria vita, alla propria morte che adesso però è pronto ad affrontare.

Esiste una sorta di magia che accompagna questo estenuante viaggio. La magia delle persone che Demian incontra nel suo cammino. La magia di tutto quello che di incredibile si ritrova ad affrontare. La magia dell’inedito legato indissolubilmente ad una perenne sensazione di deja vu. Quel sottilissimo confine tra sogno e realtà che accompagna ogni singola pagina del libro e che si conclude in un messaggio di speranza che, almeno io, ho letto nel raggiungimento della serenità, nel completamento di se stessi.

Ricordi il tuo nome?

Qui dove sono ora – un atollo disperso nel Pacifico Centrale, duemila chilometri a sud ovest di Okinawa – mi chiamano Mauke Nuha, “schiena sorridente”. È a causa della grossa cicatrice che mi solca la schiena, che sembra un sorriso. Ma questo non è il mio vero nome.

 

Chi ti ha dato questo nome?

È un regalo dei nativi dell’isola. Un popolo eccezionale, che vive ancora secondo tradizioni antichissime, in un modo che noi occidentali giudicheremmo selvaggio. Quest’isola non appartiene a nessun arcipelago, le isole più vicine distano due settimane di navigazione in wa’hay (le loro lunghe canoe, dotate di vela e bilanceri laterali). Spesso non è nemmeno segnata sulle carte nautiche tradizionali. Per arrivare qui è indispensabile interpretare un rebbellib (o, come lo chiamano qui, rewe’llib), una fittissima ragnatela di bastoncini di legno incurvati e piccole conchiglie, una complessa carta nautica dove le conchiglie rappresentano le isole e i bastoncini, in base al loro spessore, tracciano le rotte di navigazione oppure i moti ondosi dell’Oceano. Ah, una curiosità: l’isola si chiama come me, motwy Mauke’Nha, l’isola dalla schiena a sorriso, a causa della formazione rocciosa centrale che sembra tracciare la sagoma di un boomerang.

Da quanto tempo sei qui?

Ho trascorso sull’isola nove mesi. Il tempo per imparare la loro lingua (un mix tra tahitiano e rapa-nui, con però alcuni fonemi unici al mondo e di provenienza misteriosa). Il tempo per farmi addestrare all’uso della wa’hay e per tentare di carpire alcuni dei segreti indispensabili per domare l’Oceano a bordo di queste fragili canoe. Il tempo di diventare uno dei wa’kiydo, i cercatori di perle. Un mestiere davvero durissimo e logorante. All’inizio sono caduto preda del taravana (qui chiamato tara’wanay), il male dei pescatori di perle. Una febbre epilettica causata dai continui sbalzi di pressione e di ossigenazione del sangue.

Ma cosa ti ha spinto fin qui? Cosa stai cercando?

Questa è una domanda difficile… Io ho perduto la memoria. Mi sono trovato qui senza ricordi e senza identità. All’inizio ero come un demente, e la mia vita sembrava confondersi col sogno… Ed è stato proprio un sogno a rivelarmi il primo ricordo. Ho sognato il viso di una donna. E ora sono alla ricerca del mio nome. E del nome di questa donna.

Adesso dove ti trovi?

Nel Galles, a Laugharne. Per arrivare fin qui, da Okinawa, ho dovuto comprare un passaporto falso. Ora mi chiamo Sebastian Haller: questo è il secondo nome fittizio che mi ha dato la sorte. Mi sono lasciato guidare da quel sogno e da una poesia, credendo che avrei trovato qui la nostra casa. Ma non è stato esattamente così. Appena ho messo piede all’aeroporto di Cardiff e ho sentito parlare in cymraeg… ho capito che questa non era la mia lingua! Eppure questo posto ha qualcosa di familiare. Sento di essere già stato qui… (Ydych chi wedi bod yma o’r blaen? Sei già stato qui in passato?).

Laugharne? La città dove è vissuto Dylan Thomas?

Certo, il grandissimo poeta gallese, forse l’ultimo poeta maledetto. Una personalità tormentata, a tratti comica, sempre eccessiva. Alcolizzato, morì di delirium tremens nel 1959. Qui a Laugharne, dove ha vissuto a lungo, c’è la sua houseboat, una casa unica al mondo nel suo genere, sospesa sull’estuario del Taf, affacciata su un panorama mistico e pieno di suggestioni. Qui Dylan Thomas ha trovato ispirazione per molte delle sue più affascinanti composizioni, luoghi come St John’s Hill e il Colle delle Felci hanno dato il titolo ad alcune delle sue poesie più note. Robert Allen Zimmerman si ispirò a lui quando adottò il nome d’arte Bob Dylan nel 1961.

Cosa puoi dirmi di quel libro sgualcito che hai tra le mani?

Ah, questo? Era un libro… ma l’Oceano ne ha cancellato tutte le pagine. Ci sarebbe una storia lunga da raccontare su questo libro. Per ora posso dirti che con molta fatica ho staccato una ad una le pagine che l’acqua salmastra aveva incollato tra loro… e l’ho trasformato nel mio “diario”. Vuoi che ti legga qualcosa? Vediamo… pagina 27:
il polistirolo

la lana di vetro

la noia alla prova del vero

il retrogusto del biglietto del metro

spesso il male di vivere ho incontrato

ero io stesso riflesso nelle vetrine sotterranee

tra Broadway e Bowery, con gli occhi rossi ed enormi

per l’hoffmaniano, SuperSimpson sottolingua, ricordi?

sono passati appena nove mesi ma sembra un’altra vita

patton massive attack ist demagogie blasphemie politiki

 

un giorno di tanti anni fa in cui strafatti non riuscivamo più a

uscire dalla metropolitana e stavo quasi per mettermi a piangere
Questo libro ha molto a che vedere con Dylan Thomas. Attraverso il ricordo di ciò che un tempo era scritto su queste pagine, ho trovato una guida che mi condurrà nel luogo dove forse ritroverò il mio nome: una spiaggia a forma di clessidra. Una spiaggia senza fine, una proiezione della mia coscienza. Una spiaggia, o forse un deserto.

Ma il tuo viaggio non si è interrotto nel Galles, vero?

No, poi ci sono stati i Soul Travellers. Si tratta di una comune di backpacker, hobo e hippie sulla costa orientale di Taiwan, pochi chilometri a est di Taipei, dentro un ex aerea militare abbandonata. È stata la mia casa per un paio di mesi, il mio rifugio di perdizione, il fragile confine su cui ho vagato in preda alla disperazione, quando infine ho scoperto il mio vero nome. E il suo nome. E il nostro destino. Un segreto così drammatico che la mia mente aveva deciso di tenermelo nascosto, cancellandolo con l’amnesia. Qui il cerchio si è chiuso. Nascosto in quello che sembrava uno strano volantino scritto in giapponese, trovato chissà come da una ragazza della comune che collezionava “messaggi nella bottiglia”, ho trovato il suo ultimo messaggio per me.

Che tipo di messaggio?

Nel Pacifico esiste un tradizione, chiamata Kula, o Cerimonia dei Doni: tutto ciò che viene ricevuto in dono non può essere trattenuto, ma deve essere nuovamente donato, lasciato libero di viaggiare, lungo rotte che diventano spirali senza fine. Così era il suo messaggio: un biglietto che ha vagato per il mondo, che dentro di sé conteneva una molla che lo ha fatto moltiplicare e viaggiare sempre più lontano. Ma, allo stesso un tempo, un messaggio che potevo capire davvero solo io. E infine è arrivato qui, tra le mie dita.

Ieri sera ho scritto una lettera alle persone che amo. Tra poco spingerò in acqua la prua della mia wa’hay. Così avrà inizio il mio ultimo viaggio.

La storia di Mauke Nuha, di Sebastian Haller e dell’uomo che, prima di ritrovare il suo vero nome, ha attraversato tre continenti vivendo queste due vite fittizie, è la storia raccontata da Francesco Zingoni nel suo romanzo d’esordio, “Demian Sideheart” (Outsider Edizioni, 648 pag.). Un’Odissea vissuta su un sottilissimo confine tra sogno e realtà che accompagna ogni singola pagina delle avventure di Demian Sideheart.