di Paolo Valoppi

foto di Bruno D’Amicis (brunodamicis.com)

Bruno D’Amicis vive e lavora all’ombra delle montagne d’Abruzzo, anche se viaggia spesso all’estero per i suoi progetti. Laureato in Scienze Biologiche e fotografo naturalista professionista dal 2004, lo spiccato interesse per i temi della conservazione degli ambienti naturali e della biodiversità è la sua caratteristica principale.

Ha fatto parte della rosa di sessanta fotografi partecipanti al progetto paneuropeo “Wild Wonders of Europe” ed è membro della prestigiosa “International League of Conservation Photographers”.

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Quando è iniziata la tua esperienza con la fotografia naturalistica e qual è stato il percorso che ti ha portato a questo tipo di fotografia?

Il mio rapporto con la fotografia è nato nel 1995, quando ho letteralmente rubato la reflex a mio padre per i miei primi scatti. In realtà, sin da piccolissimo sono stato appassionato di natura e di animali e la fotografia è arrivata, quindi, soltanto dopo un lungo percorso fatto di escursioni, vacanze in campeggio, libri e documentari. Nel ’95 avevo sedici anni e un grande interesse per l’ornitologia: il mio intento, quindi, era semplicemente quello di documentare con le foto le osservazioni di uccelli sino ad allora fatte solo con il binocolo. Avevo già fatto dei tentativi con matite e acquerelli, ma con scarsi risultati, perciò sentivo la necessità di provare con qualcos’altro. Mi resi subito conto che non era cosa facile, ma mi appassionai immediatamente e così, due anni dopo, acquistai di seconda mano da un amico la mia prima reflex con teleobbiettivo (per la gloriosa somma di 500 mila lire). A quei tempi ero ancora al liceo e quindi potevo dedicarmi alla fotografia soltanto di domenica o durante le vacanze. Vivendo in una grande città come Roma e non avendo né auto né patente, inoltre, per poter uscire sul campo dovevo abusare della pazienza di mio padre, della cortesia di qualche cugino o amico più grande, oppure, più spesso, muovermi solo in ambienti suburbani spostandomi con i mezzi pubblici che prendevo all’alba. Ricordo benissimo le lunghe traversate solitarie di Roma, che facevo spesso dopo un sabato sera con gli amici e poche ore di sonno e soltanto per stare un paio d’ore alle paludi di Maccarese o a Ostia dove c’era qualche uccello, seguite da una corsa per tornare in tempo (cosa che non succedeva mai) a casa per il pranzo e lo studio! E’ stata davvero una lunga strada e i risultati erano ampiamente inferiori agli sforzi, ma vorrei tagliare corto. Piano piano, attraverso uno studio che definirei ossessivo delle immagini dei grandi fotografi che trovavo su libri e riviste, mi resi conto dell’immenso potere che potevano avere le immagini e iniziai a cercare un modo meno documentativo ma più intimo di rappresentare la natura. Contemporaneamente iniziai a esplorare con assiduità le montagne d’Abruzzo, dove si trovano le radici della mia famiglia, sviluppando un grande interesse per la natura di questa regione e facendo i miei primi emozionanti incontri con orsi, lupi e camosci. Questo insolito hobby è così divenuto una passione divorante e, dopo una laurea in Scienze Biologiche, decisi che volevo farne la mia professione. Era il 2004 e mi ero appena trasferito a Berlino, dove sono stati cruciali l’atmosfera effervescente e internazionale della città e l’incontro con diversi professionisti tedeschi per imparare i veri e propri “trucchi del mestiere” (quelli che non si trovano sui libri, per intenderci) e rendere così possibile la realizzazione del mio sogno. Imparai a lavorare per storie e progetti, piuttosto che per singole immagini, e iniziai timidamente a seguire le mie idee per i primi lavori a lungo termine. Qualcuna di queste ebbe successo e iniziai a vendere le prime foto a giornali e riviste, ma non era assolutamente possibile chiamarlo ancora lavoro. Infatti, solo dopo un progetto durato tre anni sui Monti Tatra in Slovacchia, dove ho passato oltre duecento giorni sul campo per fotografare orsi e altri animali dal vero e l’interesse che questo e le relative immagini hanno riscosso, ho iniziato a vedere il mio nome girare e a entrare in collaborazione con alcune delle più importanti riviste internazionali del settore. Questi primi contatti all’Estero mi hanno poi permesso di rientrare a vivere in Italia, in quell’Abruzzo che ha nutrito la mia passione, e lavorare bene anche da qui, grazie ad internet.

Detto questo, anni, pubblicazioni, presentazioni e progetti dopo, sono ancora qui come il primo giorno a imparare e a cercare di migliorare la mia fotografia.

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In un’altra intervista definisci l’essere fotografo ambientalista più uno stile di vita che una professione. Ci sono delle caratteristiche particolari o fondamentali nello stile di vita di un fotografo naturalista?

A mio modesto parere, è impossibile riuscire a vivere solo di fotografia naturalistica pensandola come un lavoro in cui si timbra il cartellino, si va a casa dopo otto ore e si aspettano le ferie. Per riuscire a superare tutte le difficoltà che comporta questo mestiere, io credo si debba avere innanzitutto una passione incontrollabile, che non ci lascia dormire, per capirci. Bisogna essere disposti a grandi sacrifici, rinunciando spesso alle comodità, alla certezza di uno stipendio, a dei rapporti sociali normali. Ci si sveglia prestissimo e a volte non si ritorna a casa che a notte fonda, dopo sedici-diciotto ore passate sul campo. Pazienza e perseveranza sono messe a dura prova. Si dorme più spesso in sacco a pelo, dopo aver mangiato solo un panino per cena, che a casa, nel proprio letto. E questo, talvolta, può andare avanti per settimane. E poi ci sono anche le lunghe ore passate a tavolino, a selezionare e archiviare le foto, ma anche a scrivere decine di email o al telefono, intessendo i rapporti fondamentali per poter lavorare o cercando di riscuotere compensi previsti che vengono pagati sempre troppo tardi. E’ chiaro che sono poche le persone in grado di restarci vicino, come partner o amici, e sono davvero grato che la mia compagna non mi abbia ancora abbandonato. Ma non conosco altro modo, per ritrarre la natura nella sua essenza più vera, che condividendo con i miei soggetti le stesse condizioni e adeguandomi alle loro abitudini. Non si guadagna molto, ma i colori di un’alba in montagna o lo sguardo dolcissimo di un cucciolo di volpe sono cose talmente belle e preziose che ricompensano ampiamente dei sacrifici fatti. Io non cambierei questo lavoro con nessun’altro.

Quanto lavoro e studio c’è dietro ai viaggi e ai progetti che intraprendi?

Come fotografo naturalista a tempo pieno, negli anni ho fatto la scelta ben precisa di voler fotografare esclusivamente dal vero, senza lavorare con animali tenuti in condizioni di cattività o in condizioni controllate di qualsiasi tipo, e principalmente le specie animali più rare e elusive o meno note al pubblico, all’Estero come in Italia, e dedicarmi solo in minore misura alla fotografia di fiori, dettagli o paesaggi. Questa mia nicchia professionale da una parte comporta uno sforzo di lavoro immane per risultati altamente incerti e spesso economicamente poco o nulla remunerativi, dall’altra mi garantisce quel tipo di esperienze dirette con il mondo naturale di cui sento costantemente il bisogno e, anche, una certa reputazione e un interesse da parte del pubblico che mi aiutano non poco nel mio lavoro di comunicatore dei temi di conservazione dell’ambiente.

Oggi, riuscire a fotografare in paesi come l’Italia, in cui la natura è stata tartassata per secoli, specie rare come l’orso, il lupo o l’aquila reale, ad esempio, è chiaramente molto più difficile che farlo in Canada o in Alaska e comporta un lavoro delicato e delle strategie particolari. Partire per una meta lontana e magari ignota, eppure garantendosi un numero sufficiente di buone occasioni fotografiche necessarie per un servizio di qualità, richiede preparazione, contatti, attrezzature e soldi. Esistono ovviamente i colpi di fortuna, ma la mia professione impone una certa continuità di risultati e non mi permette di lasciare nulla al caso. “La fortuna aiuta la mente preparata” diceva Pasteur e io sono assolutamente d’accordo. Per ogni progetto, viaggio o escursione c’è quindi da considerare un lavoro di ricerca e preparazione a tavolino diciamo all’incirca pari a cinque o sei volte il tempo che si passerà sul campo. Un viaggio di un mese, quindi, richiederà una preparazione di sei; un’escursione di due giorni, una settimana di preparativi. In questo tempo leggo libri e pubblicazioni sul tema, studio mappe e immagini scattate da altri, contatto specialisti e gente del posto. In questo modo si tenta di ridurre al minimo le difficoltà, aumentando contemporaneamente le opportunità.

Ho letto che spesso per fotografare un animale rimani appostato per ore o addirittura per giorni prima di riuscire a immortalarlo. Ci sono degli episodi particolari legati alla tua esperienza di cui ti ricordi?

Proprio per le scelte “di manifesto” di cui ti ho appena parlato, il tipo di fotografia naturalistica che svolgo richiede un paziente lavoro sia a tavolino, che sul campo. Ho perso oramai il conto delle ore passate al freddo o al caldo, nascosto in un capannino di tela o appollaiato su un albero, nell’attesa (molto spesso vana) che un animale si materializzi di fronte al mio obbiettivo. E anche nel caso fortunato che ciò avvenga, spesso l’incontro è talmente breve, la luce troppo scarsa o la mia posizione non ottimale che non riesco ad ottenere alcuna immagine utilizzabile. Per fortuna , in questi casi, i miei occhi e il mio cervello riescono a registrare questi emozionanti incontri, che non sarò magari in grado di condividere con altri, ma che restano impressi indelebilmente nella mia memoria.

Di tutte le esperienze avute in natura in questi anni di campo, una delle più intense e che mi piace qui ricordare è stata quando sono riuscito a fotografare il gatto selvatico (o forse, meglio, quando questi si è lasciato fotografare da me…) in natura, nei dintorni del mio paesino in Abruzzo. Da anni serbavo il sogno di fotografarlo, ma non sapevo assolutamente da dove iniziare, né quale strategia adottare. Si sa, infatti, pochissimo su questo animale così diffidente e sconosciuto e il solo averlo visto è vanto di pochi. Dopo essere venuto a conoscenza di una certa radura dove alcuni amici guardaparco ne avevano avvistato con certezza un esemplare, ho deciso di tentare. Mi sono appostato ai bordi del bosco, alba e tramonto, seduto immobile sotto una coperta mimetica per ore, nei giorni lasciati liberi da altri lavori. Da amante e possessore di gatti, infatti, so bene che si tratta di animali abitudinari e speravo che anche il loro cugino selvatico rispettasse questa regola e che ripassasse, prima o poi, da quelle parti. Bene, c’è voluto un totale di oltre venti giorni di appostamento, suddivisi in due anni, prima che un gelido mattino di febbraio arrivasse il fatidico momento e il mitico gatto si materializzasse di fronte ai miei occhi increduli. Non so davvero che cosa mi abbia fatto resistere così tanto tempo e senza alcuna certezza di risultato, se passione o testardaggine, ma quando i due penetranti occhi di giada del gatto selvatico mi hanno guardato attraverso il mirino della macchina fotografica, ho davvero dimenticato tutti gli sforzi e percepito soltanto una calda e genuina sensazione di pura felicità.

In un mercato in crisi come quello dell’editoria di oggi, come riesce a guadagnarsi da vivere un fotografo ambientalista come te?

Beh, questa è una domanda difficile, perché temo che la risposta sarebbe troppo lunga!

Io sono dell’opinione che per vivere decentemente come fotografo naturalista non ci siano segreti ma, allo stesso tempo, ce ne siano un paio davvero importanti. Quello che ho imparato sulla mia pelle è che per fare della fotografia la professione principale è necessario lavorare molto duro, sul campo come in ufficio. Non ci sono vacanze e solo pochi giorni d’ozio. Anche restando in ufficio, si dovrebbero prendere in considerazione 8-10 ore di lavoro al giorno, e questo per quattro, cinque giorni alla settimana. È la costanza che fa la differenza. Se poi si è fortunati, rimangono allora 2-3 giorni di tempo da passare sul campo a fotografare. A volte, il tempo per la fotografia diventa addirittura un lusso. In sostanza, in questo lavoro vale la regola che più uno fa, più uno ottiene, ed è importante afferrare ogni opportunità. Ciò significa anche cercare di variare la gamma dei prodotti o dei clienti, per esempio passando da servizi per riviste a corsi di fotografia, mostre, consulenze, lavori su commissione, etc. Sicuramente anche il fatto che io parli diverse lingue e lavori così molto con l’Estero conta non poco nel mio lavoro. Detto questo, ciò che mi ha veramente aiutato è stato lavorare con progetti a lungo termine o storie ben definite, piuttosto che scattare singole immagini per le agenzie (che, tra l’altro, non hanno un ruolo importante nelle mie entrate), e aver trovato una mia nicchia dal fotografo specializzato in montagne e deserti. Partecipando a qualche concorso e tenendo proiezioni in giro per l’Europa, poi, ho anche fatto sì che il mio nome fosse maggiormente conosciuto. Come detto prima, il fotografo è più uno stile di vita che una semplice professione. Ad ogni modo, questa è solo la mia esperienza e altri potrebbero pensarla in modo diverso.

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Rispetto al passato è cambiato il panorama dell’editoria ambientale?

Un’altra domanda che meriterebbe pagine di risposta… A essere sinceri penso di non avere un’esperienza lavorativa sufficientemente lunga per poter valutare questi cambiamenti dall’interno. Tuttavia, essendo cresciuto sin da bambino sfogliando le meravigliose riviste di natura che erano allora Airone e Oasis e sognando, un giorno, di potervi pubblicare le mie immagini, posso sicuramente affermare che il cambiamento c’è stato e anche piuttosto radicale. Ciò diventa più chiaro soprattutto se si pensa che venti anni fa si trovavano in edicola ancora diverse riviste che trattavano esclusivamente temi ambientali, mentre ora siamo a soltanto due specializzate e delle due che ho citato prima, è rimasto solo il nome ma assolutamente non i contenuti di un tempo. Questo per quanto riguarda le riviste, per i libri la situazione è ancora più drammatica, e ogni volume di fotografie di natura che esce oggi sul mercato italiano va preso come un vero e proprio miracolo! Si assiste indubbiamente a una generale diminuzione dell’interesse per le tematiche ambientali, c’è sempre meno spazio per i libri monografici, i servizi lunghi e completi, mentre stanno prendendo sempre più piede i lavori multimediali e i servizi di poche pagine e fatti rapidamente. Seppur io sia ancora molto giovane, mi sento della vecchia scuola e rimpiango non poco la profondità dei servizi di un tempo, la cura nella stampa, la selezione capillare delle foto. Tutto quello, insomma, che rendeva importante il lavoro del fotogiornalista. Non credo che la tendenza si possa arrestare, ma mi auguro che ci sia sempre una parte di pubblico interessata al lavoro lento di un fotografo di natura autentico. Altrimenti, mi toccherà aprire una pizzeria da qualche parte…

Puoi dirci qualcosa riguardo a progetti e lavori futuri?

Un po’ per scaramanzia, un po’ per timore della competizione, i fotografi parlano di rado dei loro progetti… Posso sicuramente dire che ne ho davvero tanti, forse troppi. Come al solito, cercherò di dividermi tra il mio amato Abruzzo ed il resto del mondo. Ho in cantiere due nuovi libri e idee per alcuni servizi importanti. Mi muoverò forse anche nell’ambito del Mediterraneo. Ad ogni modo, la mia grande ambizione per i prossimi anni è quella di passare sempre più tempo sul campo e sempre meno al computer. Dividendomi tra la fotografia, la scrittura (che mi appassiona sempre di più) e le attività di conservazione, ma lasciando piano piano dietro di me i corsi di fotografia, le consulenze e tutte quelle attività che, seppure importanti dal punto di vista economico, mi danno pochissime soddisfazioni rispetto alla vita sul campo, che per me è davvero tutto. Sento che il futuro mi allontanerà un po’ dal mondo della fotografia per vedermi sempre più coinvolto nella protezione dell’ambiente.