Un nuovo spazio, nuove aperture artistiche, un nuovo programma. Dal 10 giugno al 2 luglio torna FotoLeggendo, il festival nato per promuovere la fotografia a Roma in maniera trasversale, inclusiva e autoprodotta. Ed è proprio per dialogare meglio con la città che la manifestazione si sposta dagli spazi dell’ISA, alla sede di Officine Fotografiche in via Libetta e si contamina con la street art, i collages, la glitch art. La protagonista rimane sempre però la fotografia con oltre 30 mostre. Il 10, l’11 e il 12 giugno saranno le giornate più intense, con incontri, vernissage, presentazioni di libri, proiezioni. Tutto rigorosamente gratuito.

The Trip ha intervistato Emilio D’Itri, direttore artistico e creatore di FotoLeggendo.

 

Siamo giunti alla 12° edizione, un grandissimo traguardo per un festival indipendente come FotoLeggendo, quali sono le novità di quest’anno ? Cosa ci aspetta?

Dopo aver assistito a diversi Festival ho avuto la sensazione forte di voler cambiare qualcosa nel format che da tanti anni ci aveva accompagnato. In questa edizione gli spazi danno l’idea di quello che si vuole raccontare e nel nostro caso sono le mura di una nuova casa che abbiamo voluto costruire. Ci aspetta un festival dove sono le mostre ad adattarsi ai luoghi, alle strade e agli spazi della vita, in particolare del quartiere ostiense, dove si trova la storica sede di Officine Fotografiche, dove allestiremo ben 5 mostre, e poi Circolo degli Illuminati, Loft, Rashomon Club.

Abbiamo in qualche modo spogliato la fotografia dalle sue regole e l’abbiamo fatta dialogare con street art, collages e glitch art, per ricomporsi nei racconti e nelle suggestioni. La democrazia della strada abbraccia le gigantografie sui muri in modo da attirare l’attenzione anche del passante distratto. Un rinnovamento voluto per abbattere i cliché che definiscono l’arte, per aprire la fotografia ad un pubblico sempre più vasto, ma anche più attento e consapevole delle inevitabili contaminazioni con altre forme espressive. Voglio pero ricordare anche la rassegna L’ESODO che ho organizzato in collaborazione con ATAC al Polo Museale. Con quattro lavori totalmente diversi tra loro ci confrontiamo sul tema dei migranti che riteniamo di fortissima attualità

Ecco perché il titolo di quest’anno è “Contaminazioni”…

Io stesso sono un frequentatore di mostre di diverse forme d’arte. La pittura, la fotografia, la musica, i video a FotoLeggendo si legano, ritrovando nell’immagine il proprio denominatore comune. Per questo per me questa edizione è importante: è un segno di rottura con la tradizione delle classiche manifestazioni di Fotografia.

Quali sono le caratteristiche di FotoLeggendo rispetto agli altri festival di fotografia?

Differenze forse ce ne sono solo su questa capacita di creare un’ambiente molto familiare a differenza dei grandi Festival spesso molto dispersivi. Abbiamo sempre dato grande importanza ai rapporti personali e abbiamo sempre fatto in modo che FotoLeggendo sia considerato un po’ un appuntamento a Roma per il mondo Fotografico, un momento di incontro e di scambio e non solo una semplice vetrina.

In un periodo di crisi generale, ma soprattutto culturale, cosa significa organizzare un evento come il vostro a Roma ? Quali difficoltà si incontrano e come le superate?

Questo è il tema più scottante. FotoLeggendo nonostante sia arrivato alla sua 12°edizione non gode di finanziamenti pubblici, se non sporadici e ottenuti attraverso qualche piccolo bando. La cultura in genere oggi vive una stagione di crisi: mancano i soldi e manca una politica vera sul tema. L’attenzione è tutta concentrata sui grandi eventi, nessuno vuole disconoscerne l’importanza ma forse l’amministrazione di una grande città dovrebbe iniziare a guardare anche a quella cultura che, come solitamente si dice, viene “dal basso”, ma fa numeri importanti. Mi sono sempre battuto per fare capire che Officine non chiede mutualità per FotoLeggendo ma una collaborazione da parte delle istituzioni. Attenzione non sto parlando di soldi, ma di un appoggio magari in termini di spazi e comunicazione, le strade che si potrebbero percorrere insieme all’amministrazione sono tante. Noi abbiamo dimostrato che la cultura se fatta come interesse della comunità paga e dà possibilità importanti. FotoLeggendo viene realizzato con i proventi delle iscrizioni all’associazione, soldi che entrano ma che vengono reinvestiti per il bene della collettività. Questo è quello che una vera associazione culturale dovrebbe fare. È chiaro che la sostenibilità di una manifestazione così importante è legata alle possibilità date dall’associazione e fino a che riusciremo a coprirne i costi, anche grazie all’aiuto di tutto il volontariato interno, FotoLeggendo si farà. Ma e triste pensare che tutto sia sulle nostre sole forze.

Qual è il rapporto che cercate di instaurare con i fotografi? Come si comportano loro?

Ci siamo sempre contraddistinti per essere un vero happening di fotografia. In questi anni abbiamo cercato di mantenere con i vari fotografi intervenuti un rapporto non solo professionale ma di renderli partecipi della nostra storia e della nostra mission. Questo approccio si è spesso trasformato in relazioni amichevoli che di fatto ci hanno aperto tante strade all’interno del mondo della fotografia nazionale e internazionale. Di contro abbiamo avuto da parte degli artisti sempre un grande coinvolgimento e grandi apprezzamenti per il nostro operato.

Come stabilite la selezione dei fotografi e dei progetti?

Da anni c’è una commissione selezionatrice formata da Annalisa D’Angelo, Tiziana Faraoni, Lina Pallotta, Marco Pinna e Alberto Placidoli. Iniziamo a lavorare circa 6 mesi prima dell’evento. Una volta date un po’ le linee guida del Festival si iniziano a cercare i lavori e poi valutiamo anche le proposte che ogni anno arrivano e sono sempre tantissime

C’è un progetto di questa edizione che ti ha particolarmente colpito? Qualcosa che è mancato e che vorresti vedere il prossimo anno?

Be sono diversi progetti che sono orgoglioso di presentare Partirei naturalmente dalla mostra principe di questa edizione quella che presentiamo a Officine Fotografiche, Tell it like it is mostra di David Alan Harvey , una pietra miliare della fotografia, la meravigliosa storia di una black family americana degli anni ’60, raccontata dall’allora ventenne e sconosciuto Harvey, che diventerà presto una superstar della fotografia, membro della celebre Agenzia Magnum e fotografo del National Geographic. E poi Odyssey installazione multimediale dell’artista giapponese Miki Nitadori, patrocinata dall’Istituto Giapponese di Cultura, che racconta la storia e le contaminazioni culturali dei migranti giapponesi. Il progetto che avrei voluto portare è sicuramente l’ultima mostra di Robert Frank che per una sua retrospettiva ha usato una mostra stampata su carta semplice trasformandola in un’istallazione, idea che si avvicinava molto al concept del nostro Festival.

David Alan Harvey - Tell it like it is

David Alan Harvey – Tell it like it is