di Maria Teresa Squillaci

 

Nel mare del Giappone si inabissava la flotta del Kubilai Khan scomparsa nel 1281, a Bamiyan si sbriciolavano i colossali Buddha, “condannati” dalla prima assurda sentenza iconoclasta dell’era moderna, a Positano sotto i piedi di migliaia di turisti una villa marittima sopravviveva all’eruzione del Vesuvio.

La nostra storia e quella delle antiche civiltà si intrecciano ogni giorno con conseguenze sulla nostra vita molto più concrete di quello che in molti sono portati a pensare. Marco Merola ne ha fatto invece la sua professione.

Specializzato in giornalismo scientifico ed archeologico, ha realizzato negli ultimi anni svariati reportage in Italia ed in varie parti del mondo collaborando con riviste come National Geographic , Geo, Archaeology, Panorama, Focus.

Marco Merola

Qual è il tuo approccio al viaggio?

Prima ancora di intraprendere il viaggio, c’è una fase fondamentale che è quello dello studio. Fino al giorno prima di partire mi informo su storia, cultura e attualità del luogo in cui andrò. Voglio essere il più possibile aggiornato su quello che mi aspetta, voglio sapere soprattutto se ci sono progetti in corso. Dalle Americhe all’Oriente, i progetti di scavo o restauro sono tantissimi, si tratta di operazioni non solo delicate ma spettacolari. C’è un grande lavoro alle spalle e i professionisti che ci lavorano spesso sono italiani.

 

Tra i progetti in cui si nota la primazia italiana c’è lo scavo e il restauro di una villa marittima a Positano che hai documentato in collaborazione anche con National Geographic

 Uno dei posti più belli e turistici di Italia, la costiera amalfitana, conservava al suo interno una meraviglia archeologica di cui nessuno sapeva l’esistenza. Una villa dell’ozio in cui i grandi commercianti borghesi dell’antica Roma andavano a trascorrere le vacanze. Dal punto di vista antropologico è curioso pensare che 2000 anni fa come oggi si sceglievano per la villeggiatura gli stessi posti. Non sappiamo di preciso a chi appartenesse ma secondo le stime la villa avrebbe avuto l’estensione dell’odierno paese di Positano.

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Il tuo lavoro come si svolge in questi casi?

Dal punto di vista giornalistico non c’è nulla di più incerto di uno scavo archeologico. Troveranno qualcosa? Lo troveranno proprio nel momento in cui tu ti trovi lì? Chi come me documenta queste scoperte archeologiche deve avere l’abilità di essere allo stesso tempo sempre presente e di scomparire per non intralciare i lavori nel cantiere di scavo. Bisogna considerare poi che i tempi sono strettissimi, la maggior parte delle scoperte archeologiche in Italia si fanno casualmente, scavando per altri scopi, pensiamo solo alla metropolitana a Roma… Anche nel caso di Positano è stato un caso fortuito. La villa del I sec. d.C. era nascosta nelle viscere del paese, ben 11 metri sotto la chiesa di Santa Maria Assunta e proprio durante i lavori di restauro della cripta ci si è accorti che lì sotto c’era dell’altro…

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La scoperta che ti ha destato più meraviglia e quella che più ti ha deluso.

Nel 2000 durante i lavori per allargare l’autostrada Napoli-Salerno, poco fuori dalle mura di Pompei emerse il cosiddetto Edificio dei Tricilini in cui erano conservati affreschi stupefacenti. Un po’ di delusione c’è stata quando sono stato in Siria, delle antiche civiltà della mezzaluna fertile dove sono fiorite civiltà ricchissime, è rimasto poco o nulla a causa anche delle recenti distruzioni dell’Isis.

 

In un paese come l’Italia dove respiriamo storia e camminiamo sui resti di antiche civiltà, c’è interesse per l’archeologia? Qual è lo spazio in cui si muove il giornalista che ne scrive?

Lo studioso cerca la scoperta che confermi la sua teoria, io cerco la scoperta che possa destare interesse nel grande pubblico. È questa la sfida più grande. Se si racconta l’archeologia andando a solleticare la curiosità delle persone il riscontro c’è. Capire come vivevano le antiche civiltà, raccontare le prassi del commercio, della religiosità, della vita familiare del passato desta sempre l’attenzione del lettore. Ad esempio una volta ho scritto di un contratto nuziale che era stato trovato in Siria e descriveva il rito del matrimonio. Non bisogna fare l’errore di mettersi sul podio, marcando la differenza tra chi scrive e il lettore, e dando per scontate tante cose. Siamo giornalisti non archeologi che parlano ad esperti. Bisogna cercare di essere interessanti senza dare per scontato nulla. Fondamentali sono soprattutto le date e i luoghi.

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La tua vita ruota attorno al viaggio, hai scritto reportage archeologici dallo Sri Lanka e dal Perù, qual è l’esperienza che più ti ha colpito?

Nel 2007 ho attraversato a piedi la giungla che si trova al confine tra il Messico e il Guatemala. In 15 giorni non sono mai salito a cavallo, nemmeno una volta. Ho cercato di tracciare rotte inesplorate e ho trovato tutto quello che cercavo lungo il mio cammino: reperti, tombe ancora inesplorate, tracce di antiche civiltà. È stata una delle esperienze più incredibili della mia vita.

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