di Valentina Diaconale

“Benché privi ormai del prezioso liquido che per qualche secolo avevano portato a Roma, i millepiedi murari, altrettanti ponti di infinita lunghezza, erano comunque in grado di ricordare il ciclo dell’acqua. Le nuvole che solcavano il cielo promettevano un’acqua che essi non avrebbero più raccolto come vene efficienti, ma l’essere stati il supporto di veloci torrenti era per loro ancora emozionante”.

Siamo nella Campagna Romana, a sud della Capitale, tra il quartiere Tuscolano e Cinecittà, e l’emozione descritta nelle parole del professor Franco Purini appartiene a quel particolare manufatto architettonico che segna inconfondibilmente il profilo della periferia. Stiamo parlando degli Acquedotti romani.

Professore ordinario di Composizione Architettonica e Urbana presso la Facoltà di Architettura Valle Giulia a Roma e Direttore del Dipartimento di Architettura e Costruzione, Franco Purini utilizza il disegno come strumento di ricerca, che sfocia in una grande complessità grafica del progetto, oltre che in una carica fortemente simbolica delle sue opere, dense di sfalsamenti ed effetti chiaroscurali.

Nel 2006 è stato curatore del Padiglione italiano alla decima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale a Venezia.
Nel 1966 ha fondato uno studio con la moglie Laura Thermes, affrontando sia questioni di linguaggio architettonico che complessi interventi urbani. Molti dei progetti relativi a città hanno come oggetto il rapporto tra segni permanenti ed elementi mutevoli. La particolare predilezione per la cosiddetta architettura disegnata, ha fatto sì che alcune sue tavole siano conservate presso numerosi musei del mondo.

Allestita nell’unico centro commerciale in Europa con uno spazio espositivo permanente, Cinecittàdue Arte Contemporanea, all’ultimo piano nell’omonimo shopping mall (viale Palmiro Togliatti 2), la mostra “Acquedotti Romani “, da lui ideata e curata, unisce architettura, arte, fotografia e poesia.

Da Santiago Calatrava a Mimmo Paladino, da Gabriele Basilico a Marco Lodoli, trenta architetti insieme ad artisti, fotografi, scrittori, poeti e il musicista Giorgio Battistelli hanno partecipato alla creazione di opere che, come spiega Purini: “dovrebbero consentire di vedere nel passato, nel presente ma soprattutto nel futuro di questi straordinari manufatti che sono gli Acquedotti romani, nelle diverse ottiche dell’architettura, della pittura e della scultura, della video arte, della musica, della letteratura e della fotografia”.

“Pensare una mostra sugli acquedotti romani – continua Purini –  significa leggere, attraverso la loro capacità di costruire il paesaggio oltre la loro essenza tettonica e architettonica, la città di oggi nelle sue contraddizioni, nei suoi aspetti stabili e mutevoli, nella sua singolarità. Assieme a una pluralità di ambiti relativi alla città, gli acquedotti romani suggeriscono una ulteriore sfera di contenuti che comprende i temi del frammento, della vastità, del tempo, dell’acqua, una risorsa che sta divenendo sempre più rara e preziosa, oggetto in questi ultimi anni di complesse strategie globali”.

 

“Il Tempo dell’Acqua”, “Un fiume sopra di me, una casa dentro di me”, “Ricordando il Quadraro”. Sono le tue opere esposte in mostra. Che cosa raccontano?

Tra il 1948 e il 1953, prima che mi trasferissi con la mia famiglia a San Lorenzo, gli ampi spazi attorno al Quadraro sono stati per me, per mio fratello e per i miei amici di allora straordinari luoghi dell’avventura. Prati, marane, canneti, campi coltivati, pareti di tufo sulle quali si aprivano grotte che ospitavano qualche pastore con le sue greggi, case sparse o unite a formare microvillaggi, orti, torri medioevali isolate costruite su fondazioni romane, terrain vague formavano un universo fantastico che non si finiva mai di esplorare.

Era la Campagna Romana come l’avevano vista e raccontata scrittori come Goethe, Chateaubriand, Stendhal. Generazioni di pittori avevano trovato in quel mondo vuoto e desolato – che più tardi, dopo molte letture, avrei scoperto nella sua dimensione sublime – numerosi scorci da fissare sulla tela.

Tra i molti ruderi che punteggiavano quello spazio sconfinato emergevano gli acquedotti, architetture in marcia verso il centro della città che segnavano ancora, nonostante le molte arcate crollate che ne interrompevano la continuità, una prospettiva spaziale che governava il paesaggio. Con il loro ritmo pieno-vuoto o, se si preferisce, con un’alternanza positivo-negativo gli acquedotti, soggetti in due modi diversi alla legge di gravità, si presentavano come una sequenza primaria dal carattere musicale.

Leggeri a distanza come aerei trafori si rivelano da vicino potenti nei loro solidi e pesanti pilastri di tufo i quali, più che inquadrare l’orizzonte lo comprimevano. Sposando l’archeologia con la metafisica quei nastri forati che si perdevano nell’atmosfera misuravano il territorio rendendolo ancora più vasto.

Plinio il Vecchio li ha definiti “La più grande meraviglia che il mondo abbia mai visto”. Cosa rimane oggi della bellezza degli acquedotti di Roma inseriti nel paesaggio urbano della periferia?

Negli ultimi decenni gli acquedotti sono stati per così dire assorbiti dalla città, che li vede ormai come semplici ornamenti di una periferia informe e intrinsecamente provvisoria anche se essa è, in realtà, una città oltre la città consolidata da tempo.

Alessandro Viscogliosi nel testo “L’architettura degli Acquedotti”, contenuto nel catalogo della mostra, scrive: “quando Roma era ancora terra di sperimentazione, se non di conquista, di tutti i linguaggi architettonici mediterranei, gli architetti romani erano già famosi nel mondo come costruttori di acquedotti”.

Oggi qual è il valore simbolico degli acquedotti?

In qualche modo gli acquedotti si sono confusi con lo sfondo casuale di strade e di edifici perdendo la loro vera visibilità, vale a dire quell’emergenza iconica che li aveva trasformati in autentici simboli. Per questo motivo ho proposto a Stefano Todi di chiedere a questi solenni ruderi, attraverso una mostra ad essi dedicata, di riprendere il loro ruolo di protagonisti di un rinnovato immaginario urbano.

Un immaginario che sembra ermetico e lontano, ma che in realtà è in attesa di ridiventare operante.

La storia degli undici principali acquedotti dell’antica Roma è legata indissolubilmente a quella del territorio che circonda la città.

La storia del Tuscolano come si lega a Franco Purini?

All’inizio degli anni ’50 si stava realizzando il Tuscolano di De Renzi e Muratori.

Non persi neanche un giorno di quello spettacolo suggestivo di gru, di impalcature, di travi e di pilastri che crescevano di giorno in giorno.

Mi ricordo che nel 1951 in una assolata domenica di maggio partecipai all’inaugurazione del quartiere. Salivo e scendevo per le scale delle torri ascoltando i commenti degli abitati sulle cose di cui avevo appena preso possesso. Mi colpì talmente tanto la gioia che illuminava i volti dei nuovi abitanti, finalmente accecati dalla città, che decisi allora di dedicarmi all’architettura.

Mi venne in mente allora che tra le case in costruzione e gli acquedotti che le fronteggiavano dovesse esserci un legame. Si trattava di un rapporto misterioso, ma al contempo evidente, che si stabiliva attraverso una sorta di trasferimento semantico dalla serialità delle arcate alle torri che delimitavano il quartiere come pilastri ingigantiti.

Mi sembrava che la ragione per la quale il Tuscolano fosse lì consistesse nella presenza di quei resti maestosi, ai cui piedi si allineavano peraltro piccole case di fortuna, minacciate dai conci sconnessi delle arcate.

Una galleria d’arte all’interno di un centro commerciale. L’unica in tutta Europa. Perché questa scelta?

Mettere in tensione il mondo affollato e ipercomunicativo di Cincittàdue, il primo shopping mall romano, con gli acquedotti che lo osservano in silenzio, e che per più di un verso gli conferiscono l’identità che esso possiede, mi è sembrato un obbiettivo da perseguire. Un obbiettivo che a me appare importante e necessario. Spero che la mostra, nella compresenza di diversi linguaggi artistici che essa propone, permetta di raggiungerlo. Sarebbe come ricongiungere Roma moderna alla sua memoria.

“Moncher(ino) e gas di scarico”

di Aurelio Picca

 

Vidi offuscato e catramoso un Rudere.

Ieri sera vidi travi e denti cadenti

eppure di bestia antica e sonora di luciastre

come dal fondo di laguna.

Era la stessa calce che contemplai

con l’Annunziata sulla via del Quadraro

in una Roma luminosa di cieli,

con la via Appia deserta e l’invito

affinché nessuno più morto,

e tutti ci fermassimo disegnati

sulle lenzuola di don Bosco.

E proprio a vent’anni, ubriaco d’amore

e ribellione, lo rividi quando si sfondarono

la macchina a gas e una nuova nuova

che poi perdemmo al parcheggio, senza trovarla più.

quella fu la festa dell’Acquedotto.

Chiamarono i carabinieri mentre facevo il bagno

in una casa sconosciuta, tra giovani piangenti

e una estate mai goduta per troppa passione.

Da grande mi sposai al Vanvitelli,

ma allora c’era una follia che ho.

E prospera fino a quando anch’io afferro

il moncherino di sassi

e me lo infilo in bocca come la dentiera.

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