di Claudia Bena

Raccontare Franco Fontana vuol dire, dopo aver studiato la storia della fotografia, metterla da parte e sentire l’immagine. All’inizio degli anni Sessanta, in un’epoca artistica in cui si abbandonava il colore, mentre in fotografia non aveva ancora canoni estetici e tecnici consolidati, Fontana lo enfatizza, eleggendolo a filtro della propria esperienza personale, a celebrazione dell’io. È il suo codice di lettura della realtà, che esisterebbe ugualmente, ma dopo la sua interpretazione diventa altro. Attraverso la macchina fotografica, appiattendo la prospettiva con il teleobiettivo, ci restituisce la sua visione. Ed in fotografia l’astrazione è la forma più alta della composizione. Significa vedere il reale e riuscire a sorpassarlo. Come Weston con il celebre scatto al peperone, dare un’identità agli oggetti, eleggendoli a veri e propri soggetti.

Dai suoi primi scatti fino all’ultimo lavoro, dove il suo sguardo si è posato sui monumenti funebri del cimitero monumentale di Genova, la gioia della vita prevale su ogni cosa, compresa l’imponente tradizione cattolica che vede nella morte l’ultimo contatto con chi ci lascia, ed introduce i cimiteri come un potente memento mori. Fontana invece gioca con la morte, in un equilibrio tra Eros e Thanatos che ricorda più la meravigliosa tradizione greca antica. Nelle sue foto c’è tutto, dal cielo, all’orizzonte all’asfalto; dalle ombre alle persone in carne ed ossa fino ai nudi.

 

Quando ha iniziato a vedere il paesaggio così come lo racconta?

Non serve una chiave per fare fotografia, la realtà esiste, l’astrazione è l’interpretazione del fotografo, una reinvenzione, a differenza della pittura ad esempio. Nella tela la realtà ce la metti tu. Nella fotografia è a portata di tutti. Come con il marmo, puoi farci un posacenere o la Pietà di Michelangelo. Il fine, nell’arte, è rendere visibile l’invisibile. Fotografare è un pretesto, non un mestiere. Soprattutto, è una cancellazione in favore di un’elezione. Pulire, sintetizzare. Dare significato alla forma. Significare la forma per significare la vita, anche rinunciando ad ogni riproduzione della realtà. La cultura è come uno specchio. Ognuno davanti alle opere d’arte capisce solo ciò che sa. E la gente identifica i paesaggi attraverso il mio lavoro. Anche questa è cultura.

Il suo percorso artistico?

La mia non è una professione, ma una realtà di vita. Fare quello che vuoi fare, con la gioia di farlo. Quello che importa è rimuovere la memoria. Continuare a rischiare. Il rischio è la vita. Non ho vissuto di paesaggi. Nei miei scatti vedi tutto. Ci sono le ombre, poi c’è la gente. Ho lavorato anche tanto su commissione.

 

Nelle sue opere, quanto è testimonianza e quanto reinvenzione?

La mia opera non nasce come testimonianza, ma se ne riappropria ugualmente. È un mezzo per fare arte. Sono foto di pensiero, che non documentano, come la musica. Così come non è necessario conoscere l’uomo per apprezzarne l’opera.

Qual è il suo rapporto con le nuove tecnologie?

L’analogico è archeologia, sotto il punto di vista della praticità, dell’economia e della qualità. Il computer è comunque solo un mezzo. Non c’è il tasto “Picasso”, il tasto “Rembrandt”. Se riesci a fare capolavori con il computer sono ugualmente capolavori. L’importante è metterlo in chiaro. Ad esempio nel mio lavoro “il paesaggio che verrà” io ho creato delle immagini irreali unendo particolari reali presi dal mio archivio di diapositive; diversi luoghi, in diversi momenti della giornata. Basta dichiararlo.

Ci parli del suo ultimo lavoro.

Mi hanno chiesto di fotografare il cimitero monumentale di Genova. Ho accettato la sfida, ma mentre scattavo mi rendevo conto che non stavo concludendo il mio stile. Ad un certo punto vedo dei bassorilievi di un erotismo spaventoso, in cui c’era tutto tranne che la morte. O meglio, a metà tra amore e morte, Eros e Thanatos. Da qui l’idea di “Vita Nova”, una sorta di “Antologia di Spoon River” a Staglieno. Un po’ richiamano i miei nudi, tanto sembrano vivi, e tanto i miei nudi sono classici. L’effetto solarizzato, simile alle rayografie di Man Ray, è dovuto allo strato di polvere che ricopre le statue.

Che importanza dà al suo ruolo di formatore?

Io non sono un insegnante, ma un maestro. Non ho fatto nessuna scuola, quello che trasmetto non sono competenze e conoscenze, ma le mie emozioni e la mia esperienza. Sono acqua di sorgente. Tra i miei alunni c’è chi è predisposto ad accogliere ciò che trasmetto e chi no. Tra tutti, due quelli che più mi sento di sponsorizzare: Alex Mezzenga e Carlotta Bertelli.