Video maker, autore di format e packag-ing TV, regista e autore televisivo per caso. Roberto Laurenzi voleva fare il pilota aeronautico, ma si scopre daltonico a 17 anni e il sogno finisce lì. Un anno fa parte alla volta della Colombia. Deve realizzare la puntata pilota di un serial TV dal titolo “ECZONE, i luoghi del conflitto ambientale”. Si ritrova nel bel mezzo dell’Amazzonia, in luoghi dove si consumano vere e proprie guerre silenziose. Esperto di tematiche socio – ambientali, Roberto ci racconta quella che lui definisce “un’esperienza che muove un’idea”. Ciò che non c’era, ciò che si pensava fosse soltanto astratto e non rappresentabile, di incanto si materializza. E diventa immagine.

Che cos’è ECZONE?
Insieme a Laura Greco, presidente dell’associazione “A SUD”, abbiamo sviluppato un progetto per documentare in forma audiovisiva, quei luoghi dove ambiente e diritti umani si intrecciano per essere calpestati insieme. “ECZONE, le zone del conflitto ambientale”, nasce per raccontare quelle aree buie del pianeta dove si consumano conflitti silenziosi. “ECZONE” è il luogo di una scoperta. Vissuta attraverso l’esperienza del viaggio.

Perché hai scelto di raccontare la Colombia?
Sapevo poco o nulla della realtà di quel paese. Quando si pensa alla Colombia, si pensa al narcotraffico, alla guerriglia, alle Farc, ai rapimenti che hanno riempito le pagine dei nostri giornali. Sono quarantasei anni che in Colombia si consuma quella che viene considerata la guerra più lunga della storia contemporanea. Io, Laura e il nostro operatore Alessandro Peticca, abbiamo seguito una delegazione delle Nazioni Unite che nel luglio del 2009 ha effettuato una missione di verifica sulla violazione dei diritti umani nel paese, e insieme a James Anaja, il delegato ONU, abbiamo incontrato le comunità indigene colombiane per raccogliere dichiarazioni e testimonianze. Quando la delegazione ONU ha concluso il suo mandato noi siamo rimasti per proseguire il nostro viaggio. Abbiamo raggiungo Narino, nella parte sud-orientale del paese al confine con la foresta amazzonica, dove nel 2008 dopo sei anni di sequestro venne liberata Ingrid Betancourt. Ed è solo quando siamo giunti in questo luogo che ho capito la ragione del viaggio. La necessità di raccontare storie che sembrano appartenere ad un altra epoca. E soprattutto la necessità di raccontare come queste storie siano direttamente collegate alla nostra realtà.

In Colombia esistono centodue popolazioni indigene. Trentadue sono a rischio di estinzione. Perché?
Le popolazioni indigene, in base alle convenzioni internazionali, hanno per diritto la proprietà di vasti territori della foresta amazzonica. Ma gli ultimi indiani d’America sono anche gli inconsapevoli guardiani di un autentico forziere: petrolio, oro, gas, acqua, legname. Con il pretesto della lotta al narcotraffico, si distruggono le basi della sussistenza alimentare e le popolazioni locali sono costrette ad abbandonare i loro territori. In particolare la Colombia ha varato una riforma agraria che tende a trasformare il paese nel secondo produttore mondiale di biocombustibili. Alla base delle strategie militari colombiane c’è il Plan Colombia, varato nel 2000 dall’amministrazione Bush. Il piano puntava a sradicare il narcotraffico attraverso pratiche di fumigazione di glifosato, una sostanza che sterilizza la vita vegetale della foresta, con l’obiettivo di sradicare le coltivazioni di coca. In realtà in base alle testimonianze raccolte questa pratica rappresenta una scusa per contaminare interi territori, distruggere la base alimentare per intere popolazioni e procedere in questo modo alla coltivazione intensiva di monocolture per biocombustibili. La conseguenza è che la coltivazione di coca in Colombia è aumentata per stessa ammissione dell’ONU, e le zone distrutte invece hanno indotto lo sfollamento di intere comunità. Su un altro fronte invece agisce la guerriglia che accusa gli indigeni di essere collaboratori dell’esercito. Tutto questo produce sfollamento, sradicamento culturale e perdita di identità. Questo è quanto accade alle comunità indigene colombiane.

Quali sono state le testimonianze che avete raccolto?
Abbiamo incontrato il popolo Nukak Maku, gli ultimi nomadi della foresta amazzonica. Vedere affiorare i loro volti e i loro sguardi dall’ombra della foresta è stata una emozione indescrivibile. I villaggi sono accampamenti improvvisati, che consistono in capanne di legno ricoperte da foglie, arredati essenzialmente da amache di corda. Un’immagine mi ha colpito particolarmente: una nukak distesa su un’amaca con lo sguardo fisso nel vuoto mentre sfogliava una rivista di moda. La rappresentazione dell’estremo contrasto di una civiltà condannata all’estinzione. La comunicazione è praticamente impossibile, non parlano spagnolo e la loro antica lingua è conosciuta solo da alcuni missionari impegnati nell’attività di assistenza. La vita nei villaggi è incentrata quasi esclusivamente sul cibo, quello che riescono a procurarsi dalla foresta come vegetali, frutta e scimmie. Non sapevo nulla di questa civiltà prima di questo viaggio e quel che ho visto è stato un popolo ridotto alla fame che lentamente sta scomparendo.