Ovunque nel mondo i monasteri sono arrampicati su alte pareti rocciose, in Andalusia come in Grecia, in Thailandia come nel Bhutan, perché da sempre le montagne rappresentano il confine tra cielo e terra, tra divino e profano. Numerosissimi sono i monti legati al divino, dal Golgota all’Olimpo, dal Sinai all’Ararat. Spesso si tratta di storie legate al passato, ma molti sono i luoghi dove si crede ancora che le montagne siano sacre. In Pakistan, Tibet e Nepal per esempio diverse popolazioni venerano degli dei che dimorano sulle vette dell’Himalaya, tanto che prima di qualsiasi spedizione alpinistica i locali sono soliti fare un rito propiziatorio rivolto agli spiriti del luogo. Che si sia credenti o meno, insomma, la montagna è un luogo mistico, volto alla riflessione e alla contemplazione. Il simbolo dell’ascesi.

Lo è anche per l’inglese Alfred Mummery, il primo uomo al mondo che nel 1895 tenta la vetta di una montagna sopra gli ottomila metri. Sceglie il Nanga Parbat, il nono gigante del mondo, una montagna bellissima e solitaria incastonata nell’estremo occidente dell’Himalaya, chiamata Diamir, “il re delle montagne”. La sua folle impresa fallisce, ma è proprio con il suo fallimento che inizia la storia di questa montagna. Negli anni ’30 i nazisti, convinti che le origini del loro DNA risiedessero proprio in quelle terre, fanno del Nanga Parbat il loro campo di battaglia, “attaccandolo” per ben cinque volte. Moriranno trentuno uomini. Poi nel 1953 il tirolese Hermann Buhl compie una delle imprese più leggendarie dell’alpinismo: armato solamente di piccozza, macchina fotografica e un maglione di lana riesce a raggiungere la vetta dopo un giorno di cammino in solitaria: “Si ha l’impressione di planare sopra ogni cosa – scriverà poi – di aver perso ogni contatto con la terra, di essere staccati dal mondo e dall’umanità. Mi sembra di trovarmi su una minuscola isola in mezzo a un oceano sconfinato”. Ora deve scendere ma è costretto a passare una terribile notte lassù in equilibrio su un ciglio sospeso su una voragine di 4.500 m, lottando con sé stesso per non addormentarsi. Sopravvivrà, entrando così di fatto nella storia.
Vent’anni dopo, il suo capo spedizione, il tedesco Herrligkoffer, tornerà nuovamente in Pakistan per conquistare lui stesso il Nanga Parbat. Ma senza aver fatto i conti con la storia: la notte del 2 giugno 1970 infatti l’altoatesino Reinhold Messner decide di approfittare del bel tempo e parte verso la cima. A seguirlo c’è suo fratello Günther. Riescono ad arrivare in vetta ma una volta lassù Günther inizia ad avere delle fortissime allucinazioni. Quelle quote non sono fatte per l’uomo: sopra i 7.500 m si parla di “zona della morte”. Iniziano a urlare, ma nessuno li può sentire, si sentono in trappola e sono costretti a prendere una decisione che gli sarà fatale: scendere dal versante opposto, più scosceso di quello da cui erano saliti. Camminano per tre giorni, senza cibo né acqua. La loro lotta contro la morte si fa sempre più disperata e, proprio quando ormai sono quasi giunti a valle, Günther viene travolto da una valanga. Reinhold sconvolto vaga per altri due giorni finché viene salvato da due pastori. Ma il freddo ormai gli ha congelato sette dita dei piedi, che in seguito gli verranno amputate.
Il suo destino si lega così a quello del Nanga Parbat dove nel ’78 compie la prima vera solitaria di un ottomila, dal campo base fino in cima. È forse quel giorno che è nato il mito di Messner che pochi anni dopo sarà il primo uomo ad aver scalato tutti i quattordici ottomila della terra. È lo stesso Messner ad affermare oggi che la storia del Nanga Parbat racchiude in sé la storia di tutto l’alpinismo: un lungo viaggio, che attraversa la natura e lo spirito, la solitudine e il coraggio, in un luogo, quello delle montagne, dove – per usare le parole di Erri De Luca – “si vede il mondo come era senza di noi e come lo sarà dopo”.

La storia del Nanga Parbat è stata raccontata in un documentario grazie a filmati d’epoca e alla testimonianza di Reinhold Messner, Hans Kammerlander e Nives Meroi che sulle sue pareti hanno compiuto imprese memorabili.
In onda domenica 12 dicembre alle 21:00 su RaiStoria.

 

LO STILE PURO DI NIVES MEROI 
l’alpinista più forte del mondo

Sono ben quattordici le montagne più alte del mondo, i giganti di roccia e ghiaccio che superano gli ottomila metri. E la friulana Nives Meroi, insieme a suo marito Romano Benet, ne ha scalati ben undici, armata solamente di forza di volontà e una passione sconfinata. Tra le sue conquiste vanta la scalata in soli venti giorni nel 2003 del Gasherbrum II, del Gasherbrum I e del Broad Peak, ma anche la conquista dei due colossi della terra: il K2 e l’Everest. Il suo viaggio alla conquista di tutti gli ottomila del mondo si è però fermato quando l’alpinismo è diventato un fenomeno mediatico fatto di record e spettacolarizzazione. Ma se oggi la prima donna al mondo ad aver vinto tutti i giganti della terra è la sudcoreana Oh Eun-Sun, che nell’aprile del 2010 ha finito la sua collezione con l’Annapurna, Nives Meroi per tutti è ancora la più forte. Perché? Perché da vent’anni si fa interprete di quell’alpinismo “pulito”, ovvero senza l’aiuto di ossigeno, campi fissi e sherpa, che è forse l’unico modo di vivere la montagna per chi la ama davvero.

Nives, lei ha scalato ben undici ottomila, ce n’è uno a cui è particolarmente legata?
Ogni montagna mi ha regalato esperienze diverse. Di certo il Nanga Parbat, in Pakistan, è stato il primo ottomila a “permettermi” di conquistarlo e questo è stato un regalo bellissimo.

È stata la montagna a “permetterglielo”?
Non voglio umanizzare la montagna però sicuramente ti insegna a non considerarti onnipotente. Dopo tante montagne che ho scalato sono arrivata alla consapevolezza che noi uomini possiamo metterci tutta la nostra forza però a un certo punto bisogna dire Inshallah(se Dio vuole).

Tutte le sue grandi conquiste le ha fatte insieme a suo marito, Romano Benet: cosa vuol dire scalare insieme per così tanti anni?
Quando si scala ognuno è isolato nella propria fatica, non c’è molto altro che la concentrazione sul proprio corpo. Eppure sentire che c’è una condivisione dello sforzo e del cammino crea una complicità incredibile. Se io e Romano non avessimo vissuto insieme tutte queste esperienze oggi non riusciremmo a parlare la stessa lingua, non riusciremmo ad avere la stessa visione della vita.

Si è mai sentita svantaggiata per essere un’alpinista donna?
Noi donne ovviamente siamo sfavorite fisicamente. Io però non mi sono mai sentita “inferiore” agli uomini perché noi alpiniste riusciamo a compensare in un’altra maniera: con l’esperienza ho capito che abbiamo più resistenza, più forza psicologica.

Quanto tempo ci vuole per scalare una montagna di ottomila metri?
Una volta arrivati ci vogliono circa venti giorni per acclimatarsi al campo base: il corpo non è abituato a quelle quote, l’aria è completamente rarefatta e questo fa sì che per ogni passo si debba respirare numerose volte. Lassù ogni movimento richiede una fatica incredibile, tutto è uno sforzo di volontà ancor prima che fisico.

Si dice che bisogna bere molto, perché?
Più si sale più il sangue diventa denso e concentrato nelle zone vitali. Per questo bisogna bere almeno quattro litri al giorno, ma è praticamente impossibile perché per fare ogni litro bisogna sciogliere in un pentolino quasi un metro cubo di neve!

A quelle quote la natura sa essere indomabile e implacabile: come vive il pericolo un alpinista?
Lassù si è in balia della natura, ti rendi conto di quanto la vita sia fragile e questo ti insegna a eliminare i pensieri inutili, superficiali, perché c’è poco tempo per scegliere e bisogna fare sempre la scelta giusta.

Cosa si prova ad arrivare in cima a più di ottomila metri?
La gioia è enorme, ma lo è altrettanto la fatica. Non riesci a godere appieno dello spettacolo perché sei esausto e non puoi perdere la concentrazione. La vetta è solo metà del cammino. Ora ti aspetta la discesa. La cosa bella però è che quando arrivi in cima il tuo sguardo non è più uno sguardo di conquista, ma è uno sguardo che abbraccia l’orizzonte: senti di essere un tutt’uno con il mondo che ti circonda.

Per chi non ha la passione dell’alpinismo è difficile capire cosa spinge gli scalatori a sfidare i pericoli della montagna. Può spiegarci qual è il senso dell’alpinismo per lei?
Forse l’alpinismo può sembrare un’attività inutile, così come possono sembrarlo cantare o dipingere. È un’attività libera, un gioco, ma inteso in modo più elevato come lo intendono i bambini, ovvero un’esplorazione del mondo e quindi di se stessi. Per me salire su una montagna è un modo per guardare la realtà da una prospettiva nuova.

Lei è una sostenitrice del cosiddetto “light style”, stile alpino. Cosa vuol dire?
Vuol dire salire una montagna con le sole proprie forze, senza l’aiuto dell’ossigeno, senza fermarsi in campi intermedi attrezzati e soprattutto senza mollare i pesi agli sherpa che così fanno fatica al posto tuo.

Ciò quindi non ha nulla a che vedere con tutti i costanti record che si leggono sui giornali…
Credo che la montagna proietti le idee del suo tempo. Oggi l’alpinismo è spettacolarizzato, non conta più mettere in gioco le proprie forze, non conta più l’avventura in sé ma il risultato. Si usano bombole, sherpa ed elicotteri per arrivare su e poi correre a fare un altro record. Questo è il risultato della nostra società, che è una società ingorda.

C’è una cosa che la montagna le ha insegnato in particolare?
Quando sei lassù la fatica è estenuante. Ti ripeti continuamente “ogni passo è un passo in meno”. Si impara la pazienza, si impara a concentrarsi sulla terra, a fare attenzione ai particolari… ed è proprio lì che si nasconde la realtà.