di Claudia Bena
illustrazioni di Igort | igort.com

 

(immagini tratte dal libro Pagine nomadi © Igort e per l’edizione italiana Coconino Press 2012)

Negli ultimi anni si sta sviluppando un filone di grafic novel che racconta nel profondo la realtà. Tra questi le opere di Igort, reportage disegnati. È informazione sotto forma di arte, è il desiderio di condividere le proprie emozioni.

Di cosa parliamo quando parliamo di Russia oggi?

Visitare i luoghi è sempre un calarsi nelle atmosfere che quei luoghi evocano. Per me la Russia è la patria del romanzo, nella forma contemporanea. Io cercavo questo, e le icone, che ho trovato dopo un peregrinare senza sosta, nelle basiliche dentro il Cremlino, nel cuore di Mosca. Lì ho visto il punto di congiunzione tra le icone russe e l’arte italiana di Beato Angelico, di Giotto. È stata un’emozione fortissima. Poi certo Mosca è anche molto altro. Una sensazione di violenza che si trova di rado in altre metropoli.

E quando parliamo di Cecenia?

La Cecenia è il cuore del Caucaso, l’incrocio dei traffici di petrolio, una terra di religione musulmana alle porte dell’Europa. Ultimamente è stata devastata da due guerre con la Russia, che ne hanno modificato l’aspetto. C’è stata la ricostruzione, e si finge che tutto vada bene, che siamo in pace. Il discorso sarebbe lungo, le cose non sono quel che sembrano. Il Caucaso, terra dura e fiera, ha coltivato un giardino di pensiero mistico impareggiabile. Varrebbe la pena di approfondire le figure che ci sono cresciute come Pavel Florenskij e Georg Ivanovich Gurdjieff.

Quanto ha influito nella tua arte la cultura russa?

Molto, credo. Sono cresciuto in una famiglia di cultura russofila, e questo ha creato in me un senso di appartenenza a quelle terre del racconto e del sentire. Poi le Russie sono tante. Quando ero bimbo, la Russia era quella dei racconti di mia nonna e di mio padre. Mi dicevano di Cechov, Turgeneev, di Borodin, Rimskij-Korsakov, di Stravinskij. A vent’anni era la terra dei miei amati artisti plastici: Malevich, Rodchenko, El Lissitzky, Majakovskij. Da uomo ci sono tornato per vedere come le persone comuni hanno vissuto l’esperienza del sogno comunista. E mi sono sentito male, a registrare i loro racconti.

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Ti sei ispirato a qualche tradizione iconografica per rappresentare la sofferenza? Come si fa a disegnarla?

Per rappresentare qualunque cosa bisogna sentirla, lasciarsi attraversare. Altrimenti si produce finzione.

Perché la scelta di sospendere il giudizio, nonostante nelle tue opere tu sia molto esposto dal punto di vista emotivo?

L’autore, il narratore, nella mia concezione, espone le cose. Partecipa con il cuore, nel senso umanistico del termine. Quanto all’emettere dei giudizi, credo che stia al lettore trarre le conseguenze, farsi un’idea. È una questione etica. Significa rispettare chi mi legge, non invadere il campo, per come la vedo io.

In che settore collochi il tuo lavoro?

I miei sono semplicemente dei libri. Tra un secolo non si riuscirà a credere che si facesse distinzione tra un libro raccontato con le sole parole o con i disegni e le parole. Sono racconti stampati. Libri dunque.

Cos’è la “ricostruzione fumettistica dell’universo”?

Un gioco di parole con la “ricostruzione futurista dell’universo”, che professava un’arte totale. Chi racconta con le immagini, chi fa fumetti, sa bene che occorre essere registi, scenografi, direttori della fotografia, trovarobe, costumisti. Per me il fare fumetti è questo, il privilegio di lavorare con un’arte povera. Che non costa niente. Basta un foglio, un pennino e qualcosa da dire. Questo ti permette di andare lontano. E perfino di raccontare viaggiando, cosa che io amo fare. Disegnare e scrivere è il mio modo per capire i luoghi che visito. Lo spunto per fare degli incontri.

Cosa hai trovato durante il viaggio e cosa quando sei tornato a casa è cambiato?

Sono un uomo fortunato, ho viaggiato per tutta la vita. Ma questo viaggio di quasi due anni, tra Ucraina, Russia e Siberia, mi ha cambiato profondamente. Ho visto la vita difficile che le persone comuni vivono ogni giorno. Ho abitato nei loro palazzi alveare, ho visto cosa significa il razionamento del gas in pieno inverno. Con i bollettini che annunciano la lista dei morti, città per città. Ho visto cosa significa il razionamento dell’elettricità, le vie buie, a turno, con meno venti e il vento che gela la neve sui marciapiedi. È stato un viaggio importante, tornare a Parigi, dove abito, o in Italia mi faceva male. Vedevo la nostra propensione alla lamentela, senza speranza. Dove loro, soffrono senza dire una parola, cercando di sopravvivere. Sono rimasto stordito, forse ho capito delle cose.

 

Perché andare in Russia? Perché no?

La Russia e gli ex paesi dell’impero sovietico portano a pensare delle cose gigantesche, come il rapporto dell’uomo con la natura. Ho attraversato la Siberia in treno. Sette giorni. Mi ha aperto gli occhi vedere un continente ghiacciato che non prevede chiaramente l’uomo. Se ti poni delle domande, quelle coordinate geografiche sono il luogo da attraversare, per lasciarsi attraversare dalla vita.

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Un consiglio in particolare a chi vuole visitare la Russia.

Dimenticare ogni pregiudizio e aprire il cuore al vero sentire.