foto di Silvio Pastore Stocchi 

L’estate di tre anni fa, in un pomeriggio afoso del luglio romano, trovai una scatola che mi avrebbe cambiato la vita. Da poco trasferitomi a Trastevere decisi di portare quel che restava del trasloco nella cantina condominiale. Secca e ventilata sembrò quasi un miraggio, quando fuori la temperatura ricordava quella di Rihad. Una volta sistemate le cose scorsi una scatola in un angolo. Non so cosa mi spinse ad aprirla, ma da quel momento la mia estate cambiò.

Al suo interno erano custodite una lettera, due fotografie e alcune mappe subacquee. Aprii la lettera, che sparse il suo odore di carta antica, ma per una sorta di rispetto decisi di non leggerla. Le mappe rappresentavano le Isole Tremiti e le fotografie ritraevano una ragazza e lo scorcio di un complesso abbaziale sul mare. Richiusi il tutto e tornai alla quotidianità, ma per due notti non feci altro che ripensare al contenuto della scatola, alla storia che immaginavo si celasse dietro quelle mappe e quelle due fotografie. Preda dello stress cittadino, delle delusioni e delle inquietudini di una vita decisi di andare a riprendere quella scatola per scoprire cosa nascondesse realmente. Il palazzo era abitato da famiglie che di Trastevere conoscevano esclusivamente il nome, se gli avessi chiesto spiegazioni sul contenuto di quella scatola mi avrebbero considerato una persona poco riservata. L’unico modo per scoprire quel segreto era di partire per le Isole Tremiti.

Arrivato al porto di Manfredonia, dopo aver ascoltato tutta la discografia di Lucio Dalla, il quale scoprii aver legato parte della sua personale storia a quella della città pugliese, comprai un biglietto per l’Isola di San Nicola. Dalla nave riconobbi subito il complesso abbaziale di una delle due fotografie, e un addetto del traghetto mi spiegò che si trattava dell’Abbazia di Santa Maria al Mare, fondata nel 1045 dai monaci Benedettini. Trovata una sistemazione, guardando la scatola, immerso in una calma avvolgente, mi chiesi chi e cosa mi avessero portato lì. Non volevo ammetterlo, ma la voglia di dare un senso all’ennesima estate sprecata era la risposta ai miei interrogativi esistenziali. Non serve per forza un aereo per sentirsi in viaggio. Il viaggio è il luogo stesso della ricerca, è quel bisogno ancestrale e innato che ha l’uomo di esplorare ciò che non conosce di sé e dello spazio che lo circonda.

Ora, una volta arrivato, non restava che trovare le risposte a quella scatola e al suo personale mistero. La notte, passata in un’ospitale pensione dell’isola, la trascorsi con lo sguardo fisso sulla lettera chiusa. L’indomani mi spostai sull’Isola di San Domino e decisi di recarmi presso un centro d’immersioni. D’immersioni sapevo quel che avevo appreso durante il corso per prendere il brevetto avanzato a Ischia. Di quelle mappe, segnate dal tempo, restavano bellissimi tratti su carta, ma presentandomi al Tremiti Diving Center ebbi subito la sensazione che grazie a quel luogo avrei potuto ricostruire la storia di quei punti segnati e di chi, dietro gli oggetti ritrovati in cantina, si celava. Mostrai le mappe chiedendo di indicarmi dove mi sarei potuto immergere per raggiungere i punti segnati. In quell’istante mi ricordai della mitologia greca, del mito di Diomede, di comel’eroe acheo avesse diffuso la civiltà nell’Adriatico e di come le Isole Tremiti fossero nate dal suo lancio di tre massi provenienti da Troia. Una voce femminile mi riportò alla realtà.

Pensai che il giorno successivo avrei iniziato la mia avventura subacquea e che fosse giunto il momento di abbandonare la mia falsa riservatezza e aprire la lettera. La lessi sulla spiaggia di Cala delle Arene. Era la lettera di un addio, a tratti criptica, scritta a una ragazza. Parlava della fine di un amore e della rinascita di colui che l’aveva scritta. Mi colpì il fatto che descrivesse con assoluta parsimonia il loro ultimo incontro presso la Grotta delle Viole, sull’Isola di San Domino.

Il primo giorno d’immersione ci recammo presso Punta Secca e proprio nell’attimo in cui iniziai la discesa mi accorsi che non ero lì per la sublime bellezza del luogo, ma per scrutare la mia anima mentre scendevo nel blu dell’abisso del mare. Nei dieci giorni successivi mi immersi a largo di San Nicola presso lo Scoglio Segato poi quattro immersioni tra nidi d’aragoste, alcionari mediterranei e saraghi stanziali a largo dell’Isola di Capraia. Dopo giornate passate leggendo, ascoltando musica e chiacchierando con gli abitanti dell’isola mi resi conto che il dialetto era simile a quello del mio primo corso da sub. Infatti, come lessi su una guida, le Isole avevano avuto da sempre la funzione di colonia penale. Lo stessero vollero i Borbone e questo spiegava il perché di quel dialetto ischitano.

Dopo dieci giorni di pernottamento una notte finalmente decisi di immergermi nella Grotta delle Viole, quell’ultimo luogo dell’anima descritto nella lettera d’addio. Mi resi subito conto, nonostante l’oscurità, della bellezza del luogo e della molteplicità dei colori e fino all’ultimo drift tutto sembrava aver assunto il compito di ricongiungermi con il sublime. Mi venne in mente la sezione aurea la chiave della perfezione cosmica della natura. Questa formula era divenuta nei secoli l’ideale della proporzione artistica, dal Partenone di Fidia al Modulor di Le Corbusier. In quel preciso istante di risalita pensavo di possedere anch’io la chiave di tale perfezione.

Steso sul letto della pensione come se fossi un abitante dell’isola capii che quella lettera non era mai stata spedita. Chi l’aveva scritta non aveva avuto bisogno di un addio, perché immergendosi in quel mare delle Isole Diomedee aveva ricevuto il benvenuto alla sua reale dimensione di vita. Una dimensione fatta dall’esigenza di ricerca del sublime. La stessa ricerca che mi aveva fatto aprire quella scatola. Una scatola che era divenuta per me uno scrigno.