testo e foto di Davide Pivetti

Mi piace immaginarlo così. Molti capelli in testa, più di quelli che oggi posso contare sulla mia. Con gli occhiali neri e spessi, come si usavano in quei meravigliosi anni Sessanta. Mi piace pensarlo curioso al finestrino dell’aereo, forse ad elica, che lento prende le misure a Cap Bon, sorvola la Galite, sfiora le ampie lagune che dividono il Mediterraneo dalla città di minareti e ricordi africani.

Tunisi, in quegli anni, voleva sentirsi occidentale. Eppure, nonostante la presenza coloniale, le architetture francesi, l’influenza inglese ed italiana, non lo era. Tunisi la bianca, che però accecava per i suoi colori. Forti, netti, bruciati e brucianti.

Era la città di Bourghiba, dell’indipendenza appena conquistata, dell’orgoglio tunisino: oggi come allora bandiere rosse nelle vie, sui ponti, sulle facciate. Una stella bianca, la mezza luna. I tunisini forse non sanno che sulle loro teste sventola uno dei più bei vessilli mai disegnati.

“Era una città che si spostava con i carretti, a dorso di mulo, animata di figure che sembravano disegnate, uscite da un libro di racconti africani o da pagine bibliche: lunghi pastrani, donne silenziose, quasi invisibili”.

La Tunisi del 1964 aveva però un’anima nascosta, provocante, così moderna ed inconfessabile da essere sconosciuta alla maggior parte dei suoi abitanti. Nota ed amata, invece, da stranieri che avrebbero avuto un tavolo al “Blue Parrot di Humphrey Bogart.

“Nei night della città arrivavano i tecnici, i dirigenti delle grandi aziende europee che cercavano il gas ed estraevano il petrolio nel deserto. Danarosi, disposti a spendere pur di godersi i pochi giorni in città. La civiltà dopo settimane nella sabbia, un letto comodo, l’acqua di una doccia, un bicchiere di cognac e le forme generose di una danzatrice del ventre. Noi eravamo l’orchestra-attrazione, come si diceva allora”.

I “Quattro Pico” restavano in tournée per mesi. Si partiva con una destinazione, si tornava dopo aver suonato in due, tre paesi stranieri. Città sconosciute diventavano familiari. Locali fumosi dilatavano le ore di un lavoro ben pagato, invidiato, riconosciuto negli applausi e nelle mance. “Ma quando non si suonava avevamo il tempo di vivere quei luoghi”. A Sidi Bou Said, nella piazzetta del “Café de Nattes, amato e frequentato dai visionari artisti del Magreb, non c’erano turisti. Cartagine era un sito aperto, senza cancelli né biglietterie. Bastava entrarvi per rivivere, duemila anni dopo, il mito della città che seppe sfidare Roma e pagò a caro prezzo la sua collera.

Parole nel tempo e colori nell’acqua. Più dei racconti, più dei ricordi, mi ha sempre colpito del viaggio africano di mio padre, quarantasei anni fa, la raccolta di acquerelli: macchie nere, un gregge di capre. Sospiri azzurri, le finestre di Sidi. Zebrette arcuate, l’ingresso del caffè.

La città è ancora bianca. Come il colore di quegli acquerelli si è espansa nella pianura tra il mare ed i laghi. Il grattacielo dell’hotel Africa domina la capitale ed i palazzi del potere repubblicano, gli alberghi dove turisti inglesi e finanzieri di Dubai cercano un punto di contatto tra occidente ed oriente, tra un mondo che rallenta ed uno che ancora accelera. Si incontrano sotto le fitte chiome di Avenue Bourghiba. Il presidente di allora è una passeggiata ed un mito. Il presidente di oggi – Ben Ali – è il volto che ti scruta, rassicurante e severo, da mille ritratti in strada e nelle case, tra le pagine del Corano e le flat-tv aggrappate alle pareti delle fumerie. Una cosa non è cambiata. Tavolini e narghilè non sono per le donne: nei bar solo uomini, che guardano le partite della Coppa d’Africa e imparano i nomi dei campioni del Real. Vivono dei riflessi d’oltremare.

Il ritorno è dolce se precoce, amaro se tardivo. Gli occhi di mio padre, ancora curiosi e vivi, cercano invano i profili di allora. Il sogno di riportarlo in quei luoghi, tra quegli acquerelli, si risolve per lui in una delusione. Ma i sogni non si discutono, si realizzano.

“Sembra una città europea – dice sotto la papalina nera – piena di negozi, di auto, la gente è vestita all’occidentale”. Ha ragione. Tra i tavolini delle avenues le ragazze hanno la gonna al ginocchio, si fermano davanti alle vetrine delle griffes che firmano la globalizzazione. Anche la medina, dedalo ancora suggestivo, ospita oggi un mercato moderno, senza gli aromi e le atmosfere di un tempo, carico di accecanti souvenir per turisti da crociera.

Sovrapposizioni. Penso alla mia prima volta a Tunisi, sei anni fa. Alle atmosfere che per me, vergine di cose nordafricane, avevano il sapore del nuovo mondo, della scoperta, anche dell’avventura. Ero da solo, con i ricordi di mio padre nel cuore.

La Tunisi del ventunesimo secolo sembra pensata per un fine settimana. Mostra orgogliosa le sue architetture coloniali. Palazzi austeri, borghesi, un tempo ordinati. Oggi celano male i segni del tempo. Ospitano alberghi dove si può dormire con sei euro. Tra i balconcini retrò spunta la nuova Tunisi, verticale e moderna, sfacciata e futurista, che viaggia con un vantaggio per ora incolmabile sulle altre città del Magreb. Racconta di un paese che è il “motorino” della regione. Più aperto di Algeria e Libia, più dinamico del Marocco.

Tre città in una: francese, moderna e araba. Avenue Bourghiba e la sua promenade dividono il traffico e fan cantare milioni di uccellini. Una strettoia introduce la città vecchia. Presente e passato (remoto) divisi da un simbolo caro ai tunisini: Bab Bhar. Sulle lastre di pietra chiara, tra zampilli d’acqua e mattoni di tufo, il viavai è continuo. Di qui si entra nella medina, città nella città, capace di celare realtà assai diverse. In quella turistica, più vicina alla porta, i negozi riempiono ogni spazio, ogni sospiro. Si sgomita stretti tra i vicoli che conducono alla grande moschea, la Zitouna. Il suo minareto, alto, possente e quadrato, segna il territorio e l’architettura di questo angolo di Islam. Non si entra. Chilometri tra manichini kitsch, piatti d’ottone, lampade in ferro battuto. Qui è facile trovare amici. I commercianti della medina non sbagliano mai: “Amico, Italia… solo guardare!”.

Altra lingua, altre priorità nella parte meridionale, che dà su rue El-Jazira: spariscono i marchi ben copiati e gli abiti finto-tradizionali. I tunisini si vestono di jeans e magliette. Import asiatico. Il mercato del pesce sotto le stesse tende rosse della Piscarìa a Catania. Uguale latitudine.

“Sì, andiamo”. I quasi seicento chilometri che dividono la capitale dall’ultimo angolo abitato della Tunisia non entusiasmavano mio padre. Ma Tunisi non lo trattiene.

Ore su un’autostrada non finita, coi caselli incustoditi, una stazione di servizio in trecento chilometri. A chi servirà l’aeroporto tra Hammamet e Sousse? Dicono che l’hanno pagato gli emiri. Il golfo di Gabes è un terso orizzonte di vele triangolari. Immobili. Sale la strada verso Matmata. Tra le case troglodite un vecchio vende i suoi datteri. Tutta una vita qui.

Roccia, polvere, profili all’orizzonte in uno spazio al quale non siamo abituati. Il bivio è uno solo in cento chilometri di strada. Poi l’asfalto che copre da poco la pista dell’oleodotto. Non c’è una curva ad interrompere la marcia di avvicinamento al Grande Erg. Le sue propaggini, ancora minute, sfidano la strada e si allungano su di essa. Ancora domabili. Nessuna certezza che lo siano fino all’arrivo.

È un rettangolo perfetto. L’acqua decide ogni cosa. Impone il suo primato sulla sabbia. E il cuore dell’oasi è la sorgente di Ksar Ghilane. Acqua sulfurea che sgorga sotto gli eucalipti. La cantano anche le rane.

Il Grande Erg è un passo più in là, oltre l’ultimo tronco, oltre le tende colme di polvere e sabbia finissima che sempre ti entra in bocca a dormirci dentro. La prima duna è frenata a fatica dalla mano dell’uomo. Dieci passi affannati, contro la gravità e altre leggi della fisica. Come la prima spiaggia di un mare solido e sconfinato. L’Erg inseguito e mai scontato, qui color salmone. Netto, impone silenzio. Avvicina. Attrae e non respinge. Inizia, non finisce. Avanza, e mai retrocede. Costringe noi. Di qui si può solo tornare.