testo di Rosita Ferrato

È meglio per uno scrittore e giornalista scrivere a casa sua, tranquillo in poltrona, o in giro, novello nomade? Il tema del viaggio, dello spostarsi (o del restare a casa propria), lo si ritrova in un prezioso libretto di Bruce Chatwin, intitolato Anatomie de l’errance, una raccolta pubblicata nel 1996, sette anni dopo la sua morte. In queste pagine il grande artista, giornalista e viaggiatore britannico ci rivela un lato inedito di sé, grazie ad una scrittura che si esprime nelle modalità più diverse: reportage, critica letteraria, meditazioni personali, novelle, bozzetti di viaggio. Un esperimento di testi “fortuiti”, dove ripropone i suoi grandi temi: le radici e lo sradicamento, il possesso e la rinuncia, l’esotismo e l’esilio, la metafisica e il nomadismo. Una ricerca della perfezione, di se stesso e del suo stile, a cui ha dedicato tutta la sua esistenza.

Horreur du domicile, orrore del domicilio, è il titolo della prima parte, che prosegue nel racconto di sé, della voglia di una base più che di una casa, e di come Chatwin, per essere scrittore e giornalista, abbia avuto bisogno di luoghi aperti più che di un tetto sopra la testa. « Non scrivo molto nel mio appartamento – ci racconta dalle sue pagine – ho bisogno, per scrivere, di altre condizioni e di altri luoghi. Ma, nel mio appartamento, posso starci per riflettere, ascoltare della musica, leggere a letto e prendere appunti. Posso ricevervi quattro amici a mangiare. È, in fine dei conti, un posto dove appendere il cappello ».

Chi tra i giornalisti e gli scrittori è nomade e chi è sedentario? Questa una delle sue domande. Ce lo rivela Chatwin stesso: tra i nomadi, si trovano Melville, che si sentiva dèfait, sconfitto dalla sua situazione di borghese del Massachusset, Hemingway, Gogol o Dostoevskij, di cui le vite, che fosse per scelta o per necessità, « non furono che un giro frenetico di hotel e di arredamenti, – come, nel caso dell’ultimo, un soggiorno in un bagno siberiano. Quanto a me – racconta Chawin – (in tutta modestia), ho tentato di scrivere in posti così diversi: dalla capanna africana (con un asciugamano umido annodato attorno alla testa), un monastero del Monte Athos, una colonia di scrittori, una casupola sulla landa e persino una tenda. Ma ogni volta che arrivano le tempeste di sabbia, che la stagione delle piogge s’insedia, che un martello pneumatico viene ad annientare ogni speranza di concentrazione, mi maledico e mi domando: “Cosa sto facendo qua? Perché non sono nella torre? » e per torre, egli intendeva la Torre, in Toscana, in una località vicino a Firenze, appartenente a Gregor von Rezzori, dove Chatwin amava scrivere, lontano da casa sua, presso i suoi amici in Italia.

Le pagine di Anatomie de l’errance contengono poi riflessioni sull’esistenza, sulla scrittura: il passaggio dell’uomo sulla terra, definito effimero e mutevole come il nomadismo, il transitare forse altrettanto veloce del quotidiano, notoriamente usato, il giorno dopo la sua uscita, per incartare il pesce. Ci racconta Bruce Chatwin, a questo proposito: «La carta da giornale è molto ricercata e serve al mercato a confezionare il pesce, la carne o i legumi. Si permette a dei libri più seri, dal contenuto ideologico più sostanziale, come le opere complete di Lenin, Mao Tse-tung, Marx o Engels di raccogliere la polvere un po’ più a lungo, prima che le pagine non si ritrovino al mercato. Le si utilizza per avvolgere dei piccoli pacchetti di tintura, dei pigmenti rossi, del tabacco da fiuto o da masticare, delle foglie di baobab utilizzate come sostanza abortiva, o come incantesimi per contrastare i piani dei djinns (i geni)».

Il transitare dell’uomo: la natura dell’uomo è quella del viaggiatore, dell’avventuriero, dell’inviato speciale, del rivoluzionario. « Tutti noi abbiamo dell’adrenalina. Non possiamo svuotare il nostro corpo o pregare perché essa evapori. Se ci ritroviamo soli in una stanza, liberi dal pericolo, ci inventiamo dei nemici immaginari, malattie psicosomatiche (…), e peggio di tutto, noi stessi. L’adrenalina è il nostro premio di viaggio ». E ancora. « Tutte le nostre attività – e aggiungerei anche la scrittura, specialmente la scrittura – sono legate all’idea del viaggio. Mi piace pensare che il nostro cervello dispone di un sistema di informazione che ci ordina di prendere la strada, e che là risiede la causa essenziale del nostro bisogno di muoversi ».

Abitazione di Curzio Malaparte a Capri, Chatwin conclude le sue riflessioni parlando di due personaggi noti, uno scrittore e un giornalista, entrambi entrati nella storia: il medico Axel Munte, dall’esistenza anche artistica, strettamente legata ad una dimora (il suo romanzo La storia di San Michele è stato uno dei più letti, assieme alla Bibbia) e Curzio Malaparte, giornalista e scrittore, con la sua abitazione dell’esilio, da lui chiamata Casa come Me, ovvero una struttura nata dall’idea di un’abitazione creata per sé, che sarà ‘triste, dura severa’, come egli stesso sperava di essere, scrive Chatwin. « La villa che egli costruì negli anni 1938-40 sul promontorio solitario di Capo Massullo a Capri è una delle abitazioni più curiose del mondo occidentale ».

E Chatwin? Lui torna sempre con il pensiero alla sua amata torre di scrivano, e la descrive così: « Ogni volta che vi soggiorno, il posto è mutato in un oceano di libri e di carte, con dei letti disfatti e dei vestiti gettati qua e là. Ma la torre è un luogo dove ho sempre lavorato con la mente libera e con efficacia, d’inverno come d’estate, di giorno come di notte. E i luoghi dove si lavora bene sono i posti che si amano di più ».