di Fulvio Benelli
foto di Andrea Dapueto | andreadapueto.it

Viaggio in Siberia alla ricerca di un asteroide caduto dal cielo. Dentro un circo di soldati dalla vodka facile, capanne abbandonate nel ghiaccio, orsi, saune e sciamani. Segregati nel freddo cuore della madre Russia.

Il 30 giugno 1908 alle 7.14 del mattino un meteorite cadde nel bel mezzo del niente. Una località chiamata Tunguska, dal nome del fiume che vi scorre, sperduta tra le indefinite coordinate dell’immensa taiga siberiana. Per lo sconquasso, un convoglio della Transiberiana che transitava seicento chilometri a Sud deragliò. Le lancette del sismografo dell’osservatorio d’Irkutsk, ai confini con la Mongolia, s’impennarono fino a rompersi. Sul luogo dell’impatto, l’apocalisse. Ottanta milioni di alberi abbattuti nel raggio di duemila chilometri. La notizia, ovviamente, suscitò scalpore. E lasciò una traccia. Venti anni dopo l’illustre minerologo Leonid Kulik riuscì a mettere in piedi una spedizione; grazie all’aiuto della Scuola di Cinematografia di Mosca realizzò persino delle riprese aerofotografiche, per l’epoca impresa eccezionale.

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Alla prima spedizione ne seguì una seconda, un’altra e poi un’altra ancora. Alla fine, il luminare tornò a San Pietroburgo confuso e con le mani vuote. Il meteorite non è stato mai localizzato, né scoperte le tracce del cratere. Come a dire: il delitto è stato consumato, ma non c’è traccia dell’arma. È il 5 giugno 2008 e mi trovo nell’aula magna del Dipartimento di Fisica all’Università di Bologna. Davanti a me il rettore, Pietro Longo. Un distinto signore di quasi ottant’anni, indossa una maglia beige a collo alto e un paio di occhiali di tartaruga. Il padre è stato Luigi Longo, il partigiano divenuto negli anni Sessanta segretario generale del Partito Comunista Italiano. Al piccolo Pietro è stato fatto studiare il russo che ancora portava i pantaloni corti. Oggi lo esibisce fluentemente così come fa con l’italiano, con un’accurata e magniloquente scelta di parole. Il professor Longo sta per guidare una spedizione a Tunguska. È stato lì già quattro volte, ma stavolta è convinto di poter risolvere il mistero. Il meteorite sarebbe sepolto nelle profondità del Cheko, un piccolo lago che sorge tra gli alberi caduti. Il professore mi ha convocato perchè vuole che io parta con la sua equipe al fine di documentare la spedizione, lavoro che sarà poi trasmesso dalla Rai. Partiremo prima della fine del mese, in perfetta concomitanza con il centenario. «Se deve procurarsi il sacco a pelo», mi consiglia, «lo prenda pesante».

28 giugno. Aeroporto Domodedovo di Mosca, siamo in attesa del volo che ci condurrà in Siberia. Una cometa di ragazzone con tacchi chiassosi e spalle scoperte si accompagna a energumeni con catene d’oro e mocassini. Per la prima volta mi sento in un posto di là del muro. Il muro dell’Occidente, il muro dell’America, il muro del pensiero unico. Un muro che, volente o nolente, porto dentro anch’io. I condizionamenti culturali, la matrice che si eredita, eccetera. «Qui è come se una poderosa forza contraria», sostiene Longo nei termini che gli sono propri, quelli della Fisica, «generi una costante spinta di resistenza». E se in altri luoghi puoi sentire la forza della terra: il Brasile, l’India, la Sardegna; qui sono le persone a caricare l’aria di una feroce inclinazione alla fierezza. I russi hanno gli occhi di chi, vivendo in un grande manicomio criminale en plein air, non arretra mai. Li guardo andare verso i propri voli con lo stesso passo martellante dell’Armata Rossa.

Cinque ore dopo siamo a Krasnojarsk. Un colossale agglomerato di case, strappato al Grande Nulla intorno, che ospita un milione di abitanti. Il silenzio che tira da queste parti è irreale. È come se le persone, abituate a camminare sulla neve tutto l’anno, abbiano imparato l’arte di non far rumore anche nei brevi periodi in cui il cemento riaffiora. Siamo in attesa del professor Alexei Plekhanov, la guida che già altre volte ha accompagnato Longo nella taiga. È in volo da Tomsk, la città delle Università Siberiane, dove vive e insegna. Mentre lo aspettiamo sul piazzale antistante all’aeroporto, ci guardiamo intorno. Durante lo stalinismo la città fu sede di gulag. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il governo decise di trasformarla in un polo industriale. Fu avviata la costruzione di diverse fabbriche, per lo più armi e plutonio. Questo gli è valso il nome di città proibita: fino al 1991 nemmeno i cittadini sovietici potevano metterci piede, se non autorizzati. Plekhanov esce dall’aeroporto accompagnato dai suoi due figli, Pavel e Luba. Il professore, a primo impatto, non corrisponde all’idea che da noi si ha di un accademico. Alto, robusto, gli occhi di ghiaccio. Pavel, diciottenne di fresco, gli assomiglia, anche se i tratti del viso e il fisico sono più minuti. Luba, la piccola, è una quindicenne dalla bellezza abbacinante. Sul suo viso si congiungono, come volute di fumo, la spensierata malizia dell’adolescente e il piglio maturo di chi è stato costretto a crescere in fretta. In fondo al sorriso gentile con il quale ci saluta, non si può non notarla, c’è una cosa chiamata tristezza.

Sono quattro ore che voliamo. Sotto di noi, ancora e sempre, la Siberia. La terra che dorme, come recita la traduzione letterale. Una chiazza mastodontica che si spande per diecimila chilometri, dagli Urali all’Oceano Pacifico. L’aereo che ci trasporta è un biplano a motore Antonov An2, l’unico apparecchio della Seconda Guerra Mondiale cui è consentito ancora di solcare il cielo. Viene usato perché non ha bisogno di piste lunghe, e il carrello è costruito per atterrare anche sul ghiaccio e sulla neve. All’interno non c’è uno spazio separato per i bagagli, così le valigie con tutta l’attrezzatura sono stipate sotto i sedili, come sul bus nell’ora di punta. Di fianco a me viene a sedersi la hostess, che a bordo di quest’apparecchio deve accomodarsi dove trova posto. È una donna sui quaranta, con un merletto di capelli biondi e il seno ben esibito. Mi racconta che abita in una casa di calce viva con tre cani e un figlio. Il marito è scomparso durante la guerra in Cecenia. Senza giri di parole, mi chiede se sono interessato al matrimonio. «In generale?», le domando. «Con me», risponde. Non è mai stata in Italia, è affascinata dalla prospettiva. Quando atterriamo, mi lascia un foglietto con il suo numero di telefono, nel caso cambiassi idea.

A Vanavara, l’ultima località abitata che incontriamo, facciamo scorta di provviste prima di inabissarci nella taiga. D’ora in avanti saremo accompagnati da due soldati armati. Alle autorità sovietiche non piace avere estranei che girano per il loro territorio, specialmente se uno di loro imbraccia una telecamera. La faccia dei due militari è per metà caucasica e per l’altra mongola: appartengono all’etnia Evenka, i nomadi paleo-siberiani che occuparono nel passato questa terra fino alla Manciuria. Indossano entrambi un berretto, uno si nasconde dietro a un paio d’occhiali da sole vistosi e fuori moda. Hanno l’aria di chi non è abituato al galateo, e nemmeno a cianciare troppo. I loro bagagli, a parte i due fucili arrugginiti, consistono in una sacca di iuta piena zeppa di bottiglie di vodka. Non appena inizia ad albeggiare, ci dicono che l’elicottero è pronto. Decolliamo. In volo mi diverto a seguire l’ombra sparpagliata che passando lasciano le eliche sugli abeti, le betulle, i larici. La vista da quassù è magnifica, stetoscopica. Dopo circa mezz’ora avvistiamo il lago, la nostra destinazione, un piccolo specchio a forma di fagiolo che accoglie, nel riflesso, nuvole e sole. I soldati ci consegnano i paracadute. La taiga è talmente fitta che per gli elicotteri non sono state costruite basi d’atterraggio. Perciò non c’è altra scelta che saltare. «Anche lei è ortodosso?» mi chiede Plekhanov sardonico. «Cattolico», rispondo. «Il dio è lo stesso. Le consiglio di pregarlo». Un attimo prima di affidarmi al vuoto, mi ricordo che oggi è il 30 giugno. Cento anni dopo, un corpo estraneo cade di nuovo sul suolo siberiano.

La taiga, vista da terra, è una sconfinata palude oppressa dalle zanzare. L’inverno il termometro tocca quota meno cinquanta perciò non ci sono predatori naturali capaci di sopravvivere. Le larve aspettano nel guscio che la stagione vegetativa apra i battenti, poi colonizzano l’intero territorio. Barricati dentro uno speciale copricapo-zanzariera, simile a quello degli apicoltori, allestiamo il campo base su un’ansa del lago. Il capo spedizione ha un gps, per il resto nessun contatto con il mondo fuori. Rimarremo qui dieci giorni. La squadra di Longo esce il mattino solcando la superficie del lago a bordo di un kayak. Gettano delle sonde sul fondo e rimangono lì ore a monitorare i risultati. La sera, intorno al fuoco per scaldarci dal freddo, beviamo un tè fatto con la bollitura delle foglie nell’acqua della palude. Converso con Luba, sotto un fiammeggiare di stelle. Mi racconta che sta studiando il francese. «Non appena finisco la scuola, vado via», afferma in tono dolce ma risoluto. «Cos’è che non va qui?» le domando. «Mio nonno fu confinato qui dall’Estonia, ce l’ha mandato Stalin in persona». Luba attira spontaneamente la tenerezza che si può provare nei riguardi di una sorella minore. La sorella che non ho avuto. «La nostra è una storia comune, discendenti di deportati. In questo luogo costretti a vivere, e morire».

Al quinto giorno veniamo circondati dagli orsi. Stamattina uno di loro si è affacciato sul confine dell’accampamento e ha provato a spaventarci, alzandosi sulle zampe e rugliando tonante. Ma più che aggressivo sembrava sorpreso. Deve essersi chiesto cosa diamine siamo venuti a fare quaggiù. «Con gli orsi non si scherza», mi rimbrotta uno dei due soldati. «Corrono più veloce, nuotano meglio, si arrampicano sugli alberi più agilmente di noi. Non c’è via di fuga». L’uomo per non correre rischi voleva aprire il fuoco, ma ci siamo opposti con fermezza. I due soldati non incutono più il timore dei primi giorni. Sono divorati dalla vodka che bevono fino a tarda notte mentre cantano a squarciagola vecchie canzoni russe. Il giorno si trascinano ritti a malapena. Lasciamo il campo base. Risalendo la palude, due giorni di cammino e raggiungiamo la cascina di legno che fece costruire Kulik negli anni Venti. Ovunque, nel tragitto, alberi riversi a terra, come fedeli prostrati verso il proprio luogo sacro. Il cammino è massacrante e le uniche oasi per ristorarci dalla fatica e dal tormento delle zanzare sono le saune. Palafitte di legno sul corso dei fiumi, il viandante può usufruirne lasciando un’offerta. Tra i vapori sciolgo la stanchezza e penso a casa. È tempo di tornare. Longo ha finito di raccogliere i dati ed è molto soddisfatto. È convinto che riuscirà a pubblicare la ricerca su Science. «Professore, ha trovato il meteorite?» gli chiedo perplesso. Lui sorride pacato e mi spiega che quello che gli occorre è che i dati raccolti siano compatibili con le ipotesi di partenza. «Alla scienza basta questo», conclude. Già, l’essere umano trova solo quel che sta cercando. Scopro che la scienza, su cui si è eretto un culto al pari della religione, poggia su basi non molto diverse da quest’ultima. Plekhanov ha già contattato la base di Varanara per farci venire a prendere. Mentre aspettiamo, m’imbatto in un’anziana donna che compie un rito sciamanico adagiata su una grossa pietra di basalto nero. Il viso obliquo, lo sguardo intorpidito. Sbucata fuori dal nulla, come se fosse la figlia degli orsi. Le chiedo se conosce il mistero di Tunguska. «Certo», risponde. «è stata un’astronave aliena».

Giugno 2013. Cinque anni esatti sono passati dalla spedizione siberiana. Sono alla stazione Termini, aspetto il treno per casa, è pomeriggio inoltrato. È nel mezzo dell’andirivieni, che la vedo. Arrampicata su tacchi prominenti, ha la nuca scoperta e indossa un gilet di pelle nera. Non riesco a crederci ma sì, è proprio lei. Luba, da grande. Luba diciannovenne. Ci abbracciamo, come superstiti scampati a un disastro. «Che ci fai qui?» le domando strabiliato dagli schemi del destino. «Aspetto la coincidenza per Parigi. Ho vinto una borsa di studio per la facoltà d’Ingegneria». È ancora più bella di come la ricordavo, completamente sbocciata. Alla fine anche lei ha scavalcato il muro. Prendiamo un caffè, conversando del più e del meno. Poi deve andare. I treni, si sa, non aspettano. «Ciao Luba», la saluto, «buona fortuna». Il tempo della deportazione è finito.