testo di Luca Di Fulvio

foto di Rohit Chawla

Eccomi a Lahore. Oggi si trova in Pakistan, ma un tempo non tanto lontano apparteneva all’India dell’Impero Britannico. In ogni caso era ed è nel Punjab.

Sono qui a causa di un libro, per quanto incredibile o cretino possa sembrare.

Mi faccio largo in questo gran casino verso il punto dal quale voglio iniziare il mio viaggio. Quando parlo mi prendono per un angrezi, un inglese. D’altro canto io il punjabi o l’urdu non lo so. Alla fine arrivo dove volevo arrivare. Ho il libro in tasca. Leggo il primo paragrafo del primo capitolo.

“Sedeva, beffandosi delle ordinanze municipali, a cavallo del cannone Zam-Zammah, sul suo basamento di mattoni di fronte al vecchio Ajaib-Gher, la Casa delle Meraviglie, come gli indigeni chiamano il museo di Lahore”.

Chi è? Kim. Il ragazzino protagonista del romanzo di Kipling.

Non so perché ‘sto cavolo di ragazzino mi ha portato fin qua. Ma lo scoprirò, mi dico. Provo a mettere ordine. Mentre Kim se ne sta qui sul cannone, vede arrivare un vecchio strano. È un pahari, pensa Kim, un montanaro. Il vecchio viene dal Botiyal (Tibet) ed è un lama. E chissà perché, incontrando questo vecchio strambo che cerca un miracoloso Fiume della Freccia, Kim decide di diventare il suo chela, il suo discepolo. Mendica per lui, l’uomo Santo, e a volte, la notte, mentre girovagano per l’India, si domanda: «Chi è Kim?». E gli piglia una specie di agitazione quando gli frulla nella testa quella semplice domanda che però non ha una risposta.

Lascio il cannone e vado a nord, dove il vecchio lama e Kim si dirigono verso la fine del romanzo.

Comincio a salire anch’io, attraversando prima i bassi monti Shivalik. Non a piedi come loro. Non con la neve. Nemmeno a dorso di un cammello battriano. Io ho un catorcio con quattro ruote dicendo che assomiglia a una macchina. Qui dicono Allah kerim, Dio è misericordioso. Speriamo che questo cesso non muoia per strada.

«Chi è Kim?» mi risuona in testa mentre mi inerpico per regioni così solitarie e silenziose che mi sembra di sentire il rumore dei miei pensieri.

Perché quel ragazzino se lo domandava in continuazione? E soprattutto perché me lo domando io? Mi sto innervosendo. Lo odio ‘sto Kim!

«Non me ne frega niente di chi sei, Kim del…» urlo a un certo punto dal finestrino. Ma la frase mi si blocca all’improvviso in gola. Da dietro una roccia è comparso un tizio strano. Mi guarda senza muoversi.

Inchiodo. La macchina slitta sulla strada polverosa. Quasi lo piglio ma quello mica si sposta. Ora che sono vicino mi accorgo che è un vecchio. O forse è un bambino rugoso. Voglio dire, è chiaro che sia vecchio, ma ha due occhi da bambino. Che strano…

«Vuole un passaggio?» gli chiedo in inglese.

Il vecchio rimane immobile ancora per un po’, poi gira intorno alla macchina, sale e si siede. Non mi guarda. Sta seduto dritto come se avesse ingoiato una scopa e guarda davanti.

«Dove va?» gli chiedo. Mi accorgo di parlare a voce troppo alta. Come se urlando mi potesse capire meglio.

Comunque il vecchio capisce, evidentemente, perché punta un dito davanti a sé, fino a sbattere contro il parabrezza.

Guardo nella direzione che ha indicato. Ci sono monti e gole e monti e gole. Per l’esattezza davanti c’è l’Himalaya, immenso. Quel cavolo di dito spiaccicato contro il parabrezza è vago.

«Dove di preciso?» ripeto sempre a voce troppo alta.

Il vecchio ritrae la mano. Poi punta il dito di nuovo e di nuovo, lentamente, allunga il braccio, fino a sbattere ancora contro il parabrezza.

Ingrano la prima. Meglio muoversi prima che questo tizio si spappoli la falange dell’indice. Appena la macchina si muove il vecchio si volta verso di me e mi sorride.

C’è un modo di sorridere degli orientali che a volte ti fa pensare che siano deficienti. E a volte invece ti entra dentro. Tanto dentro. Questo vecchio non sorride come un deficiente. E io mi sento un po’ a disagio. E un po’ bene.

Accelero. Guido. C’è una specie di domanda che mi si agita dentro e credo di non volerla sentire.

Il vecchio guarda avanti per un’ora. E poi all’improvviso mi dice: «Tu chi sei?»

Inchiodo. E anche io guardo avanti, senza riuscire a voltarmi verso il vecchio.

Adesso fa freddo. Siamo ai piedi delle più grandi montagne del mondo. E forse comincio a capire perché un romanzo mi ha portato fin qui. «Chi è Kim?»

Non so per quanto tempo rimango in silenzio. So solo che ora mi sto voltando verso il vecchio.

Lui mi guarda con quegli occhi da bambino nella sua faccia da vecchio. Annuisce.

E allora sento che sto aprendo la bocca per rispondere alla sua domanda…