di Francesca Rosati
foto di Alexey Pivovarov/Prospekt |alexeypivovarov.com

Dima e Olga sono arrivati d’estate. Hanno scelto un villaggio abbandonato, circondato dalle montagne, e hanno costruito una piccola isba.

Da allora sono passati otto anni, la piccola isba oggi è la bania e tutt’intorno è sorta la casa più grande, secondo il tipico modello russo. Dima e Olga non sono più soli, con loro abitano più di dieci famiglie in altrettante case o yurte buriate disseminate in una vallata fiabesca. La maggior parte di loro viene da Čeljabinsk, la città più vicina, che dista duecentosettanta chilometri. Altri sono russi di origine ma tornano dagli Stati Uniti, dalla Germania, anche dall’Italia dopo avervi vissuto per molti anni.

Siamo nella oblast di Čeljabinsk, ad Alexandrovka, uno dei tantissimi ecovillaggi che sono sorti in Russia dagli inizi del Duemila, in una valle incantata incorniciata dalle catene montuose di Nurgush e Bakhty, immersa nella natura siberiana, la taiga, fatta di alberi alti e sottili, montagne e fiumi. Raggiungere il villaggio non è facile, anche i 4×4 spesso faticano perché gli ultimi venti chilometri sono insidiosi a dir poco. Solamente i grossi camion militari Ural hanno la certezza di arrivare. Gli Urali sono una zona nucleare ma Alexandrovka è circondata da diverse città segrete con regime militare che quindi tengono lontano l’inquinamento ambientale e umano. Tutto sembra voler accrescere il suo mistero e la sua magia.

Il trend degli ecovillaggi in Russia si diffonde con il libro Anastasia di Vladimir Megre, che racconta di una donna bionda che vive nella taiga siberiana da sola, comunica con gli animali e mantiene una forza spirituale che le permette di capire come cambiare la vita sulla terra per il benessere dell’intera umanità. La sua idea centrale è quella del bisogno della terra, minimo un ettaro per ogni famiglia, che consente di mantenere una famiglia numerosa e di vivere bene. Oggi non tutti gli abitanti di Alexandrovka sono discepoli di Anastasia ma tutti sono alla ricerca della loro spiritualità. Sono persone romantiche, sognatrici, per lo più provenienti dalle grandi città abbandonate perché non offrono più i due beni più preziosi: lo spazio e il tempo. La Russia ha zone sconfinate che non vengono utilizzate, dove puoi prendere il tuo pezzetto di terra e creare il tuo mondo, il tuo universo. E così hanno la terra, e hanno il tempo. Il tempo di pensare, di godere, di amare.

Ad Alexandrovka non c’è elettricità, l’acqua è quella della sorgente, l’energia quella del sole. Fino a pochissimo tempo fa non c’era nemmeno il telefono, solo da qualche mese è stata alzata un’antenna nuova a venti chilometri dal villaggio. Si vive a stretto contatto con la natura e nel rispetto di essa (quasi tutti gli abitanti sono vegetariani), lavorando i campi e producendo (quasi) tutto quello di cui si ha bisogno. Pomodori, cetrioli, zucche, zucchine, melanzane, peperoni, tutti ovviamente biologici, con semi raccolti dai nonni contadini o dai frutticoltori urali. Alcune famiglie seguono gli insegnamenti di Sepp Holtzer su un tipo di agricoltura biologica, la permacultura, per progettare e gestire paesaggi ad altitudini elevate, e riescono a produrre fino al settanta per cento del loro fabbisogno. Una giovane famiglia produce un buon miele di epilobio che qui cresce in abbondanza. La frutta non si riesce a coltivare così come le patate, ad esempio, ma quello che manca si può comprare nei villaggi vicini con le entrate economiche che la maggior parte delle persone ha da affitti o da vendite delle case cittadine.

L’estate c’è un fervore contagioso, si lavora tutto il giorno con grande entusiasmo, nei campi, nelle serre, nelle case e nelle yurte che vanno rinnovate in vista dell’inverno. Nelle serre si installano delle grandi stufe che permettono di prolungare il periodo di vegetazione, mentre le yurte devono essere adibite con un secondo strato di voilok (lana cotta) sulle pareti, un buon forno a legna e un pavimento rialzato. In più si costruisce un sotterraneo profondo circa due metri (profondità di congelamento negli Urali) per conservare i prodotti. Il 22 giugno è il giorno di Ivan Kupala (San Giovanni Battista), o la festa del solstizio estivo, quando le notti sono le più corte dell’anno. Si compiono riti slavi sul fiume e il cielo si riempie di un’esplosione di farfalle.

Si respira un’atmosfera speciale ad Alexandrovka, e si sente l’energia che sprigionano i bambini di cui il villaggio è pieno. I piccoli giocano con giochi inventati, improvvisati, costruiti da loro stessi o dai genitori, lontani mille miglia dai giocattoli imposti dalla società consumistica. E ogni anno nascono nuovi cuccioli, nonostante la mancanza dell’ospedale. Le donne che hanno già partorito nelle strutture pubbliche russe non vogliono più ripetere questa esperienza e preferiscono seguire i metodi alternativi come quelli di Igor Charkovsky, partorendo in acqua in ambienti calmi e rilassati senza alcun tipo di anestesia o assistenza medica vera e propria. In tutti gli aspetti della vita e della quotidianità c’è l’esigenza di fuggire dalle imposizioni del mondo moderno e di tornare ai cicli e ai metodi naturali, antichi, autentici.

Ma nemmeno qui è sempre tutto facile. L’inverno è rigido. E mantenere l’ecovillaggio, farlo crescere e perdurare, è sicuramente più difficile che crearlo. Alcuni abitanti sono estremisti, religiosi, fanatici, e vogliono chiudersi nel loro mondo piccolo, accettando solo le persone che seguono i loro stessi princìpi, neopagani per esempio; altri sono aperti alla diversità. Eppure, nonostante le difficoltà di comprensione, stranamente, il villaggio vive e cresce. E d’inverno, nonostante le temperature da Polo Nord, l’atmosfera è magica. Si sta a casa, ci si improvvisa artigiani, ci si riscalda intorno alla grande stufa. Anche i grandi giocano, e parlano, e si ascoltano.

Forse è questa la soluzione. Fermarsi, tornare alla natura, alla semplicità delle piccole cose, e riuscire così a ritrovare i rapporti, ad ascoltare noi stessi. O forse è solo un’altra tipologia di fuga dall’insoddisfazione intrinseca dell’animo umano. Venire in un ecovillaggio per scappare dai propri problemi è inutile perché essi prima o poi ti troveranno e saranno ancora più grandi e profondi rispetto a come erano in città, dove ci si poteva confondere tra le persone e le cose, dove non si aveva tempo. Tempo di pensare, di soffrire, di odiare.

Ne parlo con Alexey, un fotografo che ha costruito la sua casa nel villaggio, ma che sta per partire per l’India. Con la sua voce calma e lenta mi racconta che dopo averne costruita una con le sue mani gli è passata la voglia di avere una casa, come in un ciclo che si è concluso. Game over, new game. Tutto il mondo è sacro ed è la nostra casa, mi dice.

Ho capito qual è il mio posto e sono felice nel profondo, non solo qui.