di Stefano Malatesta
vincitore del premio Kapusciński 2012 come autore affermato
foto di Antonio Politano |antoniopolitano.com

Una mattina di fine luglio di molti anni fa, quasi un’altra vita, sono partito da Roma diretto in Sicilia, sopra uno scooter adorno di specchietti e di altri gadget inutili e vistosi, che appartenevano al precedente proprietario. Sportivamente, indossavo una maglietta blu, che dicevano mi stesse bene, e un paio di calzoni, all’epoca quasi sconosciuti, di fattura inglese, lunghi fino al ginocchio, che suscitavano sempre l’ilarità dei burini romani. Vedendomi partire così leggero, qualcuno dei miei familiari aveva accennato all’utilità di una maglietta di salute, un nome che suscitava in me un orrore profondo. Feci finta di non aver sentito. Ma, percorso nemmeno un chilometro, l’aria straordinariamente rinfrescante del mattino mi costrinse a indossare un pullover. Dietro di me era accovacciata, più che seduta, una ragazza del Nord Europa, che avevo conosciuto l’anno prima. Io non ero mai stato a sud di Salerno, e la Sicilia mi sembrava un luogo remoto, che non mi attraeva affatto. Era stata quella ragazza, mentre eravamo seduti in un caffè della piazza reale di Stoccolma, nell’ombrosa frescura di un magnifico giardino, che si era piegata verso di me e mi aveva sussurrato, in perfetto italiano: «Il mio più ardente desiderio è quello di visitare la Sicilia». La ragazza si chiamava Ulla, aveva diciannove anni, uno più di me, seguiva corsi di filosofia all’università e sapeva tutto o quasi tutto su Kierkegaard. Per mantenersi lavorava come infermiera in un’elegante clinica della città. Non conosceva l’italiano e aveva imparato a memoria quella frase per dare un tono convincente alla richiesta. Io ero rimasto incantato dall’aggettivo “ardente” e le avevo fatto una solenne promessa: l’anno prossimo, a luglio, se i primi esami dell’università avessero avuto il successo che mi attendevo, l’avrei chiamata a Roma e saremmo partiti per l’isola. L’avrei portata fino a Capo Passero, il promontorio più a sud d’Europa, che risultava sulle carte geografiche ancora più a sud di Capo Bon, in Tunisia. Nei secoli passati il suo nome veniva scritto nelle carte geografiche con le esse molto allungate, che potevano sembrare delle effe. E da ragazzo avevo creduto che si chiamasse Capo Paffero.

Ulla aveva la statura di un capitano della nazionale di basket e delle forme che gli americani chiamano gorgeous, perfette ma sovrabbondanti, che teneva imbrigliate, senza mai riuscirci completamente, con corpetti e maglie aderenti come cerotti. La sua pelle chiara aveva quella luminosità che diffondono i paralumi di seta color avorio e odorava di torta di mele e di marmellata di albicocche. Dopo il nostro primo incontro, decisi che non sarei ripartito da quella meravigliosa città del nord se prima non mi fossi dedicato ad un rito antropofago. Come i polinesiani d’origine maori delle Hawaii si erano cibati delle carni di James Cook, il grande navigatore, per impadronirsi del suo potere magico.

La rivedo altissima e torreggiante, linda e senza un’ombra di trucco, nella sua divisa da infermiera, con il grembiule a quadretti bianchi e celesti e una crestina bianca che svettava sulla fronte, simile a quella degli elmetti dei granatieri prussiani, che verso le sei di mattina, già pronta per andare in ospedale, lasciava sul comodino al turpe italiota, quale ero io, del caffè bollente, rinchiuso dentro un thermos e uno zabaione, come da istruzioni. E ogni volta, ancora mezzo addormentato, cercavo di abbrancarla, eccitato dalla divisa. Ma lei mi respingeva con una dolcezza infinita, mormorando: «Dopo, dopo…» e partiva, mentre io mi rimettevo a ronfare sotto le coperte.

Ero arrivato in Svezia attraversando l’Europa con una Seicento gialla con i sedili reclinabili. Ancora in rodaggio. Non potevamo superare i settanta chilometri all’ora e non ricordo come abbiamo fatto a resistere alla noia che ci procurava crampi alle gambe. Il mio compagno era un ricciolone, borgataro di aspetto e di accento, che nascondeva un’anima piccolo-borghese. Portava un colletto della camicia alto un palmo di mano, e lasciava i bottoni aperti su un mazzo di setole nerastre che fuoriuscivano dal petto. Aveva letto da qualche parte che il Foscolo, in esilio in Inghilterra, conquistava le pallide figlie di Albione appendendosi un parrucchino sopra il torace glabro: non c’era fanciulla capace di resistere alla vista di quel cespuglio osceno. Doveva avere lo stesso incomprensibile potere di attrazione sensuale dei piedi delle giovani aristocratiche cinesi, ridotti dalle fasciature a estremità simili a ripugnanti zoccoli. Il ricciolone aveva pensato di adoperare una tecnica similare di fascinazione anche nel Nord Europa.

Non mi ricordo perché mi fossi trascinato dietro un tipo simile. Sapeva bene l’inglese e cercava sempre di correggere i miei numerosi errori fino a quando gli dissi che, se avesse continuato a farmi osservazioni, avrei strizzato le sue palle in una tagliola. Vantava anche un indirizzario che diceva scelto e abbondante di ragazze. Ma quando arrivammo nella città del nord, stanchi e nervosi per il viaggio interminabile, si materializzò solo un indirizzo. Era troppo tardi per girare ancora e seguimmo quell’unica indicazione senza troppe speranze, rassegnati al peggio. Finalmente ci trovammo davanti a un tetro palazzo della città vecchia, con finestre simili a feritoie e una porta blindata. Era sabato e io suonai a lungo, da maleducato, perché ero troppo stanco per adoperare le buone maniere. Dopo qualche tempo il portone cominciò ad aprirsi, emettendo cigolii sinistri. E io dissi: «Siamo finiti allo Spielberg. Vedrai che adesso compare Maroncelli». Invece apparve un lungo corridoio dove si aprivano numerose stanze, dalle quali facevano capolino sette-otto testoline bionde, che ci guardavano con una curiosità che non erano riuscite a nascondere. Era un pensionato femminile, abitato da studentesse, che si stavano preparando per andare a zonzo per i locali della città e non c’era nessuno a controllarle, perché era sabato e la custode aveva preso il suo giorno di libertà.

Rimanemmo per qualche secondo assolutamente immobili, come paralizzati da quella fortuna che ci era capitata. Poi, superando l’antipatia reciproca, ci gettammo l’uno nelle braccia dell’altro gridando: «Hurrà». Rimanemmo lì a dormire fino a quando, nei giorni successivi, non trovammo un appartamento. Ulla viveva nel pensionato: io volevo essere libero da impegni troppo stretti e la vedevo saltuariamente. Solo verso la fine della vacanza decidemmo di metterci stabilmente insieme. Aveva capito il mio amore per i viaggi e la sera mi leggeva a puntate la storia di Nils Holgersson, il ragazzo che aveva fatto un fantastico viaggio intorno alla Svezia aggrappato al collo di un’oca selvatica. Ascoltando quell’avventura incantevole immaginavo che Nils dovesse vedere il grande nord dal punto di vista di Saul Steinberg e delle sue meravigliose mappe a volo d’uccello.

Ritornato a Roma, col passare dei mesi il ricordo di Ulla si era andato sfumando. Durante tutto l’inverno le feci solo tre o quattro telefonate, e sembrava un rapporto destinato a perdersi per le nostre lontananze. Ma a luglio il successo degli esami, i primi che facevo all’università, riportò a livello conscio la solenne promessa dell’anno prima. Il pomeriggio stesso del giorno dell’ultimo esame andai alla Posta, spedendo ad Ulla questo telegramma: «Si parte». Due giorni più tardi si presentò a casa mia con i capelli lunghi fino al ginocchio e un corpo che non voleva saperne di essere coperto, e cominciai a pensare che il nostro viaggio a sud avrebbe comportato qualche rischio.

Partimmo alle prime luci dell’alba come due eroi di un feuilleton. All’inizio faticavo a tenere in bilico la Lambretta perché Ulla non stava mai ferma, modificando continuamente l’assetto, e rischiavamo a ogni passo di cadere. Poi la ragazza si quietò e il viaggio diventò più tranquillo. Per andare a sud si prendeva sempre l’Appia, la regina delle strade, come ci avevano insegnato a scuola, che costeggiava le paludi pontine, bonificate durante il fascismo. Io ero stato solo due o tre volte a Terracina e avevo anche visitato l’abbazia di Fossanova. Tutti questi luoghi mi sembravano estremamente familiari, come se li avessi frequentati da sempre, per aver già visto quei paesaggi in centinaia di tele, dipinte da artisti del nord che ogni anno scendevano lungo itinerari che erano sempre gli stessi. Quella che stavo attraversando era ancora l’antica Italia, dalla grazia bucolica e agreste, pastorale e magica: «Et in arcadia ego». I paesaggi sembravano stesi con il pennello, con delicate campiture, come disegnati a regola d’arte e le case avevano l’aspetto di dadini bianchi, come messe lì per dare profondità alle tele. L’autostrada del Sole era ancora di là da venire e dopo la Campania Felix cominciammo a salire lungo una strada dissestata che si inerpicava in lunghe volute a gomito sulla fortezza del vallo lucano, un massiccio battuto da un sole chiaro e penetrante. Ulla pressava il suo corpo stringendomi le braccia, emozionata, sussurrandomi: «Questi odori, questi profumi… la testa mi gira. Sembra di stare nel giardino di Klingsor». Ed io, che allora non sapevo chi fosse Klingsor e che aspetto avesse questo giardino, rispondevo: «Ah, sì, sì», e acceleravo la Lambretta. Arrivati al passo, sotto di noi si stendeva il golfo di Sapri, dal colore turchiniccio, attraversato da una barca gialla che scendeva e saliva sulle onde. Non si vedeva nessuno in giro e un silenzio assoluto avvolgeva questo mondo incantato, anche le cicale tacevano: c’era un’atmosfera così intensa come non avevo mai conosciuto, in qualche modo pagana, senza che sapessi dire perché.

Il mare era sempre vicino e il suo odore ci accompagnava anche quando la strada girava verso l’interno. Ogni tanto, percepivamo come un balenio verde e azzurro simile a un martin pescatore che sfrecciasse tra le rocce e le colline dalla parte del mare. Erano calette nascoste da pini marittimi e da tutta la macchia mediterranea che s’immergeva nell’acqua diffondendo intorno a sé un odore intenso di rosmarino. Continuavamo a non incontrare anima viva, e facevamo dei bagni rapidi e ripartivamo quasi subito senza asciugarci. Poi le calette scomparvero e cominciarono ad apparire le immense distese sassose delle fiumare, che avevano l’aria di aspettare la loro trasformazione in land art. Nei punti più alti di queste collinette di sassi i paesani, finalmente visibili, avevano creato degli accampamenti che ricordavano quelli dei beduini nel Negev, fatti con teli tenuti in piedi da lunghi bastoni. Sotto, al coperto, si intravedevano vecchi in giacca nera di panno, seduti su sediette di paglia che si erano portati dal paese, stretti gli uni contro gli altri, mentre fumavano mozziconi di sigari. E donne magre con i lineamenti segnati e forti che avevano accompagnato i loro figli a fare il bagno. L’immersione in acqua prevedeva riti complicati e schiamazzanti e veniva seguita con nervosa attenzione, come se i ragazzini si dovessero tuffare nelle gole minacciose del Maelström, e non nel placido Tirreno. Ogni tanto si sentiva un grido lacerante, che incrinava il silenzio azzurro pervinca del cielo calabrese. Era l’urlo di una madre che richiamava il figlio allontanatosi di qualche metro dalla spiaggia.

Eravamo già in Calabria e non ho mai più rivisto paesi simili a quelli che si scoprivano nella parte finale del viaggio peninsulare. C’erano dei caffè meravigliosi che risalivano alla fine dell’Ottocento, con poltrone rosse di velluto e una vista portentosa sul mare che subito s’immergeva in profondità oceaniche dando all’acqua un colore blu molto accentuato, un colore che ho sempre associato ad una natura ricca di fauna ittica. Questi caffè diventarono per un paio di settimane la nostra casa, il nostro ufficio, e il punto di partenza per escursioni nei dintorni. Dopo esserci impadroniti di due o tre tavolini, sotto lo sguardo perplesso dei proprietari, ordinavamo una bottiglia di Cirò e granite che si succedevano l’una con l’altra. Poi, avendo ricevuto il permesso, tiravamo fuori da una sacca di tela i cibi propri: soppressate, pane cotto al forno, caciocavallo silano, mostaccioli di Reggio Calabria ed altre meraviglie. Eravamo l’attrazione di ogni paesetto che attraversavamo e i calabresi ci dimostravano una tolleranza che normalmente non rientrava nel loro risentito carattere. Qualcuno sentendo che parlavo italiano si avvicinava fino a toccarmi e chiedeva: «Ma voi, italiani siete?» Naturalmente gli ammiratori erano tutti per Ulla, che aveva una natura benigna e faceva finta di ignorare le attenzioni troppo ravvicinate per non offendere con un gesto sgarbato.

Arrivati a Messina ci andammo a infilare in un’arena dove davano un film storico di Hollywood sui romani del Basso Impero, ritratti nello stile di Cecil B. DeMille: un’accozzaglia di turpi individui che passavano tutto il loro tempo sdraiati sui triclini a piluccare uva dalla mano rovesciata all’indietro. Quando si accese la luce, ebbi un momento di panico. Molti spettatori, approfittando del fatto che le sedie di legno dell’arena non erano fissate al terreno, avevano compiuto una furtiva marcia di avvicinamento, e ora ci stringevano come in una morsa. E guardavano Ulla, l’unica donna presente al cinema, con un’intensità simile alla mirada fuerte che i señoritos sivigliani degli anni Trenta applicavano alle señoritas mentre scendevano lungo il paseo a braccetto delle madri.

Arrivammo a Capo Passero quando il dinero messo da parte stava finendo. Anche le case dei pescatori ci sembravano ora troppo care, e decidemmo di compiere un’ultima deviazione verso la spiaggia dei Macconi, uno splendido tratto di costa, ora ricoperto completamente dalla plastica delle serre di quei pomodorini chiamati Pachino. Ma allora frequentato esclusivamente dalle testuggini marine, che venivano a nidificare sulla spiaggia sicure di non essere disturbate. Ovunque si vedevano le loro tracce, mescolate ad impronte di uccelli, come la gallinella d’acqua, i piro piro e i gabbiani. Prima di partire Fulco Pratesi, leggendario segretario del WWF negli anni gloriosi, avendo saputo del mio viaggio nella Sicilia occidentale, mi aveva comandato di andare alla ricerca di un uccello unico, autoctono e assolutamente dada: il “pollo sultano”, dalle zampe arancio vivo e dalle penne blu cobalto. Non credo che se lo fosse inventato e aveva anche scritto una poesia che incominciava così: «Il pollo sultano / è un animale assai strano…» Sarei stato felice di aver incontrato un uccello così colorato, più simile all’araba fenice che a un uccello reale, ma non trovai nessun segno della sua presenza e quando chiesi informazioni a qualche locale, quelli pensarono che fossi matto.

Il desiderio di dormire sulla spiaggia era stato un leitmotiv del nostro viaggio e i Macconi sembravano un luogo ideale per esaudire questo desiderio, sfidando l’umidità del mare. Ulla si mise a raccogliere tutti i tronchi odorosi gettati dalle onde sulla spiaggia e ne fece un grande falò sistemato al centro di una buca ampia come un letto a due piazze e profonda una decina di centimetri. Quando i tronchi si trasformarono in una brace consistente, ricoprì tutto con la sabbia, una tecnica che aveva imparato dai lapponi nel nord della Svezia. Avevamo un letto così caldo ed eccitante, che è rimasto come una delle immagini più sentite di tutto il viaggio.

Era passato un mese e mezzo dalla nostra partenza e prendemmo un traghetto per Napoli. L’idea di separarci non mi rattristava come avrei voluto. L’affetto per Ulla era molto forte, o almeno così credevo. Ma capivo che poteva diventare un intralcio per la mia libertà deambulatoria e la mia irrequietezza congenita. Comunque fosse, ogni malinconia svanì per un curioso episodio, possibile solo a Napoli. Mentre la attraversavamo in marcia di trasferimento a piedi, arrivati alla piazzetta Mondragone, improvvisamente un signore alto, con gli occhiali da sole scuri, che indossava una giacca di lino tagliata alla tirolese, così almeno mi parve, ci sbarrò la strada. Ignorando completamente la mia presenza, fece un rapido mezzo inchino a Ulla – niente di spagnolesco, per intenderci – e disse queste esatte parole arrotando leggermente la erre: «Chi è più bella ’e te, se trucca». Poi lestamente riprese il suo cammino col passo allegro di chi sentiva di aver fatto il proprio dovere.

In quelle poche ore che mancavano alla nostra separazione, avremmo ripetuto decine di volte la scena con il signore napoletano. Ulla non aveva capito nessuna delle parole che aveva detto, ma era consapevole di aver ricevuto il più poetico complimento della sua vita. Alla stazione Termini, davanti al treno che stava partendo per Stoccolma, ci stringemmo fortemente senza baciarci. E lei, con quell’aria spavalda che nascondeva una immensa tenerezza, mi mormorò all’orecchio ridendo: «Ah, quel giardino di Klingsor!» Arrivò a Stoccolma in due giorni, ma io ero già partito per Parigi senza che avessi neanche accennato a questo mio nuovo trasferimento. Dopo Natale mi arrivò una sua fotografia: Ulla era raggiante, indossava un montone bianco che la faceva sembrare la reginetta delle nevi, ed era invece la normale divisa dei postini di Stoccolma. Sul retro della fotografia aveva scritto: «Non ti hanno insegnato che a Natale si fanno gli auguri? Fatti vivo, Ulla». Non l’ho mai più rivista.