testo e foto di Cinzia Venezia e Ivan Cortellessa

Quello che sto per raccontarvi è un viaggio tra il presente e il passato. Vorrei narrarvi di quell’America che ho immaginato tra le dita di mani operose, quelle mani che l’hanno costruita, di quelle persone che dopo un viaggio disperato hanno contribuito a creare quell’America che prima ho sognato e poi vissuto.
L’America, o come spesso si leggeva su lettere o manifesti propagandistici di inizio Novecento “La Merica”, quel posto lontano, quel mondo immaginato, sperato, romanzato, come un luogo colmo di speranza, per una libertà tanto agognata, patita, costruita su solide fondamenta e nuovi principi.
Il mio viaggio, oggi, in questo presente scellerato, si svolge interamente a New York che è caos, è arte, è traffico, è fantasia, è rumori, è maestosità, è persone che si muovono, che vivono freneticamente la loro vita, senza sosta, crescendo, costruendo, distruggendo e ricreando.
Questo è anche un viaggio in quel lontano passato, dove uomini e donne conducevano una vita umile e povera, con l’obbiettivo di sopravvivere alla giornata, ad un’esistenza senza futuro, senza speranze nel loro paese di origine.
Si tratta di un viaggio fisico e immaginario allo stesso tempo, dove ho cercato di confrontare e collegare gli aspetti più interessanti della Grande Mela con tutto quello che la storia degli uomini mi ha insegnato. Ho visto superstrade e vicoli, case basse e grattacieli immensi, automobili, persone, semafori, tombini fumanti alla Blade Runner e venditori di hotdog. Tutto sotto un cielo minaccioso e plumbeo, come se già la città e le sue tentazioni non bastassero a confondere e coinvolgere irrimediabilmente ogni mente.
Il mio sguardo ha seguito molte strade, ha attraversato molti incroci, ha percorso vie obbligate e senza scelte, cercando di ricreare mentalmente la situazione emotiva e fisica di quelle povere anime che un secolo fa hanno contribuito a ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti.
A testimoniare il loro passaggio restano non solo carta e ricordi, ma strade, ponti, palazzi, grattacieli che dall’inizio del secolo sorgono immensi come pilastri a sostegno del cielo. Oggi affiancati da torri infinite di vetro e acciaio, sembrano voler raschiare un po’ di blu del giorno e un po’ di stelle della notte.
Contrariamente a quegli emigranti, per quelle vie ho la possibilità di disegnare la mia strada in un viaggio verso “La Merica” e questi due aspetti, presente e passato messi a confronto, hanno generato in me pensieri, idee e storie che hanno fatto del mio incontro con New York un’avventura centenaria e surreale.
In giro per Manhattan, terra della tribù indiana dei Lenape, porto marittimo per merci e persone, ho immaginato e visto una madre imbarcatasi con i figli per raggiungere il marito. Lei ha trentotto anni, sciupata, povera, stanca e analfabeta. L’ho vista attraversare strade, provare a chiedere informazioni in uno stentato italiano perché l’americano di certo non lo sapeva. L’ho vista dormire per terra, chiedere l’elemosina agli angoli delle strade. L’ho vista bianca, nera, gialla, portoricana, africana, irlandese o australiana. Che importa? È sola con i figli, ma ad attenderla, qui, c’è La Merica.


È partita insieme con me dall’Italia, io in otto ore di aereo, lei in cento giorni di nave attraverso l’oceano, lungo un’avventura estenuante e a tratti terrificante, in condizioni penose, stipata come una sardina, tra vomito, malanni e sofferenze.
Questa è la storia di tutte quelle madri e di tutti quei figli del Nuovo Mondo, che, oggi come ieri, cercano una nuova vita lontano da quella che era la loro casa.
Cammino per la città e la vedo, spaventata, smarrita in profonde attese, ferma a riflettere su forti sospetti, davanti a sensi unici e vie obbligate. Mi vedo perso tra una moltitudine di gente indifferente, seguo le auto sfreccianti lungo le grandi avenue, mi dirigo verso Downtown, verso la via del muro, Wall Street, per poi arrivare a Battery Park dove un affollatissimo battello mi aspetta per andare a visitare Liberty Island e Ellis Island. A Ellis Island ci è passata anche lei, come tutti del resto, dopo essere rimasta senza parole nel vedere la fiaccola della libertà che illumina il mondo. E come lei, anch’io non riesco a restare indifferente alla maestosità di questo simbolo che orgogliosamente si staglia all’entrata del porto sul fiume Hudson.
Tutti vengono in questa città almeno una volta nella vita. Ricordatevi che non potrete dire di aver visto “La Merica” se non visitate il museo di Ellis Island dove, vi avverto, vi mancherà l’aria, vi sentirete soffocare, avrete bisogno di sedervi, ma non per il caldo o per la fatica, no, per il dolore che quelle mura ancora trasudano, per l’angoscia che si respira, per l’amore che si è rafforzato nel momento più buio, quello della disperazione, a causa delle sofferenze che milioni di persone hanno lasciato in quel luogo, trascorrendo la loro quarantena.
Usciti di li, credetemi, vedrete il mondo in modo diverso.
Diceva bene Baricco, nel suo “Novecento”. C’è sempre uno che per primo la vede, “La Merica”. A me piace pensare che quella madre sia una di queste persone, che da sempre aveva già quell’istante stampato nella vita. Tanto che da bambina, se la guardavi negli occhi, se guardavi bene, già la vedevi, “La Merica”.
Seduto su una panchina del parco, guardando i gabbiani giocare con il vento, provo a pensare all’emozione, alla fatica ripagata ma tutt’altro che conclusa di chi, dopo aver viaggiato in condizioni estreme, al momento dell’arrivo, credendo che il peggio sia ormai passato, si ritrova a dover affrontare la prova più dura.
Se non si era idonei per ragioni di salute fisica o mentale o si era riconosciuti come delinquenti dalle autorità, si veniva rispediti a casa. Chi riusciva a restare, gente completamente impreparata ad affrontare il nuovo ambiente per via dell’incapacità ad esprimersi in inglese, si trovava subito alla mercé di connazionali senza scrupoli che speculavano sulla loro pelle truffando, affittando per malpagati lavori di “pick and shovel”, di picco e pala.
“Mamma mia dammi cento lire, che in America voglio andar…”, imploravano una volta i giovanotti meridionali sull’aire di una canzone allora molto in voga.
In quegli anni, “La Merica” aveva un significato particolare: non era solo un luogo al di là del mare, era un sogno dall’altra parte della vita.
E io, nel XXI secolo, giro per quelle strade, a piedi, in taxi, in metropolitana, al sicuro, senza preoccupazioni. Per quelle strade da dove non si vede l’orizzonte. Sognando ed immaginando altri tempi ed altre persone.