di Francesco Furlan

«Il tuo vagabondaggio è un’opera d’arte. Ma un’opera d’arte non è una fuga»
Jean Genet

La terza volta in vita mia che andai negli Stati Uniti (New York), andai con un terribile e mostruoso e ardente desiderio interiore: quello della fuga.
Per Dio! C’erano anche altre cose che mi soffiavano dentro, tra cui, per esempio: l’esigenza di compiere non una, ma più esperienze possibili (possibili immaginabili) tanto per essere chiari, o quella del sogno, ovviamente, di qualsiasi individuo che parte alla ricerca del suo incontrastato e illuminato e irriducibile sogno d’artista.
Poi ce ne sono anche altre, come la lingua per esempio, ma di minore importanza.
Ma fu lei la vera protagonista, la vera regina. La vera rovina. La fuga, per l’appunto.
Ma questo, tutto questo, ciò che Genet capì prima di tutti, io ancora non lo sapevo. L’ho capito dopo, per l’esatezza due anni dopo, quando ritornai in America spoglio di tutto, privo da quell’assillante sensazione di fuga, da quel morboso desiderio di sparire e soprattutto far sparire ogni cosa, qualunque cosa, mia.

Quando io e altri tre amici, dopo essere stati a New York per qualche giorno, partimmo in automobile da Chicago direzione St. Louis, inaugurando la parte on the road del nostro coast to coast che ci avrebbe portato fino a San Francisco, capimmo subito una cosa, all’unisono, appena ci trovammo tutti e quattro fuori dalla macchina a pisciare all’aria aperta su qualche ciglio di Route 66 da qualche parte dell’Illinois: che il cielo americano è diverso, diverso da tutti gli altri.
Cose che in città, grandi città come New York o Chicago, non puoi notare, preso come sei a guardare la bellezza che l’uomo ha creato. Come i palazzi, per esempio, almeno nel mio caso.

 

Ma quando stai fuori, fuori da quelle benedette e maledette Casbeh, e cominci a vedere la bellezza che la natura ha creato, beh, allora la prima cosa che noti è il cielo.
Un cielo più celeste e più infinito di qualunque altro. Un cielo difficile da spiegare, se non lo si è visto. È un po’ come quella faccenda dell’Haiku per Roland Barthes, quella cosa che spiegava ai suoi studenti di scrittura creativa, di provare a tentare di scardinare con lo sguardo ciò che ci circonda, per metterlo sul foglio, nel testo, per il romanzo nuovo, la nuova scrittura, per la vita nova; non una linea spezzata, interrotta, ma piuttosto un punto o una punta sospesa, dove si ripone tutto il tempo contratto in un istante.
Questo è per me il cielo d’America. È il mio Haiku.
Con tutte le sue frustazioni e le sue contraddizioni, le sue libertà e le sue catene, nascoste dietro a quelle nuvole alte ma non troppo lontane, larghe e bianche come la magnificenza. Come la voce di Otis Redding.
Quando arrivammo a St. Louis, verso sera, io ero emozionato, più emozionato che mai. Il sole stava tramontando e i vapori del Mississippi cominciavano piano ad aleggiare nell’aria, formando piccole bolle di umidità che a tratti sembravano ombre, spettri.
Stavo nella città di Josephine Baker, Thomas Eliot, William Borroughs, di Miles Davis cazzo! Ma soprattutto del grande, ineguagliabile, invincibile: Chuck Berry. Il vero dio e creatore del rock and roll.
Le case in mattoncino rosso avevano ormai lasciato posto ad altre in legno, soprattutto bianco, e in una di queste ci fermammo. C’era una grande quercia, nel retro, con una grande bandiera americana attaccata nel mezzo. L’odore era quello della palude. Quell’odore acre, forte e selvaggio che ti mette in guardia, incute timore e conduce a portare rispetto.
Due ragazze ci vennero incontro dicendoci che c’era posto. Non mi ricordo il nome di quell’ostello, ma era fantastico. C’era questa sala immensa, solo una, piena di letti e di finestre e di lampadari (almeno tre) e di tappeti. Non c’erano tende, anche se le finestre davano sulla strada, e a pensarci bene quella fu l’unica cosa che non mi piacque, e non certo per la privacy, ma perchè sono tappezziere (oltre che scrittore, naturalmente).
Le due ragazze non erano americane ma di qualche posto dell’Est Europa, non so perché stessero e lavorassero lì, forse nemmeno glielo chiesi; ci raccontarono un po’ di cose di St. Louis, che era una città fantastica, a tratti grottesca, magica, funambolica. Piena zeppa di musicisti, musicisti che si potevano sentire dappertutto e a qualsiasi ora, giù nei locali di Lafferty Street. Che il centro era stato ricostruito completamente, e che dovevamo stare attenti (in campana più che altro) che in giro c’erano parecchie baby gang.
Quello fu il discorso che affrontammo durante la cena: le baby gang.
«Ma guarda se dobbiamo parlare di baby gang nella città di Miles Davis e Chuck Berry, è ridicolo!», tuonai io, scocciato (anche se l’argomento mi angustiava non poco), addentando un hamburger. «Tanto se ci attaccano, l’unico che picchiano sei tu», mi disse un altro.
Non replicai, non feci in tempo, visto che intanto un altro, con la guida in mano, ci interruppe dicendoci che c’era questo locale, il Blueberry Hill, dove Chuck Berry suonava ancora almeno un mercoledì al mese, nel piccolo bar seminterrato.
Era mercoledì.
Il Blueberry Hill, proprio come quella meravigliosa canzone di Fats Domino, sembrava un posto magico, fuori dal tempo. Uno di quei locali che avevo sempre immaginato pensando ai grandi musicisti neri americani. Il tutto era di legno, o di ferro, o al massimo di paglia. Non c’era la minima traccia della plastica in giro, se non le cannucce nei vasetti sul bancone del bar. Il pavimento era di marmo, formato da grandi quadrati a scacchi bianchi e neri.
Tutti noi altri, tutti e quattro assieme, mai avremmo pensato che quello sarebbe stato quel mercoledì, quel giusto mercoledì. Eppure, insospettiti dalla sala vuota del locale e dal frastuono che proveniva dal seminterrato, decidemmo di scendere.

Quando scendemmo lo vidi subito, quel fantastico negro d’America. Con indosso la sua chitarra a tracolla e il suo berretto bianco da marinaio. Col suo completo blu e i suoi mocassini neri e il suo sguardo lucente e furbo e dolce e forte. Avrà avuto ottant’anni e pure io sembravo suo nonno, o suo zio, per quanto era bello e in forma.
Lo amai, lo amai perdutamente.
Non disse niente, fece l’occhiolino alla piccola e affollata folla davanti a lui e sparì nel retro.
Il concerto era finito.
«Ma era davvero Chuck Berry?». «Sul serio, ma sul serio era lui?» non facevo altro che chiedere a tutti, in giro. «Sure, sure», mi rispondevano in coro, quasi infastiditi, se non offesi, dalle mie domande. «Benvenuto in America, ragazzo!» mi disse uno, un omone sulla cinquantina con dei folti baffi rossastri, tracannando una birra da un grande boccale.
Quando ritornammo di sopra eravamo tristi. Tristi e depressi per quello che ci eravamo persi.
La storia ci aveva offerto una grande occasione, e noi ce l’eravamo lasciata sfuggire.
Intanto, oltre alla tristezza, si era aggiunta a noi anche la paranoia, visto che il locale si era riempito di giovani ragazzi dall’aspetto poco raccomandabile, per la maggior parte vestiti come dei rapper. Le famose baby gang erano arrivate.
Non ci dissero nulla, ma di tanto in tanto qualcuno di loro ci guardava in cagnesco. Nel frattempo avevamo stretto amicizia con due teneri e gioviali vecchietti. Sembravano dolci e avevano entrambi uno sguardo e un aspetto pacioso. Ci raccontarono del concerto di Chuck, il gran vecchio Chuck, che era sempre lo stesso da più di cinquant’anni, e poi dell’Italia, che ci erano stati molte volte e che l’amavano, e tutto filava liscio, e anche noi ci sentivamo più tranquilli, consci e sicuri della loro protezione.
Ma a un certo punto uno dei due, d’improvviso, prese il suo bastone da passeggio e lo sbattè violentemente sul tavolo, rovesciando i bicchieri, incominciando a urlare, e anche l’altro, come contagiato dalla pazzia del compare, prese a inveire e a insultarci ad alta voce.
Ci urlavano contro frasi grondanti d’odio. Uno era così nervoso che sbavava quasi, e l’altro era così matto da fare anche dei piccoli e stupidi e patetici balletti.
Notammo che le baby gang si stavano avvicinando e così uscimmo di corsa dal locale, correndo il più veloce possibile. Appena fuori inciampai su un vaso e caddi. Quando mi rialzai vidi dal vetro del locale i due vecchi psicopatici che mi mandavano a quel paese mostrandomi il dito medio e, vicino a loro, qualche pivello delle baby gang che se la rideva, rideva a crepapelle.
Ci rifugiammo dentro un altro locale. Dei neri stavano suonando del jazz all’impazzata. Il pubblico li seguiva con ardore, seduto al proprio tavolo con il drink in mano, scuotendo il capo e le mani a ritmo di musica.
Raggiunsi il mio amico al bancone: «Perché prima hai detto che se ci avessero attaccato avrebbero picchiato solo me?» gli chiesi infilando un braccio nel suo. «Era solo una battuta, non te la prendere», mi rispose dandomi un buffetto. «Beh, per poco ci prendevi», proseguii io mettendomi a ridere. Anche lui rise. Ci abbracciammo, e poi disse: «Guarda lì», indicandomi con lo sguardo una foto in alto dietro al bancone.
Era una vecchia foto dei Rolling Stones.
Per Dio, erano così belli. Cinque ragazzini bianchi che sognavano di essere dei negri d’America.
La guardai bene e mi sentii così felice che quasi mi scappò da piangere.