di Collettivomensa
foto di Stefano Tripodi | stefanotripodi.com

Solo quando nevica sembra tutto quasi perfetto. Non si vedono le baracche di lamiera, le recinzioni decadenti, i detriti di macchine in disuso. Non si vede l’opaco sfocato dei pixel della realtà. E’ tutto coperto di bianco e di luce riflessa, in un ottimo assetto dei colori. Quando la neve si scioglie, riemerge tutto a poco a poco. L’erba ritrova l’energia di stare in piedi, come i capelli dopo un po’ che non gli usi shampi.  Le ruote l’aderenza per far girare le macchine.

 

Il mio ragazzo si chiama Pino Scannamonaca, è un nazista con le spalle larghe. Mi ha corteggiato parlando di libertà e rivoluzione sessuale e ora mi tradisce. Lavora di notte come guardiano dell’autosalone. Vado ogni giorno a pranzo da lui e poi facciamo l’amore con la pancia piena mentre alla tv danno il TG3. In camera ha dei poster di Che Guevara e Groucho Marx. E’ un romantico perduto e mai gli è passato per la testa di avere le idee confuse.
Quelli della valle accanto ci chiamano picapuòrch, cioè picchiaporcelli, ma l’origine del nome non è chiarissima. Dai discorsi che ho sentito al bar le ipotesi sono tre: o i nostri avi picchiavano lattonzoli per migliorare la qualità del lardo, oppure picchiavano quelli della valle accanto, oppure ancora picchiavano i maiali spersi sulle montagne. In ogni caso, sicuramente siamo di stirpe violenta. Ogni volta che si parla di quelli della valle accanto il mio ragazzo, senza troppi indugi, organizza con i presenti delle spedizioni punitive contro di loro. «Quelli dell’altra valle vanno bastonati perche’ razza inferiore e bastarda», sue testuali parole. Ogni volta si armano di bastoni e di forche che prendono dalla stalla di Tetè, e partono coraggiosi e fieri alla volta delle montagne sulla Golf nera di Pino. O meglio così dicono loro. In realtà non penso che abbiano mai attraversato le montagne.
Il posto dove lavoro è il bar dello scasso, che ci funziona da cinema, dove i clienti sono sempre gli stessi e sembrano appena usciti da un film di Franco Frank Martinelli, dove il regista cerca a tutti i costi di ficcarci una qualsivoglia morale che poi va a identificarsi quasi sempre con il «non seguite il loro esempio, perché loro finiscono male». Il mio lavoro è riuscire a servire birre respingendo l’universo di maschietti allupati che si riversa su di me, che sembra infinito e invece è come il mare, che si rigenera sempre. La sua riva è il bancone del bar, e le sue onde sono le braccia degli avventori.
C’è l’avvocato per niente ubriaco che cerca di rimorchiarmi con delle citazioni imparate male e a memoria dai fumetti di Tex Willer. «Pupa, io ti faccio morire…dal ridere». E io rido.
Ci sta la coppietta di motociclisti con lei che prende sempre quellocheprendelui. Lui lavora in banca e spende tutti i soldi che guadagna per comprare giacche Dainese con le protezioni. La sua tipa non lo sa, crede che quei soldi li faccia rapinando drugstore, e lui ama farglielo credere. Il suo ludibrio è sentirla aggrappata ai suoi fianchi quando sfrecciano con la moto davanti all’uscita delle scuole nell’ora in cui escono gli studenti. Si ritrovano la domenica davanti allo scasso con altri loro colleghi centauri e fanno delle scampagnate motorizzate, partendo smarmittando e piegandosi all’inverosimile alla prima curva. Poi, quando nessuno li vede, vanno a venti all’ora. Per godersi il paesaggio.
Ci sta il gruppetto di amici metallari, tutti vestiti di pelle e lattice che parlano solo di gothic metal. Si fanno chiamare amici-per-la-pelle. Si scolano tre birre tutte in una volta e dopo mi riescono a dire ti amo luce dei miei occhi, con un solo rutto. Sono tutti di buona famiglia, ma le rinnegano, almeno in pubblico.
C’è Rocchino u’ Carcerato, condannato all’ergastolo per motivi ignoti e se gli chiedi precisazioni ti risponde solite cose. Crede di essere Humphrey Bogart ma è brutto come pochi. Si veste sempre in bianco e nero e quando è in macchina avvicina ogni ragazza che passeggia da sola. E’ solito dirle «dove credi di andare senza di me, baby? Dai salta su… non fare la stupida». E nel frattempo cerca di farle l’occhiolino, con poco successo, perche’ chiude involontariamente tutti e due gli occhi.
In cucina c’è Sean Paul Sartre, che va tanto fiero del suo nuovo soprannome ma prima lo chiamavano tutti Ano. Fa musica elettronica, ma gli riescono molto meglio i panzerotti fritti. A servire c’è Matilde, una cameriera insoddisfatta e brasiliana che parla dialetto e portoghese in un misto multietnico che alla fine non si capisce mai un cazzo. Soffre di insonnia perche’ ha paura di sognare. E comunque non ha un bel culo, va ripetendomi Pino.
Ci sono le bellezze decadute e le contesse miseria.
Daniele, il tossico belloeddannato. Gli stronzi imbranati.
I cercatori di petrolio.
Le puttane quattordicenni e mille altre normalità borderline.
Poi ci sono io, che credo di essere fuori contesto, che nello spazio limitato di questo  mattino nuvoloso  ho lanciato involontariamente un bicchiere contro una parete, rotto un piattino addosso ad un cliente perche’ ridevo troppo e sono inciampata. Che vorrei uccidere la metà dei clienti, ma piango se uno dei tanti mi tratta male. Che con la mia inspiegabile capacità analitica non so come mi innamoro sempre di ragazzi in giro per il mondo. E sono costretta a fare una sorta di turismo sentimentale per mantenere in vita relazioni in cui nemmeno credo più di tanto, con la scusa di andarmene da questo paese incatramato. Che ho fatto cadere la birra sulla tastiera e sono costretta a scrivere la e’ accentata in questo modo balordo. E adesso vaglielo a dire a Ligabù che io le parole adatte ce l’ho, il problema è che mi mancano proprio le lettere. Le lettere per dire che si scende in fretta, si risale a fatica, si precipita a capitombolo, si sbaglia sempre senza accorgersene, ci si scusa troppo, ci si perdona poco, si invecchia, ci si invigliacchisce, non ci si capisce, non ci si vuol capire, si erra, si cade a terra, si pensa, ci si ripensa, ci si accresce, forse troppo, forse troppo poco. Che le rivoluzioni sono lumachine incaponite e poi passa sempre una macchina e le spiaccica sull’asfalto e io rimango qui, al funerale della mia chioccia testarda col lavandino intasato di cronopios e famas. Nei pochissimi stop dinamici che mi separano dal bianco e dal nero, aggiungendo battute nell’estremo tentativo di non essere condivisa nemmeno su una pagina di wikiquote, perche’ comunque, alla fine della storia veramente muoiono tutti.

Collettivomensa non è né un collettivo né una mensa, ma tre giovinotti lucani che dal 2008 producono a Firenze una rivista di letteratura, fumetto e altre cose, chiamata Collettivomensa.
http://collettivomensa.com/