di Andrea Esposito
(consulenza: Maria Cozza)
foto di Paul Keske | pkk49.tumblr.com

Gli Amish della Pennsylvania appartengono al vecchio ordine degli Amish Mennoniti. Queste comunità rifiutano molte tecnologie moderne a partire dalla corrente elettrica. Parlano un dialetto che deriva dalla lingua tedesca e conducono uno stile di vita rigorosamente rurale. Nel periodo che va dai quattordici ai sedici anni gli adolescenti sono invitati ad allontanarsi temporaneamente per conoscere il mondo esterno. Questa esperienza è chiamata Rumspringa, e si conclude con la scelta del battesimo all’interno della chiesa Amish o con l’abbandono della comunità. La maggior parte di loro decide di tornare.

Mio fratello si chiama Isaac. Ha sei anni più di me. Tra me e lui sono nati altri due fratelli, Simon e Matthew. Anche a loro voglio bene ma io e Isaac siamo legati in modo speciale. E siamo uguali. Lui dice: è come guardare in uno specchio.

 

Insieme cacciavamo le lucertole. Ridevamo tanto. Non gli facevamo male perché nostro padre si sarebbe offeso. Diceva che era crudeltà. Così le inseguivamo e le prendevamo ma poi le lasciavamo andare. A qualcuna si staccava la coda che continuava a muoversi.

Mio fratello non viene più a caccia con me. Due anni fa aveva cominciato il suo Rumspringa. È il periodo che passiamo prima di diventare grandi. Puoi andare dove la gente non è come noi. E puoi fare quello che qui non puoi fare. E nessuno può dirti niente. Anche se scegli di andare via. Ma tornano quasi tutti. Io so che tornerò. Fuori non c’è nessuno e qui ci sono tutti. Invece mio fratello non è tornato. Certi giorni ho paura che non tornerà mai.

Qualche volta sono uscito anch’io. Con i miei genitori, nei paesi vicini. La gente ci guardava. Guardava la nostra carrozza, i nostri vestiti. I bambini che ho visto erano diversi da me. Parlavano diversamente. Si muovevano diversamente. Ho chiesto a mia madre e lei ha detto che non erano diversi, che erano come me. E allora ho pensato che erano diversi per le cose che avevano visto. E per questo ho paura che mio fratello non torni. Ho paura che le cose che vede si attaccano ai suoi occhi, gli entrano dentro e non lo fanno più tornare.

Si fa notte. Mentre gli altri dormono prendo una lanterna e vado nella stalla. Ho una mappa che era tra le cose di mio padre. Non si è accorto che l’ho presa. Mi siedo in un angolo, poso la lanterna e spiego la mappa.

Mio fratello è tornato qualche mese fa. Solo un giorno. Ha parlato con mio padre in una stanza. Quando sono usciti Isaac è andato via e mio padre è rimasto in silenzio. E nessuno di noi gli ha chiesto niente. Un giorno mio padre ha detto che Isaac stava continuando il suo viaggio.

A me Isaac l’ha detto che viaggio vuole fare. Quando era più piccolo, quando io ero molto piccolo. Vuole uscire dalla Pennsylvania e attraversare il New Jersey. Per tuffarsi nell’oceano. E poi, mi ha detto, attraversare tutto il Paese. Arrivare in California. E tuffarsi nell’altro oceano.

Seguo il viaggio con il dito sulla mappa. Mi chiedo dov’è adesso. Passerà per il Nebraska o per l’Oklahoma? Arriverà in Arizona? Passo il dito su tutti gli stati.

Penso alle cose che vedrà. Fuori, mi ha detto un giorno Matthew, c’è tutto quello che non c’è qui. Adesso anche mio fratello. Chiudo gli occhi e immagino cose che non ho mai visto. Passo ancora il dito sulla mappa. Da dove vengono le cose che immagino? Sono come i sogni. Come quel sogno in cui taglio la testa a una lucertola. La lucertola continua a muoversi senza testa. Il sangue schizza e non si ferma.

Tutte queste cose che non so vengono da fuori. Me le hanno dette gli adulti. Le ho viste nei libri. Nei nostri piccoli viaggi fuori. Ho visto dei frammenti, e poi queste immagini mi sono venute in testa. Non le faccio io. Sono loro che mi immaginano. E mio fratello le vede tutte insieme adesso.

Vede ascensori.

Donne in veranda che bevono granite.

Insegne luminose che lampeggiano senza fermarsi mai.

Vede uomini che corrono su uno schermo.

Montagne russe.

Uomini in un aeroporto che parlano in un cellulare.

Delfini che lo accompagnano nel mare. L’oceano. L’altro oceano.

Vede tutte queste cose. E altre che non so immaginare.

Forse queste cose non lo faranno tornare. E allora penso al ricordo più bello che ho. Spero che mio fratello se lo ricordi e non si dimentichi di noi.

Siamo io e Isaac in un campo qui vicino. Inseguiamo una lucertola. All’improvviso sbuca il gatto di Sarah. È un gatto magro e rossiccio. È un gatto cattivo. Una macchia arancione che si tuffa tra i rovi. Torna con il corpo verde tra i denti, la coda arricciata, paralizzata. Io e mio fratello non gli togliamo gli occhi di dosso. La posa a terra. Non è morta. La lascia andare e la lucertola scappa e il gatto di Sarah la riprende con le zampe anteriori. Salta, ci gira intorno, si accuccia. Stringe i denti intorno al corpo della lucertola. Io e mio fratello ridiamo. Io sono spaventato, perché il gatto è cattivo. Ma mio fratello ride, perché è più grande e di certe cose non ha più paura. Mi guarda e io non ho paura perché lui mi guarda. E questo è il ricordo più bello che ho.

Giro la mappa e trascrivo questo ricordo sul retro. Ogni immagine e ogni parola. Arrotolo la mappa e torno in casa. Rientro nella stanza dove i miei fratelli dormono e dove c’è il letto vuoto di mio fratello. Alzo il cuscino e ci nascondo sotto la mappa con il mio ricordo. Torno nel letto, chiudo gli occhi.