foto di Gianluca Colla | gianlucacolla.eu

Maḣpíya si guarda intorno infastidito. In una mano stringe dello zucchero filato mentre nell’altra tiene stretta quella di sua nipote. Sono dieci anni che lo costringono a partecipare alla Fiera Nazionale dei Navajo a Window Rock come membro più anziano degli indiani Havasupai, e sono dieci anni che maledice questa settimana di ottobre. Quindicimila persone che invadono l’altopiano del Colorado per mettersi in fila aspettando di salire su una ruota panoramica tipicamente navajo.

La mano appiccicosa della nipote chiama con insistenza il nonno. Maḣpíya dimentica i suoi borbottii e con orrore si accorge che la piccola lo sta trascinando proprio verso quell’aggeggio infernale.

 

Aveva la sua età quando il padre lo portò alla prima Fiera fondata a Window Rock. Era il 1938 e la strada per arrivare sembrava infinita. Il padre gli aveva spiegato l’importanza di quel viaggio. Andavano nella terra dei Navajo, la Tséhàhoodzànì, la roccia con il foro da duecento piedi nel mezzo, la terra dove settant‘anni prima, circa ottomilacinquecento Navajo vennero costretti a percorrere settecentoventi chilometri a piedi per trasferirsi dai loro territori nativi dell’Arizona, alla riserva di Bosque Redondo presso Fort Summer nel Nuovo Messico. Ci andavano per incontrare altri che come loro avevano storie da raccontare, cultura e tradizioni da salvaguardare, identità da difendere. Era la prima volta che Maḣpíya usciva dal suo villaggio, Supai, il più remoto e incontaminato borgo Havasu Creek nella zona di Coconino, a centocinquanta metri di profondità in uno dei rami del Grand Canyon, in Arizona, accessibile solo a piedi o in asino. Si lasciava alle spalle quello che era il suo mondo, quattro fattorie, le Navajo Falls e il piccolo ufficio postale. E si sentiva così fiero. Un Havasupai, un appartenente al popolo dalle acque verdi e blu, una delle tribù di indiani più antiche rimaste al mondo.

«Nonno, dai, sbrigati!»

La piccola nipotina tira come un Apache incazzato e Maḣpíya è costretto a tornare alla realtà. Si guarda intorno confuso, prende tempo, deve escogitare il prima possibile un piano per non finire su quella maledetta ruota. Continua a girarsi da una parte all’altra ma si ritrova sempre in mezzo a quel marasma di gente, la sua gente. Eppure riesce a malapena a distinguere qualche tratto somatico, qualche piuma stropicciata, qualche tunica sgualcita, un tempo simbolo di orgoglio e appartenenza alle diverse tribù, trasformate oggi in souvenir. Maḣpíya intorno a sé riesce a vedere solo dei pellerossa. Sioux, Cheyenne, Apache…

«Pellerossa… – borbotta scocciato- altro che Toro Seduto, quelli erano indiani! Ah, sono solo un vecchio nostalgico» sentenzia.

Poi si illumina, ha trovato il suo piano: «Tesoro, nonno è un po’ stanco, perché non ci sediamo su quella panchina, mi riposo un attimo e nel frattempo ti racconto una storia bellissima».

La piccola Toro Scatenato guarda il nonno da dietro l’enorme zucchero filato che ancora sta ciancicando. Lo studia per una frazione di secondo poi chiede: «Di cosa parla la storia?»

Maḣpíya intanto si è seduto e rilassato ma alla domanda della bimba rabbrividisce al pensiero di lupi e cappuccetti rossi. Guarda sua nipote, la fa sedere accanto a sé, addenta un pezzettino di zucchero filato e fa un bel respiro: «Tanto tempo fa c’era un indiano che si chiamava Cavallo Pazzo, Tashunka Uitko era il suo nome. Apparteneva a una tribù dei Sioux, gli Oglata Lakota, e fin da ragazzo era conosciuto come il riccetto perché aveva dei capelli molto ricci e quasi biondi, una cosa rarissima per noi indiani. Era ancora un bambino quando salvò il suo villaggio dalla distruzione dei soldati federali e quando lo nominarono capo guida dei Sioux Oglala divenne famoso tra tutti gli indiani per il suo coraggio e per le numerose vittorie contro i soldati che attaccavano la sua gente. Si dice anche che fosse invulnerabile ai proiettili».

«Un mago?» interrompe la bambina.

«No, un guerriero», l’azzittisce Maḣpíya.

«L’impresa più importante di Cavallo Pazzo fu la battaglia di Little Bighorn. L’esercito degli Stati Uniti aveva attaccato delle tribù all’interno dei loro campi compiendo una strage. Il 25 giugno del 1876, Cavallo Pazzo, insieme a Toro Seduto e Nuvola Nera, sconfisse i duecentoventuno cavalleggeri dell’esercito avversario guidato dal Tenente Colonnello George A. Custer. Al grido di Hoka Hey Cavallo Pazzo condusse i suoi a una vittoria schiaccian…»

«Nonno, nonno, guarda!» Il piccolo dito punta dritto all’entrata dell’attrazione principale della fiera. La fila si è incredibilmente dimezzata, e un gruppo di ragazzotti invade i primi seggiolini,. Maḣpíya non fa in tempo a studiare la situazione che si ritrova con un biglietto in mano e sua nipote con un sorriso a trentasei denti.

Ormai non ha scampo, non può fuggire, non può liberarsi. Uno sguardo alla piccola che ora sembra essere veramente felice, un respiro profondo e si parte. Come diceva Cavallo Pazzo: «Hoka Hey, oggi è un buon giorno per morire».

Gli indiani Havasupai hanno vissuto nel villaggio di Supai sin dal 1500. Ad oggi si contano circa seicento individui appartenenti a questa etnia, di un’età media poco superiore ai 28 anni. Nel villaggio di Supai esiste l’unico ufficio postale in tutti gli USA ad utilizzare ancora il mulo.

La Fiera Nazionale dei Navajo è la più grande Fiera degli indiani d’America nel Sud-Ovest Stati Uniti, con una presenza media giornaliera di 15.000 visitatori. Inizia ogni anno dopo il fine settimana del Labor Day e che termina la domenica successiva. Ad oggi si contano 25 eventi coordinati per la durata di sette giorni.