di Alexandra Rosati
foto di William T. Reid (stormbruiser.com)
agenzia: tempest tours
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A causa di un errore tecnico l’articolo di Alexandra Rosati, nostra affezionata ed eccellente collaboratrice, è stato stampato parzialmente su the trip n°13. La Redazione di the trip si scusa con Alexandra e con i lettori, riproponendo a seguito il testo originale.

Era dai tempi della scuola che non salivo su un mezzo di trasporto con altre persone per fare un viaggio organizzato, solo che questa volta i miei compagni sarebbero stati degli sconosciuti e le tappe della gita sarebbero state una sorpresa. All’inizio mi sentivo come un pesce in un acquario, non capendo nulla di ciò che si dicevano gli altri componenti del gruppo – tutti americani tranne me e il mio amico Luca – trascorrevo gran parte del tempo con le cuffiette ad ascoltare musica, fingendo uno stato d’animo tranquillo e avendo deciso che l’unica soluzione per affrontare ciò che sarebbe potuto accadere fuori della mia bolla di vetro era una sorta di intrepida rassegnazione. Quella strana vacanza infatti non era frutto di una mia iniziativa, e non credevo che esistessero organizzazioni che portassero a caccia di tornado. Ne avevo sentito parlare per caso in qualche film, e quasi per caso in quel momento mi trovavo lì.
IL PERCORSO CHE AVREMMO SEGUITO ERA IL COSIDDETTO TORNADO ALLEY, NOME UTILIZZATO PER INDICARE LA REGIONE DELLE GRANDI PIANURE, SITUATA NELLA PARTE CENTRALE DEGLI STATI UNITI, DOVE I TORNADO SI PRESENTANO CON ALTA FREQUENZA, E COMPRENDE DIVERSI PAESI.
Quelli che avremmo imprevedibilmente attraversato noi sarebbero stati l’Oklahoma, il Kansas, il Texas e il New Mexico. Mi ritrovavo così a far parte di un’allegra brigata di appassionati, muniti di cineprese e macchine fotografiche, che a bordo di un van erano all’inseguimento di super-celle (forti temporali caratterizzati dalla presenza di vortici d’aria) e uragani di ogni tipo e dimensione. Si trattava, letteralmente, di un’avventura: ogni spostamento era preceduto da un accurato studio delle carte metereologiche, che servivano alle nostre guide per intercettare le zone dove si sarebbero verificati i fenomeni atmosferici di maggiore rilievo. Io seguivo le operazioni con un certo distacco, visto il gap linguistico, nonostante Luca mi facesse da interprete. Essere in una situazione così sui generis senza poter comunicare era abbastanza alienante. E durante il tempo in cui percorrevamo centinaia di chilometri, con loro che si scambiavano informazioni e opinioni su ciò che tutti speravano accadesse, ossia incontrare il ciclone senza finirci dentro, la mia attenzione era tutta verso l’esterno. Così mentre gli altri erano intenti a seguire le indicazioni dei radar con connessione satellitare, io osservavo le immense pianure, le cittadine simili a scenografie da film western e i passanti dall’abbigliamento curiosamente country. Macinavamo chilometri masticando beef jerky, carne essiccata che esiste fin dai tempi degli Inca, che compravamo in buste al posto delle patatine fritte per dare un sapore ancora più esotico al nostro viaggio. La maggior consumatrice dell’atipico snack era una ragazza americana, dalla stazza considerevole, che era al suo secondo o terzo tempest tour, e raccontava con orgoglio di lavorare per mettere da parte i soldi e partecipare a nuove cacce.
I PRIMI GIORNI TRASCORSERO ALL’INSEGNA DI CAMBIAMENTI CLIMATICI STUPEFACENTI, IN POCHI MINUTI SI PASSAVA DA UN CIELO TERSO CON UN SOLE SPLENDENTE A UNA CONCENTRAZIONE DI NUVOLE CHE RABBUIAVA L’INTERO PAESAGGIO CON TONI ROSSASTRI, SPESSO ACCOMPAGNATA DA FORTI VENTI E ROVESCI TEMPORALESCHI.
L’apparizione di mulinelli d’aria suscitava in me strane reazioni, miste di timore ed eccitazione, incondivisibili col resto della truppa che si preoccupava di raccogliere testimonianze attraverso scatti e riprese. Era tutto incredibilmente diverso da quello che avevo visto prima: mentre l’adrenalina degli altri cresceva con fanatica esaltazione, le mie emozioni erano altalenanti, e il pensiero che al posto di un mulinello d’aria, all’improvviso, avremmo potuto incontrare un tornado vero e proprio mi toglieva il fiato. Erano i primi di maggio, uno dei periodi di maggiore concentrazione delle tempeste, e il nostro Storm Chaser, esperto climatologo, ci aveva guidato fino in Texas. Quel giorno la comitiva era più eccitata del solito, e ci si stava preparando a un’esperienza che avrebbe segnato le nostre vite. Io seguivo tutto dalla mia bolla, ma con una maggiore inquietudine che divenne puro terrore quando capii che quella concentrazione di nuvole nere e tutto quel vento si sarebbero trasformati in un tornado.
L’entusiasmo degli altri, però, non mi permise di abbandonarmi al panico e, seppur frastornata quando vidi l’enorme tromba d’aria che dalla nube toccava terra cominciare a roteare su se stessa e a spostarsi, ebbi la consapevolezza di assistere a uno spettacolo unico e che forse non avrei rivisto mai più. Risalimmo di corsa sul van, con l’ultimo passeggero che faticava a chiudere la portiera per rubare gli ultimi scatti.

1_nei pressi di Emmetsburg, Iowa (11 giugno 2004)
COMINCIÒ LA CORSA LUNGO LA STRADA: NOI NE AVEVAMO SOLO UNA DA FARE, IL TORNADO NO, POTEVA DECIDERE IN QUALSIASI MOMENTO LA DIREZIONE, E SEMBRAVA MOLTO ATTIRATO DALL’ASFALTO. Per diversi chilometri sembrò ci inseguisse, ricordo che ci fermammo sotto un enorme ponte, insieme ad altri, per cercare di capire cosa fare, e dopo poco la corsa ricominciò finché non lo vedemmo sparire alle nostre spalle. Ero piuttosto incredula, emozionata e felice di essere fuori pericolo. Si trattava del grande tornado di Happy. Un paio di giorni dopo c’imbattemmo in un’altra tempesta in Kansas: come di norma le nostre guide, contemporaneamente ad altri cacciatori che avevano avuto le stesse avvisaglie, diedero l’allarme.
All’improvviso il cielo diventò sempre più nero, cominciarono a piovere chicchi di grandine che sembravano palline da ping pong, all’interno del van il rumore era assordante e il tetto del veicolo si stava evidentemente danneggiando. Fotografai un chicco di grandine nel palmo della mia mano: lo riempiva completamente. Arrivammo nella cittadina di Pratt di sera, mentre suonavano le tornado warning, sirene che servono a mettere in allerta gli abitanti affinché possano raggiungere appositi rifugi. Scesi faticosamente dal van non riuscimmo a entrare nelle camere del motel, c’era un blackout, e le chiavi magnetiche non funzionavano. Restammo un po’ di tempo sotto la tettoia abbacinati da un’indimenticabile tempesta di fulmini: fu meraviglioso, ma più trascorreva il tempo più la mia paura aumentava. Dall’altro lato della strada intravidi incredula un negozio di lapidi, mi venne da ridere, per la prima volta provai rabbia per non poter fare delle fotografie. Sotto tuoni e fulmini, la visione di quelle lapidi colorate a forma di stivale con lo sperone, cappello da cowboy, coppia di cuori, chitarra o coniglietto a braccia aperte era divinamente grottesca. Finalmente tornò la luce, io entrai in camera e mi misi seduta sul letto, mentre gli altri correvano da una parte all’altra scambiandosi informazioni in modo concitato e continuando a riprendere con le telecamere. Non mi ero levata né giacca né cappuccio, ero paralizzata di fronte a tanta confusione, quello che sapevo era che un tornado sarebbe passato in quella zona. Presi in mano il cellulare per chiamare mia madre, non c’era segnale, lo rimisi in tasca. Per la prima volta in vita mia ebbi paura di morire, e non so come quella notte riuscii ad addormentarmi.
L’indomani mattina sapemmo dalle nostre guide che il tornado era passato dall’altra parte della strada che divideva in due la cittadina, e ci rimettemmo in moto.
LA ATTRAVERSAMMO TUTTA, E VEDEMMO CHIESE DAL TETTO SCOPERCHIATO, ALBERI DIVELTI CHE AVEVANO ABBATTUTO INTERE ABITAZIONI, CADAVERI DI MUCCHE SPARSI QUA E LÀ.
Per gli addetti ai lavori era quasi normale, probabilmente ne avevano viste di peggiori, ma per me fu impressionante: pensai che il rischio fosse troppo alto. Raggiungemmo Oklahoma City, e ci fermammo a cena in un ristorante nel quale vendevano alcolici: durante tutto il nostro viaggio non ne avevamo trovato uno che ne vendesse. Il giorno dopo avevamo l’aereo di ritorno: ordinai un boccale di birra da mezzo litro, e lo bevvi tutto d’un fiato.