di Daniela Patanè | storiediviaggio.com

A Las Cruces arriviamo solo la sera, dopo aver attraversato un pezzo di Arizona e fatto tappa a Tombstone e Bisbee. Il New Mexico ci saluta, offrendoci uno a caso dei suoi tramonti autunnali. E ottimo chili con carne, fagioli, un bicchiere di vino locale in un ristorante semideserto.

 

Il New Mexico è così: rilassato, accogliente senza invadenza, non sembra sforzarsi per compiacere, mostra quello che ha con una semplicità indolente.

Qui il passato ha lasciato tracce importanti che oggi si percepiscono come un insieme armonico di chiese cattoliche, hacienda e artigianato dei nativi. Questo è quanto resta delle lotte tra indiani Pueblo e coloni spagnoli: dominazioni, missioni religiose, rivolte, vittorie, sconfitte e poi di nuovo vittorie. Qui, più che altrove, la terra ha il sapore della Storia.

In questo stato centrale, ingiustamente trascurato dai viaggiatori delle coast, ci sono alcuni scenari tra i più suggestivi. Uno su tutti, il White Sands National Monument, una distesa di dune bianchissime, alte fino a venti metri. La sabbia, finissima e leggera, in realtà è un deposito gessoso proveniente dal letto di un lago fossile poco distante.

Bianco, bianco ovunque; solo il contrasto con il cielo azzurrissimo di ottobre.

Qui, per un’ora, siamo tornati bambini.

Io, incantata dalla vegetazione, mi fermavo a fotografare ogni arbusto come se fosse un fiore raro. Lui scappava sempre in avanti, arrampicandosi su ogni duna. La sensazione della sabbia finissima, scivolosissima, rimarrà per sempre nella memoria delle piante dei piedi.

La Chrysler nera che abbiamo noleggiato, ben calda sotto il sole, ci porta poi fino ad Albuquerque. Albuquerque: che si scelga di dirlo all’inglese o alla spagnola, probabilmente si sbaglierà l’accento.

«In effetti cosa ne sappiamo noi dell’amore?” disse Mel. “Secondo me siamo tutti dei principianti in fatto di amore. Diciamo di amarci e magari è vero, non ne dubito. Sapete di che tipo di amore parlo? L’amore fisico, quell’impulso che vi spinge verso qualcuno di speciale, e anche l’amore per l’essere dell’altro, per la sua essenza, per così dire. Ma a volte ho grosse difficoltà a fare i conti col fatto che devo aver amato anche la mia prima moglie. C’è stato un periodo in cui credevo di amare la mia prima moglie più della vita. Invece ora la detesto. Davvero. Voi come lo spiegate? Che cosa è successo a quell’amore, vorrei tanto saperlo».

Parla Mel McGinnis, cardiologo consapevole che il cuore è sempre un mistero. “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, il più famoso racconto del più famoso narratore statunitense, è ambientato ad Albuquerque. A parte seguire le tracce di Raymond Carver, qui la cosa più interessante è la Old Town con le sue adobe secolari e sede di diversi musei. La città, vivace, cosmopolita e gay-friendly, si trova esattamente sul percorso della Route 66. L’evento turistico di maggior richiamo è l’International Balloon Fiesta, che si svolge ogni anno i primi di ottobre. Col tempismo che ci contraddistingue, la manchiamo per un giorno. Avvistiamo solo qualche mongolfiera solitaria galleggiare nel cielo…

Ci rimettiamo in viaggio sulla TurquoiseTrail.

La strada panoramica che collega Albuquerque a Santa Fe si fregia del titolo meritatissimo di National Scenic Byway. Piccoli paesini vivono lungo questa strada, incastonati tra le montagne. Ci fermiamo a fare foto e rifornimento d’acqua a Madrid, ex cittadina mineraria, annoverata tra le ghosttown da quando il carbone non fa più tendenza. Oggi la fonte energetica primaria sono le gallerie d’arte, che si alternano ai negozi per turisti e alle tipiche case in legno. Tutto ha l’aria poetica e polverosa. Madrid meriterebbe una sosta più lunga, ma noi abbiamo in mente una destinazione dal nome leggendario e dobbiamo ripartire: ci aspetta Santa Fe.

La Villa Real de la Santa Fé de San Francisco de Asís ci fa sentire a casa, con la sua grande cattedrale dedicata al più famoso santo italiano e la sua penuria di parcheggi liberi. Giriamo, giriamo, giriamo, in cerca di un buco dove lasciare la Chrysler. Intanto mi riempio di occhi del rosso degli adobe, dei mazzi di peperoncini essiccati al sole e al vento, che qui soffia forte e freddo.

Santa Fe è la capitale americana più antica, datata 1610. Città di gallerie e musei, cuore della comunità artistica del Nuovo Messico. Facciamo una passeggiata a Canyon Road, dove si alternano gallerie e sculture all’aperto, in un mix di adobe, legno, vetro, pietra e argento. Ma l’arte non rimane confinata tra le mura delle istituzioni. Danzatori e artisti di strada si esibiscono nella Plaza e rendono tutto ancora più suggestivo.

In questa piazza centrale si dice che fu condotto in catene Billy The Kid.

Non so se sia vero ma mi piace l’idea. Tutto ciò che è leggendario si addice al Nuovo Messico.

Quello che sicuramente si svolge nella Plaza è il famoso mercatino dell’artigianato Pueblo. I nativi, a partire dal Novecento, hanno elaborato manufatti sempre più artistici e sofisticati, per la gioia dei turisti.

Tuttavia, con buona pace dei Pueblo, il simbolo più diffuso in Nuovo Messico è l’immagine di un’antica divinità Navajo: il Kokopelli, una figura stilizzata che suona il flauto. Non si può attraversare questo stato senza incontrarlo. È dipinto sui muri, sulle stampe, anche sui magneti in vendita nei negozi di souvenir. Kokopelli si sposta di villaggio in villaggio e trasforma l’inverno in primavera. Porta sulla schiena un sacco che contiene semi, per propiziare un buon raccolto. Si dice che le note del suo flauto risuonino nel vento caldo della primavera e che chi balla e canta un’intera notte al suono della sua musica, al mattino si risvegli con un bambino al proprio fianco.

Da Santa Fe ci muoviamo verso Taos, altro vero e proprio tesoro per quanto riguarda la produzione artistica dell’ultimo secolo. Ernest Blumenschein e Bert Phillips fondarono nel 1915 la Taos Society of Arts e la città ha continuato ininterrottamente ad attirare personalità creative da un capo all’altro degli States, promuovendo anche le opere degli artisti locali.

Pieni di tanta bellezza ma non ancora saturi, decidiamo di dirottare per il deserto di Abiquiu prima di continuare verso Nord. Questa enorme distesa accoglie e ospita ormai da anni una comunità di artisti attratti dagli spazi sconfinati e da una luce particolare, che sono emigrati qui seguendo le orme di Georgia O’Keeffe, pittrice statunitense diventata prima famosa a New York e poi simbolo del New Mexico, dove trascorse buona parte della sua vita. La loro produzione d’avanguardia e monumentale, che prende spunto dall’arte povera dei nativi, è stata e continua a essere tale da aver influenzato le città di Santa Fe e Taos rendendole dei musei a cielo aperto. Ma lo spettacolo più suggestivo è proprio questo deserto, dove si stagliano imponenti le loro opere contro il cielo limpido e la sabbia fine e dorata. Gli artisti qui vivono con poco, lontani dal rumore e in piena sintonia con la natura e con i nativi. Con loro praticano diverse forme di animismo tra cui riti di devozione ai coyote, usando il peyote per raggiungere la conoscenza. Non abbiamo abbastanza tempo per scoprire i poteri magici di queste divinità. La strada scorre sotto i nostri piedi, ci aspetta di nuovo la terra brulla dell’Arizona, i suoi canyon, e poi il freddo delle mattine nello Utah. Ma questa è già un’altra storia.